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La perseveranza? Essere tesi, fissi in Cristo, pronti a scoccare come frecce

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Don Antonello Iapicca - pubblicato il 28/11/18

E' tra le virtù più cristiane che ci siano, per noi che siamo in cammino, o meglio in corsa: come atleti tesi al traguardo, concentrati in Cristo e messi di traverso al mondo perché i nostri nemici inciampino su di noi e si lascino amare a loro volta. E' Cristo che ha escogitato questo tranello: amare i nemici, far ricadere su di loro il Suo e nostro sangue, fare sì che tutti si salvino...

La “perseveranza” è la chiave che apre la nostra vita al compimento che “salva le nostre anime”. Essa è una “virtù infusa” per mezzo della Grazia santificante, e ci viene data attraverso un cammino di conversione lungo e severo; il termine “perseverare” deriva infatti dal latino per – a lungo – e severus – rigoroso.




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Come ci ricorda la Lettera agli Ebrei siamo chiamati a lanciarci “con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede” (Eb. 12, 1-2). Nella perseveranza si rivela l’amore autentico per Cristo che, al di là del sentimentalismo, fissa gli occhi del cuore e della mente su di Lui, come un atleta fissa il traguardo. Quando nella vita viene a mancare lo scopo, tutto diviene pesante, svuotato di senso e l’amore mostra la sua inconsistenza.

La vita di un cristiano, invece, è sempre in un “agôna”, la lotta nella quale tiene fisso lo sguardo su Gesù intercettandolo in tutto e in tutti. Il traguardo di ogni mia parola, pensiero o gesto è Cristo, è l’affermazione di Lui in chi mi è di fronte, come in tutto quello che faccio. Per questo la perseveranza è anche attesa, un protendersi come quello di una corda tesa, “qaw” in ebraico, da cui “qawāh” (aspettare, sperare) tradotto dalla versione greca della LXX proprio con “hypomonê” – perseveranza. Perseverare è dunque l’antidoto al peccato che è, appunto, fallire il bersaglio come una freccia scoccata da una corda che non era tesa al punto giusto.

Perseverare è l’atteggiamento fondamentale che ci è ricordato in Avvento, per vivere in una tensione carica di attesa che svela l’amore che desidera il ben dell’altro in tutto, il compimento della Verità in ogni momento. Per questo il cuore e la mente sono sempre desti, fissi su Cristo. Se fisso Cristo nella fidanzata, persevero nell’amore, perché non mi perdo in quello che, in lei, non c’entra con Lui, sopportando il peso dell’”odio” di quella parte dell’altro e di me che appartiene alla carne e al mondo. Non dovrò preoccuparmi perché lo Spirito Santo provvederà a tutto, a parole e atteggiamenti colmi della sapienza della Croce, capaci di resistere ai sofismi della carne. E’ Lui che ci fa stare saldi nella castità, nella verità che rifugge l’ipocrisia, nella sobrietà e nella purezza.




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E’ Lui che persevera in noi, attestandoci che “nessun capello del nostro capo perirà” e accompagnandoci in un combattimento intriso d’amore, per non anteporre nulla a Lui, assolutamente. Contro questo amore assoluto si scatena l’odio, perché “chi è amico del mondo è nemico di Dio”. La perseveranza ci rende oggetto di odio di ciò che il nostro amore non abbraccia e ha rifiutato. L’amicizia di Dio che ci ha raggiunti e coinvolti in un cammino di conversione al Vero, al Bello, al Buono, sovverte le gerarchie delle nostre priorità. Chiaro che “tutti” si ribellino e ci “odino”; è naturale che ci “tradisca” chi si sente da noi tradito nella friabile prospettiva della carne, le persone più care legate a noi dai vincoli del sangue, che devono essere purificati per rinascere nel sangue di Cristo, l’unico vincolo che non si corrompe. Come accadde ai fratelli di Giuseppe, che non riuscivano a gestire la profezia che egli annunciava con la sua sola presenza, con i suoi sogni e la sua vita. Erano carne della sua carne, e lo odiavano. Ma proprio quell’odio, ferendo il fratello, apriva misteriosamente la via alla loro salvezza.

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