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«Come si fa a sapere se un nostro parente è in Paradiso?»

DAY OF THE DEAD

CC Flickr: KonvolinkaPhotography

Giovanni Marcotullio - pubblicato il 22/11/18

La domanda di un lettore ci guida in un excursus tra l'antico e il nuovo testamento, tra pratiche subapostoliche scomparse senza lasciar traccia e le vicende che hanno contrapposto Lutero a un domenicano dai metodi comunicativi “audaci”. E finalmente confortiamo il dato scritturistico con le pagine di due grandi Papi.

Un lettore ci ha chiesto se esista un modo per sapere se un proprio parente è in paradiso. Quando mi hanno mostrato questa domanda ho dapprima sorriso, dicendo: «La risposta è semplicissima: no». Poi mi sono soffermato a pensarci e mi son detto che però la questione apriva la porta a una serie di considerazioni collaterali – sulla storia del cristianesimo, sulle ragioni e sulle modalità… – che valeva la pena di esplorare un poco.

Alcuni riferimenti scritturistici

Anzitutto sulla legittimità del desiderio di salvezza per i propri cari, specie quelli defunti senza aver conosciuto Cristo. Noi tutti abbiamo dei cari estinti per i quali cerchiamo di “lucrare un po’ di grazia”, anche se spesso non sappiamo ben esprimere con termini precisi ciò che facciamo: istintivamente “misuriamo” la loro distanza con il “Mistero buono di tutte le cose” considerando diversi fattori. Anzitutto se la persona in questione era praticante, o se almeno era credente. O se non era credente cerchiamo di valorizzare buone disposizioni costanti che ebbe in vita, quali la rettitudine, l’onestà, la fedeltà nell’amore. Se non troviamo neppure questo cerchiamo di soppesare almeno le ristrettezze in cui visse, le privazioni che subì, le sofferenze che patì… insomma tutto quanto possa se non giustificare perlomeno rendere comprensibili un incattivimento e una cattività rispetto alla questione di Dio. «La bestemmia del povero che soffre – sintetizzava perciò sant’Alfonso Maria de’ Liguori – è una litania alle orecchie di Dio».

Così ragionava Giobbe riguardo ai figli, che pure erano vivi:

Ora i suoi figli solevano andare a fare banchetti in casa di uno di loro, ciascuno nel suo giorno, e mandavano a invitare anche le loro tre sorelle per mangiare e bere insieme. Quando avevano compiuto il turno dei giorni del banchetto, Giobbe li mandava a chiamare per purificarli; si alzava di buon mattino e offriva olocausti secondo il numero di tutti loro. Giobbe infatti pensava: «Forse i miei figli hanno peccato e hanno offeso Dio nel loro cuore». Così faceva Giobbe ogni volta.

Gb 1, 4-5

E così ragionava Giuda Maccabeo scoprendo che i suoi uomini, morti, avevano peccato di idolatria:

Giuda poi radunò l’esercito e venne alla città di Odollam; poiché si compiva la settimana, si purificarono secondo l’uso e vi passarono il sabato. Il giorno dopo, quando ormai la cosa era diventata necessaria, gli uomini di Giuda andarono a raccogliere i cadaveri per deporli con i loro parenti nei sepolcri di famiglia. Ma trovarono sotto la tunica di ciascun morto oggetti sacri agli idoli di Iamnia, che la legge proibisce ai Giudei; fu perciò a tutti chiaro il motivo per cui costoro erano caduti. Perciò tutti, benedicendo l’operato di Dio, giusto giudice che rende palesi le cose occulte, ricorsero alla preghiera, supplicando che il peccato commesso fosse pienamente perdonato. Il nobile Giuda esortò tutti quelli del popolo a conservarsi senza peccati, avendo visto con i propri occhi quanto era avvenuto per il peccato dei caduti. Poi fatta una colletta, con tanto a testa, per circa duemila dramme d’argento, le inviò a Gerusalemme perché fosse offerto un sacrificio espiatorio, agendo così in modo molto buono e nobile, suggerito dal pensiero della risurrezione. Perché se non avesse avuto ferma fiducia che i caduti sarebbero risuscitati, sarebbe stato superfluo e vano pregare per i morti. Ma se egli considerava la magnifica ricompensa riservata a coloro che si addormentano nella morte con sentimenti di pietà, la sua considerazione era santa e devota. Perciò egli fece offrire il sacrificio espiatorio per i morti, perché fossero assolti dal peccato.

2Mac 12, 38-45

Come molti sapranno, questo passo – che storicamente è stato addotto a fondamento biblico delle indulgenze per i defunti – fu una delle “molle” che spinsero Lutero a ritagliare il Canone delle Scritture, col pretesto di purificare la Bibbia dalle parti non scritte in ebraico (i libri dei Maccabei, infatti, compaiono direttamente in greco).

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