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E se la nascita di Gesù fosse stata prevista oltre cento anni prima?

PROFETA DANIELE
Public Domain
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La cosiddetta profezia delle “Settanta settimana” è contenuta nell’Antico Testamento, in particolare nel Libro di Daniele e sembra predire esattamente la venuta del Messia

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COMPIMENTO DELLA PROFEZIA DI DANIELE CON GESU’

Per calcolare precisamente l’anno in cui la profezia si sarebbe dovuta compiere occorre valutare diverse varianti:
1) Identificare il decreto per la ricostruzione di Gerusalemme e del Tempio che il libro di Daniele indica come punto di partenza (“starting point”) delle «Settanta settimane».
2) Stabilire a che tipo di anno si fa riferimento, se quello solare di 365 anni o quello di 360 di cui si parla anche nella Genesi e nell’Apocalisse. Molti studiosi propendono per la seconda, anche se comunque il margine di errore è veramente trascurabile.

SI COMINCIA DA ARTASERSE II (445 a.C.). La profezia di Daniele chiede di partire a contare: «Da quando uscì la parola sul ritorno e la ricostruzione di Gerusalemme». Tra tutte le ipotesi possibili, l’unica a rispettare queste richieste è quella che parte dal decreto di Artaserse II del 445 a.C. nel mese pasquale di Nisan, dove, come si legge in Neemia 2:1, a differenza di tutti quelli precedenti (Ciro, Dario I, che poi confermò soltanto l’editto di Ciro, e Artaserse I Longimano) autorizzava effettivamente la ricostruzione di Gerusalemme e delle sue mura. Il decreto di Artaserse II è stato sicuramente emesso nel 445 d.C., il livello di certezza è elevatissimo e deriva da fonti bibliche, non bibliche, da registrazioni astronomiche e dalle tavole cronologiche di Claudio Tolomeo. Anche se si considera l’anno sidereo di 365 il risultato, come dicevamo, differisce di poco.

SETTE SETTIMANE FINO A ESDRA. La profezia di Daniele continua così: «Da quando uscì la parola sul ritorno e la ricostruzione di Gerusalemme fino a un principe consacrato, vi saranno sette settimane». Partendo dal 445 a.C. e avanzando di sette settimane, ovvero 49 anni “profetici” (in realtà sono 48 quelli “reali”) fino al 397 a.C. si arriva ad un personaggio chiave per la rinascita di Israele (un «principe consacrato»), sia dal punto di vista civile che religioso. Proprio in quell’anno corrisponde il nulla osta di Artaserse II ad alcuni capi di Israele capeggiati da Esdra, per tornare a Gersusalemme e rifondare lo Stato ebraico. Esdra è un sacerdote e scriba che ricostruì l’identità religiosa e civile di Israele. Ebbe un ruolo molto importante, viene considerato come una delle figure più importanti dell’Antico Testamento e gli ebrei lo considerarono come un secondo Mosè. Humphrey Prideaux ha scritto: «Esdra è stato visto come un altro Mosè, con ragione è stato considerato il secondo fondatore della Chiesa e dello Stato dei Giudei» (J. Prideaux, “Histoire des Juifs”, t. II, cap. V). Esdra dunque corrisponde perfettamente all’identikit richiesto.

69 SETTIMANE FINO ALLA PASSIONE DI GESU’. Dopo queste sette settimane in cui abbiamo trovato Esdra (“principe consacrato”), la profezie continua: «dopo sessantadue settimane un unto sarà soppresso senza colpa in lui». Per capire a chi portasse questo “unto”, R. Anderson e successivamente H.W. Hoehner (e molti altri prima di loro) hanno fatto qualche semplice calcolo adottando l’anno biblico di 360 giorni: moltiplicando le 69 settimane di anni citate dalla profezia (7+62) per una settimana di anni (7 anni) si trova che gli anni effettivi sono 483. Per sapere il numero dei giorni è semplice: 483 moltiplicato per 360 (ovvero i giorni dell’anno biblico) = 173.880 giorni. Questo il numero di giorni effettivo che secondo Daniele devono trascorrere tra l’editto di Artaserse II e la soppressione di un “unto innocente”. Ora, prendendo in considerazione l’anno di morte di Gesù, il 32 d.C. si arriva a questo strabiliante risultato: tenendo conto che l’anno 0 non esiste, considerando che dall’anno x1 a.C. all’anno x2 d.C. sono trascorsi (x1 + x2 -1) anni, dunque 476, e tenendo conto infine che un anno solare dura esattamente 365 gg, 5 h, 48 m, 45,8 s (quindi 365,2421968 giorni), si conclude che dal 445 a.C. al 32 d.C. sono passati esattamente 476 x 365,2421968 = 173.885,2857 giorni. Come si vede è un numero vicinissimo a quello voluto dalla profezia (173.880). Se poi consideriamo l’anno sidereo (o siderale) di 365 gg, 6 h, 9 min, 10 sec (365,2563657 gg), risulta che i giorni trascorsi sono pari a 173.862,0301 giorni (365,2563657 x 476), avvicinandoci dunque ancora di più. Dal 445 a.C. al 32 d.C. passano esattamente 69 settimane di anni con uno scarto inferiore ad un mese, la Passione di Gesù dunque viene centrata perfettamente dalla profezia di Daniele.

GESU’ CORRISPONDE AL PROFILO CHIESTO DA DANIELE. Il profeta utilizza per indicare questa figura la parola ebraica “Mesîah Nagid”, che deriva dalla radice aramaica “mashac” e significa “ungere”. La parola “Nagid”, usata come aggettivo (mentre Messia è il sostantivo), significa propriamente capo, conduttore, guida, duce, principe; letteralmente in ebraico: “quello che sta alla testa”, ma è usato nella sua funzione religiosa, il pastore che è stato designato da Dio per la Sua opera. L’espressione viene comunque tradotta dalla versione Vulgata come “Christum Ducem”, dalla Siriaca come “Cristo-Re”, da Teodozione come “Cristo egoumenou”. Va rilevato che il testo non dice: “fino a un capo, o conduttore, o guida o duce, il quale è stato unto”, ma “fino a (alla venuta di) un Unto”, a un prescelto quale Messia che è al tempo stesso capo, o conduttore, o guida, o duce. Daniele non intende dunque un personaggio qualunque e sconosciuto che per le sue caratteristiche è stato unto, ma specificamente l’Unto di Dio, il Messia, che è altresì capo, conduttore, guida, duce, e che Israele attendeva non solo per sé, ma come guida di tutte le nazioni. L’evidenza è così palese che coloro che vogliono rifiutare la messianicità della profezia identificano questo personaggio con il sommo sacerdote Onia III, e non possono che scrivere -come la “Bibbia di Gerusalemme”– che «lo stile letterario è allusivo e misterioso così fa intendere che il testo ha una portata alta» (La Bibbia di Gerusalemme, EDB 2002, a pag. 1938). Il filologo P. Winandy scrive: «Abbiamo notato che la letteratura qumraniana dà generalmente una prospettiva escatologica ad entrambi i termini “unto” e “capo”. Essi non sono mai applicati a un personaggio storico contemporaneo. Nell’apocalisse di Daniele, facendo parte di questa categoria di letteratura, siamo portati, di conseguenza, a dare a questi due termini una prospettiva messianica» (P. Winandy, “Étude philologique de Daniel” 9:24-27, 1977, p. 279). Insomma, solo il Cristo è l’unico personaggio dell’Antico Testamento ad essere sacerdote e re.

ULTIMA SETTIMANA: DISTRUZIONE DI GERUSALEMME (70 d.C.). La profezia di Daniele si chiude annunciando che dopo la venuta del Messia: «Il popolo di un principe che verrà distruggerà la città e il santuario. Egli stringerà una forte alleanza con molti per una settimana e, nello spazio di metà settimana, farà cessare il sacrificio e l’offerta. Sull’ala del Tempio porrà l’abominio della desolazione e ciò sarà sino alla fine, fino al termine segnato sul devastatore». Nessun altro evento storico, ad oggi, può soddisfare l’avverarsi di questa profezia se non la distruzione del tempio e della città avvenuta per mano dei romani nel 70 d.C. Si tratta dell’epilogo della guerra romano-giudaica del 67-74 d.C. che coincide perfettamente con gli eventi preconizzati da Daniele: dura esattamente 7 anni, ovvero una settimana di anni. Lo storico Giuseppe Flavio racconta nelle sue “Guerre Giudaiche” che il tempio è stato distrutto solo due volte nella storia: dai babilonesi la prima volta e dal futuro imperatore Tito la seconda ed ultima volta. Lo stesso viene confermato dalla Mishnah ebraica. Non c’è dunque nessun’altra interpretazione possibile che combaci con la profezia di Daniele. Il «principe che verrà» coincide con Vespasiano e poi Tito, leader dell’esercito romano, il quale effettivamente strinse «una forte alleanza con molti per una settimana», dove questi «molti» furono i regni circostanti come descritto nel dettaglio da Giuseppe Flavio in “Guerra giudaica”, e proprio costoro furono i più crudeli verso gli ebrei. Il vaticinio continua sostenendo che l’esercito straniero «distruggerà le città e il santuario»: esattamente ciò che fece l’esercito romano. E infine la parte più impressionante: in «metà settimana» distruggerà il Tempio, e la storia dimostra che ci vollero esattamente 3 anni e mezzo per conquistare e distruggere il Tempio: l’attacco di Vespasiano iniziò nei primi mesi del 67 d.C. (al massimo nella primavera di quell’anno) e il Tempio venne incendiato e distrutto dall’esercito romano nell’estate del 70 d.C. (nel giorno dieci del mese di Loos, dunque luglio), ovvero il secondo anno del regno di Vespasiano (Giuseppe Flavio, “Guerra Giudaica”, 6:250 e 6:268-269). La città venne distrutta subito dopo, nell’agosto del 70 d.C.. In totale, come si è detto, l’offensiva durò 7 anni, dal 67, anno dell’inizio dell’attacco di Vespasiano contro gli insorti, al 74 d.C. anno della conquista di Masada. La città e il tempio furono rase al suolo, Israele disperso e avvenne la fine dell’antico sacrificio e dell’antico culto. Sottolineiamo anche che la data del 70 d.C. appare a posteriori significativa perché tutta la profezia di Daniele si basa sul numero 7 e 70. Inoltre il vaticinio di Daniele è pronunciato esattamente al centro tra i precedenti 490 anni (70 settimane) in cui Davide conquista Gerusalemme e Salomone, suo figlio, costruisce il Tempio che verranno subito distrutti e i seguenti 490 anni (70 settimane) che si concluderanno con un’identica distruzione di Gerusalemme e del Tempio, nel 70 d.C. appunto. Riassumendo: un primo ciclo di 70 settimane conclusosi con la distruzione del Tempio e di Gerusalemme, un secondo ciclo di 70 settimane di schiavitù e un terzo ciclo di 70 settimane che culmina con la distruzione di Gerusalemme e del Tempio, dopo la morte del Messia. Facciamo presente che esiste un’altra ipotesi molto convincente, ovvero quella realizzata da Bouges e perfezionata da R.C. Newman: essi interpretano le «settanta settimane» come settanta cicli di sette anni, partendo dal decreto emanato da Artaserse II, che cade nel ciclo sabbatico dal 450 al 444 d.C. si arriva alla morte del Messia nel ciclo sabbatico che va dal 28 al 34 d.C., coincidendo perfettamente con gli anni della morte di Gesù (RC Newman, “Public theology and prophecy data: Factual evidence that counts for the biblical world view” Journal of the Evangelical Theological Society , 46/1 March 2003, 79–110).

L’unica nota che sembra essere fuori posto è quel periodo di 38 anni tra la crocifissione di Gesù e la distruzione di Gerusalemme. In realtà Daniele non dice affatto che gli eventi dopo la morte del Messia debbano verificarsi immediatamente. Anzi, come hanno notato Hoehner e Gundry, Daniele dice che la distruzione di Gerusalemme avverrà “dopo” la 69° e non “durante la 70°” settimana (H. Hoehner, “Chronological Aspects of the Life on Christ”, pag 59-60; R.M. Gundry, “The Church and the Tribulation”, Zandervan 1973, pag. 190). Questo modo insolito di esprimersi porta a dedurre che la 70° non segua immediatamente la 69° settimana, ma che ci sia un intervallo tra le due.

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