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Il prete deve fermarsi se un fedele ha un malore durante la messa?

© Flickr/Stephanie Lepoint/Creative Commons
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Il liturgista Busani: nessuna interruzione ma solo una pausa di silenzio. Poi una preghiera affinché la persona superi la malattia

Un lettore ci pone una domanda: “Se un fedele ha un malore durante la celebrazione, il sacerdote può interrompere la messa oppure deve procedere al normale svolgimento?”.

«Nel rispondere al quesito – premette monsignor Giuseppe Busani, liturgista della diocesi di Piacenza-Bobbio – immaginiamo che il fatto richiamato avvenga in due diverse situazioni celebrative: in una celebrazione festiva a cui partecipa un’assemblea numerosa e articolata in una ministerialità diversificata, oppure in una piccola assemblea riunita per una celebrazione feriale  o anche festiva ma povera di ministerialità».

La liturgia

La liturgia eucaristica «è strutturata in modo da condurre i fedeli a confessare il primato dell’agire di Dio e a partecipare alla Pasqua del Figlio». Nella liturgia della Parola, «che culmina nella proclamazione del Vangelo di Gesù e nella professione di fede, viene rivelato il vero volto del Padre»; nella liturgia eucaristica, «che ha il suo vertice nell’azione di grazie della Preghiera eucaristica, i fedeli partecipano al Mistero della Pasqua del Figlio fino a ricevere la grazia di comunicare al suo Corpo. Intorno a questi due momenti focali e centrali dell’azione celebrativa si compiono i riti d’ingresso e di congedo».

I fedeli

Ogni celebrazione, prosegue il liturgista, «si attua con parole e gesti fra loro sapientemente ordinati e collegati, ma è fatta anche di silenzi, brevi pause, singolari interruzioni, che però mai rendono estranei alla celebrazione, anzi ne intensificano la partecipazione. La liturgia, soprattutto nei riti d’ingresso e di conclusione, non esclude la vita concreta delle persone, anzi la accoglie e raccoglie, la pone sotto l’azione del Mistero pieno di grazia della Pasqua di Gesù perché ne venga trasformata».

Pausa-silenzio

Un avvenimento, come il malore di uno dei partecipanti alla celebrazione, «non deve mai condurre alla sospensione della celebrazione, cioè ad una sua totale interruzione, e neppure ad una sua conclusione affrettata». Nello stesso tempo, sottolinea monsignor Busani, «permette ed esige che si possa compiere una breve pausa-silenzio non del rito, ma nel rito. E questo per rendere possibile una adeguata attenzione e cura di quella particolare situazione ad opera dei ministri (diaconi o accoliti) o di qualcuno dei fedeli(soprattutto i familiari o, se presenti, medici-infermieri)».

Preghiera collettiva

Il ministro ordinato, che presiede la celebrazione, «può intervenire direttamente invitando e sollecitando a esercitare una prossimità di servizio e soprattutto collegando quella situazione di malattia con la preghiera di tutta l’assemblea. La preghiera potrà essere collocata in una delle intercessioni della preghiera universale o nel momento della benedizione finale». Questo nel caso di una assemblea numerosa e articolata ministerialmente. «In assenza di queste condizioni – osserva il liturgista – il presbitero stesso potrà intervenire anche in modo più diretto, senza dimenticare il suo servizio di presidente della preghiera e trovando la forma più adeguata perché venga rispettato il ritmo e l’ordine dell’azione rituale».

Primato dell’azione di Dio

La preghiera liturgica, conclude monsignor Busani, «è azione divina e umana: nessuna situazione delle persone deve essere esclusa, ma il primato va dato all’azione di Dio. Non esiste situazione che possa giustificare indifferenza di fronte a un fratello o una sorella in difficoltà, ma nessuna difficoltà è ultimamente vivibile senza consegnarla alla potenza di guarigione che può venire solo dalla passione di Dio per ogni situazione umana. E’ questa l’opera della liturgia».

Tags:
liturgia
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