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Suicidio, tentato suicidio, pulsioni suicide: come farvi fronte

SUICIDE OF JUDAS
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Superiore del seminario della diocesi di Sion, in Svizzera, padre Joël Pralong torna per Aleteia sul dramma che rappresenta il suicidio dei giovani.

Mi guardo indietro e realizzo che da più punti di vista sono ormai un sopravvissuto (o reduce che dir si voglia): «nel mezzo del cammin di nostra vita» ho già salutato diversi parenti, diversi amici, nonché versato una certa quantità di lacrime. Mi è passata accanto più volte, pure, la gelida ombra del suicidio: compagni d’infanzia, compaesani, vicini di casa, parenti, congiunti… e ho pure visto qualcuno che – grazie a Dio – «non ce l’ha fatta», lasciando a noi da fare, tutti insieme, quel che non s’era fatto prima e quel che andrà fatto poi (ché “dopo” niente può essere più come “prima”).
L’uomo di cui ho tradotto l’intervista è uno che nell’abisso di chi si suicida ci ha guardato a fondo – tradurlo mi ha smosso qualcosa dentro. Il commento musicale l’ho aggiunto io, erano le canzoni che mi risuonavano dentro mentre traducevo. Ringrazio anche i miei vecchi amici Luciano Ligabue e Fabrizio De André, miei veri comites vitæ: coi loro pregi e coi loro difetti, sono una parte di me e li amo. Anche perché a me e a moltissimi altri hanno dato alcune parole sufficientemente impregnate di speranza da farci sostenere il meraviglioso carico dell’esistenza [G. M.].

Aleteia: «Ha scelto di lasciarci», si dice spesso quando si dà l’annuncio di un suicidio. Si sceglie davvero di mettere fine ai propri giorni?

Joël Pralong: Il suicidio è davvero una libera scelta, possiamo dirlo con cognizione di causa? La domanda ne implica un’altra: siamo davvero liberi, nella vita, di scegliere cosa sia bene per noi? In generale abbiamo il sentimento di essere liberi nelle nostre scelte. Però ci capita pure, guardandoci indietro, di rimpiangere la scelta che abbiamo fatto: «Ah, se avessi saputo non l’avrei fatto…». Questo rimorso mostra che il sentimento di scegliere liberamente è forse illusorio, e che allora ciò che sembra essere bene in realtà ci ha fatto del male. Alle volte anche noi agiamo sotto la pressione di un leader, di un’opinione, della tale corrente di pensiero, del tale gruppo politico, della tale moda d’abbigliamento eccetera. E talvolta sotto la spinta di forze interiori: paure, angosce, panico, collera, stato di carenza… ad esempio, prendere una decisione su una botta di malinconia, un colpo di testa, un colpo di fulmine, un colpo al cuore o un istante di disperazione non è un atto di libertà né di responsabilità. Come non si sceglie di innamorarsi. L’atto dettato dalla paura, dal panico, dalla gelosia, dalla collera, diminuisce di molto la responsabilità della persona e talvolta semplicemente l’abolisce. Donde la definizione di “suicidio” data da Victor Hugo: «Il suicidio non è un atto di vigliaccheria, come dicono i predicatori che esagerano. Non è neppure un atto di coraggio. È una lotta tra due paure. C’è il suicidio quando la paura della vita vince sulla paura della morte».

A.: Di che cosa è atto il suicidio?

J. P.: Diciamolo chiaramente: il suicidio non è un atto di vigliaccheria né di coraggio, né di libertà – cosa che potrebbe renderlo attraente. Il coraggio sarebbe piuttosto quello di vivere malgrado le difficoltà. La maggior parte dei suicidi non qualifica il suicidio come un gesto di coraggio o di vigliaccheria. Per loro, il suicidio rappresenta la forma meno cattiva di mettere fine a una sofferenza diventata insopportabile. Meno che un atto libero, è un gesto di disperazione fatto sotto la pressione di un dolore diventato insopportabile.

A.: Come fa il desiderio di morte a diventare più forte dell’istinto di conservazione?

J. P.: In realtà, la persona che mette fine ai propri giorni cerca confusamente di ritrovare la pace interiore. La nostra natura è rivolta verso la vita. Prendete una torcia ardente, rivoltatela in tutti i sensi… la fiamma tenderà e si eleverà sempre verso l’alto, perché quella è la sua natura. Così è della natura umana: alla ricerca di felicità, fatta per la felicità, sempre tesa verso il Bene… verso Dio. Allora come spiegare questo gesto di morte che è il contrario del bene, della felicità? In realtà, perturbato e condizionato dal dolore, il suicida si sbaglia sul bene. L’intelligenza giudica come “bene” ciò che in realtà è un “male”, donde la citazione di Blaise Pascal: «Tutti desiderano essere felici, anche quelli che vanno a impiccarsi». Altrimenti detto, cercando di mettere fine ai suoi giorni il suicida desidera ciò che pensa essere un bene, e questo bene lo uccide. Sbaglia strada. E se Dio è il Bene ultimo a cui il nostro cuore aspira, allora possiamo sperare che il suicida abbia trovato Dio…

Nessuno di noi vive per sé stesso e nessuno muore per sé stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo dunque del Signore.

Rom 14, 7-8

A.: Perché l’adolescente è particolarmente vulnerabile? Ci sono nature più fragili di altre?

J. P.: «Dietro il desiderio di morte si nasconde più spesso nell’adolescente un formidabile desiderio di vivere in un altro modo», scrive padre Jean-Marie Petitclerc:

Ci si sbaglia di grosso quando si pensa che un adolescente suicida sia affascinato dalla morte. In realtà, egli prova un grande desiderio di vivere, ma in un altro modo, perché la realtà della sua vita nel quotidiano gli pare troppo deludente rispetto alle proprie aspirazioni. […] Ciò che è terribile è che un tale desiderio di vivere conduca tanti giovani verso la morte.

In realtà il giovane non ha voglia di morire, vuole solamente cambiare una situazione divenuta ingestibile, trovare un isolotto di pace. Donde l’importanza di osservare i suoi stati d’animo, i suoi cambiamenti di umore e di attitudine, le frasi minacciose che butta là, il suo comportamento a scuola, i suoi risultati scolastici… Sono altrettanti indizi da non trascurare. Certo, un adolescente è più fragile perché spesso fa fatica a mettere una distanza tra i suoi sogni, le sue aspirazioni, e la dura realtà del quotidiano. Un adolescente può mettere fine ai propri giorni per una semplice ventata di malinconia: un brutto voto a scuola, un dispiacere amoroso, il sentimento di essere escluso dal gruppo e via dicendo. Recentemente ho incontrato Valérie, dopo il suo tentativo di suicidio. Le ho chiesto di ricordarsi che cosa le fosse passato per la testa in quel momento cruciale della sua adolescenza, e come intravedesse la morte. Mi ha risposto:

All’epoca avevo diciassette anni e stavo male nei miei panni. Avevo l’impressione che nessuno mi amasse, io stessa non amavo il mio corpo, chi mi stava vicino mi sminuiva di continuo, mi detestavo. Allora per farmi accettare recitavo una parte, quello della ragazza gentile che dice di sì a tutti, e tutti mi trovavano gioviale, pensavano che fossi a mio agio, mentre quello che accadeva dentro di me era tutta un’altra storia. Allora una domenica ho deciso di finirla con questa vita diventata insopportabile. Il mio gesto suicida l’ho preparato lucidamente, in maniera riflessa e responsabile: sapevo ciò che stavo per fare. Avevo la fede, credevo in Dio, ma la questione dell’aldilà non è venuta a ostacolare i miei pensieri. Ero determinata, non vedevo altre soluzioni. Nella mia idea, la morte non aveva il colore che in generale le si dà. Per me, morire significava abbreviare le mie sofferenze, stare meglio, trovare la pace e la liberazione dalle mie pene… non la fine di tutto. Ero francamente stufa di essermi smarrita. Poi mi sono fatta aiutare e, poco a poco, ho imparato ad amarmi, a confidarmi coi miei amici. Mi sono rimboccata le maniche dicendomi che la vita valeva certamente la pena di essere vissuta.

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