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La chiesa del futuro sarà come la Citykirche in Germania?

© Public Domain
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La funzione religiosa va in secondo piano. Priorità a servizi per i cittadini e start up. Un cambiamento epocale guidato da parrocchie “liquide”

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Si chiamano Citykirche e sono chiese che si trovano in una zona centrale e dinamica della città (la City, appunto) in cui si mescolano impiegati, passanti o residenti dormi-e-fuggi. Vogliono essere, come scriveva qualche tempo fa Avvenire (27 maggio 2015) la risposta nordeuropea alla crisi della parrocchia concepita secondo il modello tridentino (almeno guardando alla Chiesa cattolica)

Il modello si sta espandendo a macchia d’olio in Germania: a Bonn, Francoforte sul Meno, Aquisgrana, Wuppertal, Stoccarda, Norimberga, Colonia, Costanza, Kiel. Coblenza.

Servizi per ogni esigenza

In pratica le chiese, pur conservando il nome del santo o del beato che lo identificano, cambiano la loro missione originaria. Nel senso che si trasformano in erogatrici di “servizi” per la comunità della città. In questo contesto le funzioni religiose hanno una funzione secondaria. La santa messa, ad esempio, diventa una sorta di “cornice” rispetto alla funzione principale che è quella di soddisfare le esigenze delle persone che approdano nella Citykirche.

Ad esempio, chi ha interessi artistici può rivolgersi alla Kulturkirche, la “chiesa della cultura” di Amburgo. L’adolescente ha la sua bussola nella Jugendkirche di Berlino, la “chiesa dei giovani”. Il migrante in difficoltà o il disoccupato entra nella Diakoniekirche, la “chiesa del servizio” alle porte di Francoforte sul Meno, che offre consulenze e itinerari di sostegno.

Si tratta di esperienze parrocchiali, scrive ancora Avvenire, che sono espressione sia del mondo cattolico, sia di quello evangelico e che nascono nei quartieri delle grandi città dove dominano gli uffici oppure i condomini in cui chi li abita arriva a sera e riparte al mattino.

Modello “liquido”

In un saggio pubblicato dalla Rivista del clero italiano, il mensile di aggiornamento pastorale dell’Università Cattolica, Arnaud Join-Lambert, docente francese di teologia pastorale e liturgia all’Università Cattolica di Lovanio (Belgio), le indica come nuove forme di comunità capaci di adattarsi alla “liquidità” della società europea, ricorrendo alla celebre categoria del sociologo Zygmunt Bauman. Se i rapporti sociali sono liquidi, anche le parrocchie possono diventare liquide.

Dal “bello” al “bene”

«Non sono luoghi in cui una comunità di fedeli più o meno stabile vive il “tutto per tutti”, né luoghi per il raduno domenicale – nota il teologo – Tuttavia sono contrassegnati dal bello (esposizioni, concerti, creazioni artistiche e culturali), dal bene (aiuto ai migranti, alle persone precarizzate) e dal vero (formazioni, conferenze, scambi)».

Una rivoluzione, fondamentale per «inventare le parrocchie di domani», che, aggiunge lo studioso, richiede mezzi: aperture non stop, persone esperte nell’accompagnamento, volontari.

La “chiesa” incubatore

Join Lambert, parla di «rete tra le parrocchie», per diversificare l’offerta al potenziale pubblico, incubatori e start up. Gli incubatori sono «concentrazioni di persone qualificate impegnate in progetti innovativi», la loro declinazione ecclesiale dà vita a percorsi che «favoriscono il dialogo intorno a tematiche comuni».

Un esempio? In Francia, Saint Joseph a Grenoble che ha scommesso sulla pastorale dei giovani o la chiesa di Marthe-et-Marie (foto in basso) nel nuovo quartiere Humanicité a Lomme (Lille), diventata una maison che si dedica all’accoglienza. 

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La “chiesa” start-up

Le start-up sono aziende con scarsi mezzi ma sorrette da organici motivati, si traducono in spazi cristiani che hanno al centro l’ospitalità presentata secondo l’icona del Vangelo della Visitazione. Un esempio può essere la Church on the corner (foto in basso), riallestimento “sacro” di un antico bistrot nel sobborgo londinese di Islington.

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L’intento di questi esperimenti è di «provocare e curare l’incontro» soprattutto di coloro «che sono lontani» dalla Chiesa, sottolinea il teologo. Parroci e laici insieme dovrebbero accompagnare questo processo. Serve «elasticità» – conclude Join-Lambert – per «poter continuare ad annunciare il Vangelo con modalità di socializzazione ed espressioni culturali del nostro tempo».

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