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Rapporto Censis 2018: la ripresa si sgonfia, gli italiani sono “incattiviti”. Dove rinasce la speranza?

PUGNI CONTRO IL MURO

Shutterstock

Paola Belletti - pubblicato il 10/12/18

Sempre più single, per scelta. Altrui?

Una società che si lascia: la rottura delle relazioni affettive stabili. Ci si sposa sempre di meno e ci si lascia sempre di più. Dal 2006 al 2016 i matrimoni sono diminuiti del 17,4%, passando da 245.992 a 203.258. A diminuire sono soprattutto gli sposalizi religiosi (-33,6%), mentre quelli civili sono aumentati del 14,1%, fino a rappresentare il 46,9% del totale. Le separazioni sono aumentate dalle 80.407 del 2006 alle 91.706 del 2015 (+14%), mentre i divorzi, anche per impulso della legge sul «divorzio breve», raddoppiano letteralmente, passando dai 49.534 del 2006 ai 99.071 del 2016 (+100%). E cresce la «singletudine»: le persone sole non vedove sono aumentate de 50,3% dal 2007 al 2017 e oggi sono poco più di 5 milioni.

E grazie allora anche a quelle leggi approvate con tale fretta che sembrava il famoso zelo che divora che hanno dato impulso ad un sasso che rotolava già benissimo da solo. In tempi di crisi generalizzata, chiediamo ora a bocce speriamo ferme, c’era davvero bisogno del divorzio breve?

Perché se è vero, come lo è, che la voce di questo autorevolissimo istituto è una delle più ascoltate dagli interlocutori istituzionali e dai principali attori della scena economica del paese perché su queste cose è ridotto a Cassandra?

La città brucia, le Censis-Cassandra gridano, nessuno le ascolta.

Da dove ripartire?

Solo tre parole: lavoro, lavoro, lavoro. 

«Abbiamo visto sfiorire la ripresa e l’atteso cambiamento miracoloso non è stata una palingenesi», dice Massimiliano Valerii direttore generale del Censis, spiegando come l’Italia sia anche «orfana di una narrazione forte entro la quale costruire la nostra identità e radicare il nostro benessere». Oggi purtroppo prevalgono «una coscienza infelice, una speranza senza compimento». E Valerii si chiede: da dove e da cosa ripartire, per poi rispondersi, senza alcun dubbio: «lavoro, lavoro, lavoro». (Corriere)

Come dargli torto? Ma a noi tocca l’onorevolissimo compito di ricordare anche che la speranza esiste ed ha un pure un nome e che le possibilità non solo ci sono ma sono pressoché infinite, poiché non siamo paria vincolati ad un destino di infelicità ma figli di Re cui spetta una succulenta eredità, a cominciare da ora.

Preghiamo per l’Italia (come si fa ogni giorno nel Santuario della Santa Casa di Loreto), va’, che è sempre la cosa più intelligente e strategica da fare…




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crisidignità umanalavorosperanza
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