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Paolo Crepet: tirate fuori il talento anche dall’ultimo della classe.

PAOLO CREPET
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Ogni nostro figlio è un giallo, una storia del mistero a lieto fine: vogliamo farli classificare agli esperti? O vogliamo accompagnarli?

Questo primo quadrimestre ci ha buttato gambe all’aria. I pomeriggi trascorrono pesanti come piombo, tra i miei sguardi di mamma rassegnata e le mille forme di rifiuto, noia, indisposizione a studiare da parte dei miei fanciulli. Esaurita la rabbia, è il turno dei sensi di colpa. Ma in quell’ultimo barlume di coscienza che ho prima di addormentarmi ripeto a me: voglio uscire da questa spirale perversa.

Chiacchierando con la preside dei miei figli, qualche giorno fa le confessavo: “Mi pare che più le persone care ci sono vicine, meno siamo adeguati a vederle per intero”. Ed è dura, ma necessaria, la constatazione che non è mica detto che noi genitori siamo sempre i migliori accompagnatori dei nostri figli. Nel cammino del loro discernimento personale le nostra paia d’occhi non bastano. Anche se so che poi esce quella vocina “Ti ho portato nella pancia! Vuoi che non ti conosca?”…

Eh no, Maddalena, stai lontana da chi credevi di conoscere: noli me tangere. Leggo questo sul volto arrabbiato del mio maggiore quando mi fa firmare un’annotazione o un brutto voto, o semplicemente entra in casa, non saluta e si chiude in camera. Noli me tangere.

Come un tuareg assetato nel deserto mi sono fermata a bere conforto, quando ho incrociato un contributo del professor Paolo Crepet rilanciato su Youreduaction. Il noto psichiatra punta il dito contro l’eccesso di psicologizzazione di cui sono vittime i nostri giovani, sia in ambito familiare sia scolastico:

Sostiene infatti che essi sono soggetti ad un fenomeno noto col nome di psicologizzazione; quindi eccessivamente sottoposti ad una ricerca di disturbi, ad una diagnosi che li cataloghi. E in questo modo vengono quindi etichettati e segnati a vita. Poi tornare indietro non è affatto facile; una parola sbagliata e la relazione educativa con i ragazzi è rovinata. (da Youreduaction)

L’occhio di Sherlock Holmes, il cuore di Padre Brown

La trama della storia la conosciamo tutti, ogni bambino è sfuggente a una definizione da dizionario per cui – prima o poi – salta fuori qualcosa che, come la tangente in geometria, tocca e scappa via dalla logica chiusa del cerchio perfetto.

Allora scatta, senza dubbio per un moto affettivo sincero, l’apprensione di capire, che si traduce nel bisogno di una griglia per incasellare il problema e risolvere.

Anche la scuola è, di necessità, una griglia rispetto a cui molte anime sono sfuggenti, non per disfunzioni gravi ma per connaturata unicità. Di solito, a questo punto, si fanno gli esempi dei grandissimi talenti umani che a scuola erano schiappe. Non lo si dovrebbe fare perché è una griglia anch’essa: contiene l’implicito dogma che puoi essere eccezionale anche con un difetto. Eccezionale è un valore? Difetto è un disvalore?

 Anche perché se un ragazzo ottiene ottimi voti, non è detto che non possa soffrire di un grande disagio di altro genere. Ogni ragazzo è un mondo. (Ibid)

CLASSE, ALUNNA, ULTIMA FILA
Shutterstock

E forse si può anche dire che ogni ragazzo è un giallo, nel senso che è una storia del mistero. Ci sono molti investigatori famosi, pare che quello più gettonato attualmente sia Sherlock Holmes. Lui era innamorato dei dettagli e delle deduzioni. Così, non appena un bambino manifesta un qualsiasi disagio, ecco che parte l’indagine, tutti armati di lente d’ingrandimento: osservare al microscopio i sintomi, farli analizzare dagli esperti, avere una risposta e una terapia. Sarebbe rassicurante, è l’opposto del necessario.

Per carità, Sherlock Holmes era bravissimo, ma il cuore della creatura umana è un abisso talmente farraginoso che neppure tutti gli armadi dell’Ikea riuscirebbero a metterlo in ordine. E non deve avere un ordine, deve avere una meta a cui tendere. Ce l’ha ogni essere umano che nasce, deve scoprirla e possibilmente non dovremmo intralciargli la strada per forzarlo a seguire i nostri sentieri.

Al metodo deduttivo se ne può sostituire un altro proposto dall’investigatore Padre Brown: l’immedesimazione. Non è rose e fiori, perché chiede che il tuo diventi mio, cioè che le etichette vadano a farsi benedire e resti aperta solo la domanda: “Chi sei tu?”.

Talento

Quanto ci piace la parola talento, sembra l’unica in cui il Vangelo si mostra al passo coi tempi. In effetti è una di quelle che sgretolano i fragili castelli dei nostri miti alla XFactor: il talento è proprio l’opposto dell’eccellenza e della dote straordinaria. Immagino un certo gongolamento di genitori e insegnanti, leggendo questa proposta di Crepet:

E questo vuol dire che gli insegnanti dovrebbero essere una sorta di talent scout che sappiano tirar fuori i talenti da ognuno, anche dall’ultimo della classe. Poiché ogni essere umano è portatore di un potenziale incredibile. E non è assolutamente giusto che questo rimanga sopito nel profondo dell’anima, sommerso dal disagio e dalla sofferenza, solamente perché nessuno non è riuscito a metterlo in luce. (Ibid)

RAGAZZO, RE, TRONO
Shutterstock

Affinché questa ipotesi abbia un senso costruttivo e non ulterioremente catastrofico, occorre intendersi sul talento. E occorre ritornare alla parabola evangelica: il talento non è di proprietà di chi lo fa fruttare, gli è stato dato in custodia.

Dunque la svista più clamorosa è aggredire un ragazzo con l’ipotesi apparentemente fantastica del “dentro di te c’è qualcosa di bellissimo che deve sbocciare e trionfare”.

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