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Polemiche sul presepe: l’importanza di prendere una posizione

CHESS KING
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Forse per non ascoltare i silenziosi passi di Dio che av-viene, la gazzarra “politica” alza i toni, e dato il calendario lo fa proprio sul Presepe. Il quale però funziona con una mitissima ma irriducibile ostinazione: qualunque cosa si faccia, non se ne può uscire. Ecco perché è assurdo pensare a “scioperi della messa”, ma parimenti è impensabile pensare di fare della mangiatoia del Pane Vivo un soprammobile.

Questa serie di polemiche sul presepe sta inaugurando una nuova tradizione: in principio non si faceva il presepe; poi si è cominciato a fare il presepe; ora si fanno dispute sul presepe.

Una scena anni ’40 che avrebbe meritato i Social

Tutto ciò mi ricorda una splendida pagina di letteratura italiana: in Cristo si è fermato a Eboli Carlo Levi narra – e c’è un forte sostrato autobiografico, dunque di pura cronaca – di una vigilia di Natale ad Aliano in provincia di Matera (nel libro “Gagliano”). L’autore era al confino, ma il gerarca fascista locale, tale don Luigi Magalone, volle permettere ai confinati di festeggiare il Natale con un coprifuoco rimandato e, liberamente, assistendo alla Messa della vigilia. Ecco la pagina.

E venne la vigilia di Natale. La terra era piena di neve e di abbandono. Il vento portava il funebre suono della campana, che pareva scendere dal cielo. Gli auguri e le benedizioni piovevano, al mio passaggio, dagli usci delle case. I bambini giravano a gruppi, per l’ultima questua dei cupi-cupi. I contadini e le donne andavano attorno, portando i regali alle case dei signori; qui è uso antico che i poveri rendano omaggio ai ricchi, e rechino i doni, che vengono accolti come cosa dovuta, con sufficienza, e non ricambiati. Anch’io dovetti ricevere, quel giorno, bottiglie di olio e di vino, e uova, e canestrelli di fichi secchi, e i donatori si meravigliavano che io non li accettassi come una decima obbligatoria, ma che me ne schermissi, e facessi, in cambio, come potevo, qualche dono. Che strano signore ero io dunque, se non valeva per me la tradizionale inversione della favola dei Re Magi, e si poteva entrare a casa mia a mani vuote? Che quei potenti fossero venuti dall’Oriente, seguendo la stella, per portare le loro ricchezze al figlio di un falegname, era un segno della prossima fine del mondo. Ma qui, dove Cristo non era venuto, non s’erano mai visti neppure i tre Re.

Don Luigino mandò generosamente ad avvertire che quella sera, in segno di festa, avremmo potuto restar fuori di casa fino a tardi, ed assistere, se volevamo, alla messa di mezzanotte. A mezzanotte precisa io ero davanti alla chiesa, nella folla di contadini, di donne e di signori; e battevamo i piedi nella neve frusciante. […] Di lì a qualche minuto si vide scendere dal vicolo don Trajella, con dei grandi stivaloni da neve, e una grossa chiave in mano: si avvicinò all’uscio, mormorando qualche scusa per il ritardo, diede un giro di chiave, spalancò la porta, e corse ad accendere i ceri sull’altare. Entrammo allora tutti in chiesa, e la messa cominciò, una povera messa affrettata, senza musiche e senza canti. Quando la messa fu finita, all’Ite missa est, don Trajella scese dall’altare, e, traversando le panche dove eravamo seduti, salì sul pulpito per pronunziare la sua predica.

– Fratelli carissimi! – cominciò. – Carissimi fratelli! Fratelli! – e qui subito si interruppe, e cominciò a frugare in tutte le tasche, balbettando fra i denti parole incomprensibili. Inforcò gli occhiali, se li tolse, li rimise sul naso, tirò fuori il fazzoletto, si asciugò il sudore, alzò gli occhi al cielo, li rivolse in basso all’uditorio, sospirò, si grattò la testa in segno di sommo imbarazzo, lanciò degli oh! e degli ah!, congiunse le mani, le disgiunse, mormorò un pater, e finalmente tacque, con l’aspetto di un uomo disperato. Un mormorio corse nella folla. Che cosa avveniva? Don Luigino si fece rosso in viso, e cominciò a stridere: – È ubriaco! La sera di Natale! – Fratelli carissimi! – ricominciò don Trajella dal pulpito, – ero venuto qui, con animo pastorale, per parlare un poco con voi, che siete il mio gregge dilettissimo, in occasione di questa Santa Festa; per portarvi la mia parola di Pastore amoroso, solliciti et benigni et studiosi pastoris. Avevo preparato una predica veramente, mi sia concesso di dirlo con ogni umiltà, bellissima: l’avevo scritta, per leggerla, perché non ho molta memoria. L’avevo messa in tasca. E ora, ahimè, non la trovo più, l’ho perduta; e non mi ricordo più di nulla. Come fare? Che cosa potrò dire a voi, miei fedeli, che aspettate da me la parola? Ahimè, le parole mi mancano! – E qui don Trajella tacque di nuovo, e rimase immobile, con gli occhi al soffitto, come assorto. In basso, tra le panche, i contadini aspettavano, incerti e incuriositi: ma don Luigino non si trattenne più, si alzò rabbioso: – È uno scandalo, e una profanazione della Casa di Dio. Fascisti, a me! – I contadini non sapevano chi guardare. Don Trajella, come scuotendosi dall’estasi, si era inginocchiato, rivolgendosi verso un crocifisso di legno, attaccato sul bordo del pulpito, e, con le mani unite in preghiera, diceva: – Gesù, Gesù mio, vedi in quale imbarazzo mi trovo, per i miei peccati. Aiutami tu, mio Signore! Fammi uscire da questo malo passo, Gesù! – Ed ecco, come toccato dalla grazia, il prete balzò in piedi; con una rapida mossa della mano afferrò un foglio di carta nascosto ai piedi del crocifisso, e gridò: – Miracolo! Miracolo! Gesù mi ha ascoltato! Gesù mi ha soccorso! Avevo perduto la mia predica, e mi ha fatto trovare di meglio! Che cosa valevano le mie povere parole? Ascoltate, invece delle mie, le parole che vengono di lontano! – E cominciò a leggere il foglio del crocifisso. Ma don Luigino non l’ascoltava. Lanciato ormai in un freddo accesso d’ira e di sacra indignazione, continuava a gridare: – Fascisti, a me! È un sacrilegio! Ubriaco, in chiesa, la notte di Natale! A me! – E, facendo segno ai sette o otto balilla e avanguardisti della sua scuola perché lo seguissero, intonò «Faccetta nera, bella abissina». Il podestà e i ragazzi cantavano, ma don Trajella pareva non udirli, e continuava la sua lettura. Il foglio miracoloso era una lettera che veniva dall’Abissinia, di quel sergente gaglianese, allevato dai preti, che tutti conoscevano. – È la parola di uno di voi, di un figlio di questo paese, della più cara di tutte le mie pecorelle. La mia povera predica non valeva nulla, al confronto. Gesù, che me l’ha fatta trovare qui, ha fatto il miracolo. Sentite: «Si avvicina il Santo Natale, e il mio pensiero vola a Gagliano, e a tutti gli amici e i compagni di laggiù, che immagino radunati nella nostra piccola chiesetta ad ascoltare la Santa Messa. Qui noi combattiamo per portare la nostra Santa Religione a queste popolazioni infedeli, combattiamo per convertire alla vera Fede questi pagani, per portare la pace e la beatitudine eterna», ecc. ecc. – La lettera continuava per un pezzo su questo tono, e finiva con saluti per tutti, e particolarmente per molti del paese, che venivano chiamati a nome. I contadini ascoltavano compiaciuti l’ultraterreno messaggio africano. Don Trajella prese di qui lo spunto per la sua orazione, destreggiandosi tra i concetti di guerra e di pace. – Il Natale è la festa della pace, e noi siamo in guerra: ma, come dice così bene la lettera, questa guerra non è una guerra, ma un’azione di pace, per il trionfo della Croce che è la sola vera pace per gli uomini; – e così via. La predica si perdeva nel pandemonio: Don Luigino e i suoi ragazzi da «Faccetta nera» erano passati a «Giovinezza» e finita «Giovinezza» avevano riattaccato «Faccetta nera». Visto che i contadini non lo seguivano, e che il prete parlava, fingendo di non accorgersi del chiasso, il podestà si avviò alla porta, gridando: – Fuori dalla chiesa! Questo posto è profanato! Fascisti, a me! – e seguito dai suoi balilla e avanguardisti, e da qualcuno dei suoi amici, uscì, e si mise, col suo codazzo, a girare attorno alla chiesa, cantando alternativamente «Faccetta nera» e «Giovinezza», e così continuò per tutta la durata della predica. Don Trajella intanto tirava diritto, ed era il solo, nella chiesa, a non parere a disagio: aveva soltanto, contro il solito, due macchie rosse ai pomelli, nel viso pallidissimo. – Pax in terra hominibus bonæ voluntatis, figli miei dilettissimi. Pax in terra, questo è il messaggio divino, che noi dobbiamo ascoltare con particolare compunzione e devozione in questo anno di guerra. Il divino Infante è nato proprio in quest’ora per portare questa parola di pace. Pax in terra hominibus, e perciò noi dobbiamo purificarci, per sentircene degni, dobbiamo fare un esame di coscienza, dobbiamo chiederci se abbiamo fatto il nostro dovere, per essere degni di ascoltare con purezza di cuore il Verbo di Dio. Ma voi siete malvagi, siete peccatori, voi non venite mai in chiesa, non fate le devozioni, cantate canzonacce, bestemmiate, non battezzate i vostri figli, non vi confessate, non vi comunicate, non avete rispetto per i ministri del Signore, non date a Dio quello che è di Dio, e perciò la pace non è con voi. Pax in terra hominibus: voi non sapete il latino. Che cosa vuol dire? Pax in terra hominibus vuol dire che oggi, la vigilia di Natale, voi avreste dovuto portare un capretto in dono, secondo l’usanza, al vostro pastore. Invece non l’avete fatto, perché siete dei miscredenti; e poiché non siete bonæ voluntatis, non avete la volontà buona, così non avete la pace, e la benedizione del Signore. Pensateci dunque, portate al vostro parroco il capretto, pagategli i debiti per i suoi terreni, che glieli dovete dall’anno passato, se volete che Dio vi guardi con misericordia, vi tenga la sua mano sul capo, e ispiri la pace nei vostri cuori; se volete che la pace torni nel mondo, e finisca la guerra che vi fa trepidare per la sorte dei vostri cari e della nostra Patria diletta –. E così via di questo passo, con scherzi, rivendicazioni, e citazioni latine. «Faccetta nera» risonava dalla porta, sottolineando i passaggi dell’orazione, mentre il ragazzo campanaio, a un cenno del prete, si era attaccato alla campana, cercando di coprire, con quegli squilli da morto, i canti del podestà. In questo chiasso, fra la generale costernazione, la predica ebbe finalmente termine. Don Trajella scese dal pulpito, e senza voltarsi a destra né a sinistra uscì dalla chiesa, e noi tutti lo seguimmo. Fuori, don Luigino continuava a cantare. Un contadino col mantello nero aspettava davanti alla chiesa, tenendo per la cavezza un mulo sellato. Era venuto da Gaglianello per prendere il prete, che doveva dire anche là la messa di Natale. Don Trajella chiuse la porta della chiesa, si mise la chiave in tasca, e, aiutato dal contadino, si arrampicò sul mulo e partì. Doveva fare due ore di strada, sul sentiero tra i burroni, nella neve. A Gaglianello Gesù Bambino nacque, quell’anno, verso le quattro del mattino. Don Trajella ripeté là il suo miracolo, e poiché non c’era, in quella frazione sperduta, né podestà né signori, tutto andò benissimo, e i contadini furono entusiasti della predica, e, una volta tanto, il povero prete venne trattato con i dovuti onori, ebbe da bere quanto volle, si ubriacò, questa volta davvero, e non tornò a Gagliano che tre giorni dopo.

Che spettacolo sarebbe stato, se ci fossero stati i social: don Luigino avrebbe fatto fare una diretta Facebook mentre intonava “Faccetta nera” e “Giovinezza”, #preteubriaco sarebbe finito tra i trending topics in pochi minuti, noi qui avremmo poi versato fiotti di parole per spiegare che il genitivo “bonæ voluntatis” si riferisce soggettivamente a Dio e oggettivamente agli uomini (un errore che ho visto contestare fin da scritti del IV secolo!), deprecando le strumentalizzazioni di cui sempre le storpiature esegetiche diventano mezzo. Ognuno si sarebbe strappato i propri cinque minuti di attenzione e tutti ce ne saremmo andati contenti.

Gesù Cristo, signor Migrante e migrante Signore

Proprio come accade nello scomposto baccagliare di questi giorni, dove si discute dell’opportunità o meno di fare “lo sciopero della Messa” – e nella notte di Natale. L’assurdo passaggio “se aveste buona volontà portereste soldi, cibo e bevande al vostro parroco”, riletto dopo una sfogliata ai nostri giornali, non pare più ai confini della realtà: Levi però aveva trovato una spiegazione concisa e convincente – Cristo si è fermato a Eboli, ad Aliano mica c’era. Possiamo noi chiederci se per caso Cristo non sia giunto a Genova e a Roma?

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