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Nadia: Dio ha curato il mio corpo ferito saziando l’anima di senso

NADIA aCCETTI

Nadia Accetti

Annalisa Teggi - pubblicato il 25/11/18

Entrai in depressione, dimagrii tantissimo, smisi di impegnarmi a scuola, mi allontanai dalla parrocchia. La vita cominciò a spostarsi altrove, però fu lento il cambiamento e quindi anche agli occhi esterni della mia famiglia fu difficile coglierlo. Il dimagrimento fu addirittura fonte di complimenti, perché non ero più robusta come prima. Anche se lentamente, però persi 35 kg. Ma non era il cibo il mio nemico, era altro e questo altro si manifestava anche in scelte distruttive, nel vivere tutto in modo esasperato.

Lo chiami suicidio

Negli ultimi anni questo termine viene usato anche dagli esperti, atei o credenti che siano. È una parola finalmente, e purtroppo, usata per identificare questi disturbi; bisogna dare il nome alle cose. È una forma lenta e subdola di suicidio, la depressione è questo. Il rapporto con il cibo invece diventa una dipendenza e io dall’anoressia sono poi passata all’opposto, alla bulimia.


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A scuola non ero l’unica, anzi la bulimia era molto frequente tra le mie compagne perché fa stare bene e dimagrire; ma io non avevo questo scopo, io avevo bisogno di colmare un vuoto e non conoscevo altro modo. Rimaneva un bisogno insaziabile, solo dopo gli ho dato il nome giusto: era fame d’amore. Non era un capriccio per essere bella.

Qual è stato il punto più basso della parabola, e poi il cambiamento da dove è partito?

Non c’è un giorno in cui cadi e un giorno in cui ti rialzi; i contorni sono sfumati e non meccanici. Sono stati lunghi dieci anni di buio, ma sono stati anche fatti di altro: mi sono fatta aiutare da specialisti, cominciai la mia carriera di pittrice e attrice, lavoravo ottenendo dei successi; ma il punto è che dentro mi sentivo morta.

NADIA ACCETTI
Nadia Accetti

Ero un fantasma colorato, ho mantenuto a lungo l’illusione di farcela da sola. Comunque il mio fondo fu un tentato suicidio, per fortuna non fu una scelta senza ritorno. Presi delle pasticche dopo una litigata con il mio fidanzato; ero chiusa in macchina e, dopo molti anni, invocai l’aiuto di Dio. Urlai e mi arrabbiai anche. Sentii nel cuore un nome: Farfa. È un’abbazia vicino Roma. Ascoltai quell’intuizione, dicendomi che avevo provato tutto, anche il buddismo, e tanto valeva andare a vedere cos’era. Decisi di fare un ritiro spirituale, senza capire troppo cosa voleva dire.

Cosa accadde a Farfa?

Dovevo starci mezza giornata perché i monaci non avevano la possibilità di ospitarmi in convento; ma è finita che ci sono rimasta 33 giorni. Mi sentii in tutto simile a Marcellino pane e vino. Avevo lo stupore di una bambina, perché per me era tutto nuovo, dalle lodi alle preghiere in latino. Soprattutto ho conosciuto davvero per la prima volta il Sacramento della Confessione e lo associo al «vestire gli ignudi»; quei monaci mi hanno rivestito della dignità che io avevo venduto in tanti modi, ma prima mi era stata rubata. Ho ricominciato ad amare me stessa, ma non ho ricevuto solo la guarigione: prima di tutto quest’esperienza mi ha donato lo sguardo di Dio, come Lui guarda me. Si riesce ad amare se stessi solo se ci si guarda attraverso gli occhi di Dio Creatore, che ci ha voluti esattamente come siamo (anche con i difetti, i complessi che ci ritroviamo). È stata un’esperienza, non un indottrinamento.




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Nessuno dei monaci mi ha obbligato a pregare o andare in chiesa. Da qui poi, il mio desiderio di offrire anche agli altri questo dono gratuito di amore che ho ricevuto. Ho creato questa piccola realtà associativa perché sono stata talmente inondata dalla tenerezza dello sguardo di Dio che non potevo non restituirlo agli altri come mio ringraziamento.

L’io che credeva di sapere tutto e di reggere tutto, e in realtà stava morendo, è sbocciato di nuovo perché guardato da un Altro con un amore di cui non era capace. Sbaglio?

Io ho ricominciato a guardarmi allo specchio con amore, perché Lui mi ha fatta così come sono e perché Lui mi vuole così come sono.

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anoressiabulimiadepressione
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