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Parla Hadjadj: «La società del comfort totale è suicidaria»

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La Croce - Quotidiano - pubblicato il 29/11/18

Lo scrittore spagnolo Juan Donoso Cortés aveva individuato nel XIX secolo una legge fondamentale della storia: la correlazione inversa tra la temperatura spirituale e la temperatura politica di un’epoca. Quando il termometro religioso sale quello politico scende, e viceversa. Quando la forza interiore (religione) è bassa allora cresce la forza esteriore (politica), e ciò vuol dire dispotismo, tirannia. In altre parole, quando si abbassa la temperatura spirituale si impone dappertutto la legge del più forte. Vicende come quella di Vincent Lambert (ma lo stesso vale per Charlie Gard e Alfie Evans, solo per citare i casi più recenti e più tristemente noti) sono i “marker” terrificanti di una più diffusa desertificazione spirituale. In una società suicidaria come la nostra c’è da stupirsi allora che venga meno quel «paradosso della carità» (o della «cavalleria») in cui Chesterton vedeva uno dei marchi del cristianesimo? Decade cioè l’idea secondo cui «quanto più una cosa è debole, tanto più è da rispettare». Per la cultura dello scarto denunciata incessantemente da papa Bergoglio vale giusto il contrario: quanto più una cosa è debole, tanto più è da schiacciare… Anche Hadjadj concorda sul punto: «Oggigiorno la vita che diciamo menomata è quella ridotta al solo piano fisico. Ma che dire di una vita menomata sul piano morale? Cosa è peggio? Essere un Vincent Lambert o un Adolf Hitler in piena forma? Avere un corpo da lattanti o un cuore di pietra?». Non per niente Bernanos diceva che l’uomo del nostro tempo ha «il cuore duro e le budella sensibili». La cultura della morte dilaga per delle ragioni ben precise, insiste Hadjadj: «È perché non sappiamo più provare orrore per l’ingiustizia che la sofferenza ci appare come il male assoluto e un handicappato, invece di apparirci come un innocente, ci sembra qualcosa di malvagio, un parassita… ».

Contro chi invoca il principio di autodeterminazione (perché l’uomo non dovrebbe essere libero di decidere della propria vita e della propria morte?) Hadjadj oppone la differenza enorme tra liberare dal male e sopprimere una vita: «C’è questo aneddoto a proposito di Antistene, il maestro di Diogene. Atrocemente sofferente di tubercolosi, incomincia a lamentarsi: «Ah, chi mi libererà dal mio male?». Diogene presenta immediatamente un coltello dicendogli: «Questo, maestro!». E Antistene osserva: «Ho detto “dal mio male”, non “dalla vita”». Dietro alla domanda di morte c’è una domanda di soppressione del male, e non della vita in quanto tale». Il problema non sta nel malato. Sta nel clima spirituale della nostra epoca, intessuto di un superbo efficientismo. Per Hadjadj infatti «il problema è la condizione dell’incurabile in un mondo della prestazione economica e tecnica». Si trascura un fatto: se un malato «domanda di morire è perché è già stato messo in una condizione di morte sociale, abbandonato, giudicato non come un esploratore in partenza per l’aldilà ma come uno scarto non riciclabile». Bisogna anche considerare che «la potenza tecnologica crea poi irresolubili situazioni di sopravvivenza (accanimento terapeutico), le quali possono solo condurre chi le analizza alla perplessità». Infine, come ben si sa, l’economicismo ha messo piede anche là dove non sarebbe mai dovuto entrare: negli ospedali, «sempre più sottomessi a esigenze di redditività che comandano di liberarsi il più velocemente possibile della vecchia signora». Pertanto la libertà di morire e lasciar morire che tanto viene rivendicata «va considerata alla luce di tutti questi condizionamenti». Certamente, è pienamente legittimo il desiderio di morire con dignità. «Ma per quale motivo», si chiede Hadjadj, «chiamiamo «morire con dignità» ciò che corrisponde piuttosto a «uccidersi» o a «essere uccisi per rifiuto del dramma»?». Qual è allora una buona morte? «La sola morte buona, la sola morte degna», afferma il filosofo francese, «è quella di chi dona la vita per la giustizia, non quella in cui, nel nome della conservazione della propria orgogliosa lucidità di uomo, si accetta di farsi sopprimere come un cane, con una puntura». «Quanto a me», confessa Hadjadj, «se mai dovessi diventare intelligente quanto una pianta grassa, domando ai miei cari di continuare a coltivarmi e ad ammirarmi come un fantastico fico… ». Il paradosso della nostra società della performance, coi suoi miti della prestazione e del successo, è il suo voler mettere in mostra anche un lato compassionevole. La morte non viene somministrata con brutalità. Al contrario, per applicarla ci si appella alla pietà, si invoca la commozione per la sorte disgraziata dei malati… Come si spiega? «Compatire», spiega Hadjadj, «significa «soffrire con». Questo implica la cura, la pazienza e la vicinanza. Col compassionevole della prestazione si tratta, al contrario, di non soffrire più con, ma di trovare – per mezzo del veleno, dell’impazienza e dello sgombero – quella che a giusto titolo possiamo chiamare una soluzione tecnica».

Qui il link all’articolo originale su La Croce Quotidiano

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Tags:
fabrice hadjadjVincent Lambert
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