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Come e perché sono scomparse le “beghine”

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La risposta in un romanzo storico di Aline Kiner

Spesso siamo presi dallo sconforto di fronte alle difficoltà a cui ci consegnano i tempi in cui viviamo: ci sembra che niente, né le condizioni del mondo né quelle della Chiesa siano mai andate così male. Questa impressione — che ogni storico sa bene quanto sia ingannevole — viene completamente rovesciata dalla lettura di un bel romanzo storico da poco uscito, La notte delle beghine di Aline Kiner (Vicenza, Neri Pozza, 2018, pagine 304, euro 17).

Gli eventi si svolgono a Parigi, fra il 1310 e il 1314: gli anni del regno di Filippo il Bello, nipote del re santo, Luigi. La situazione del regno è catastrofica dal punto di vista economico, e Filippo non trova altro modo di rimpinguare le casse vuote che perseguitare i ricchi, al fine di requisire i loro beni. Prima tocca agli ebrei, poi ai templari, infine ai banchieri italiani che però possono contare su un veloce ritorno, perché c’è sempre bisogno di denaro in prestito. La questione economica si tinge quindi di ragioni religiose, vengono agitati spauracchi di eresia e di tradimento.

In questa atmosfera piena di tensione si snoda la trama principale del libro, cioè la storia di alcune donne che fanno parte del grande beghinaggio di Parigi, quasi una città nella città, un grande spazio murato al cui interno sono state costruite le piccole case destinate alle ospiti, la chiesa e i locali comuni: il refettorio, la sala riunioni, l’ospedale. È stato Luigi ix a donare alle beghine quel terreno, e a proteggerle dalle critiche che fin dall’inizio dell’esperienza piovevano su di loro.

Si trattava infatti innanzi tutto di donne libere, che liberamente si riunivano in una società religiosa promettendo castità e obbedienza alla badessa — eletta in genere loro stesse — e che si raccoglievano a pregare nelle ore stabilite, ma che potevano liberamente uscire, praticare una professione, mantenere la proprietà dei beni, e anche vestirsi come volevano, al di sotto di un ampio mantello con cappuccio che comunicava all’esterno la loro identità di beghine. Il grande beghinaggio di Parigi era ampio e importante, contava ospiti di nobili natali e fornite di beni, tutte pronte a esercitare la carità verso quelle donne che si presentavano alla loro porta. Soprattutto l’ospedale svolgeva un’importante funzione nella città, per la sua pulizia e ordine, e per le capacità di cura di Ysabel, un beghina esperta di erbe medicamentose.

Esistevano anche altre beghine che, a piccoli gruppi, vivevano nella città esercitando vari mestieri, più spesso quello di tessitrici e merciaie, sempre in contatto con il grande beghinaggio.

Questo gruppo di donne libere e colte, un’avanguardia rispetto alle mogli o alle monache del tempo, era apprezzato solo in parte: più forti nel clero erano i sospetti e le critiche, che raggiungono un livello allarmante in occasione del processo e della condanna al rogo di una beghina delle Fiandre, Margherita Porete. La sua morte si intreccia a quella dei templari, anch’essi innocenti ma accusati di stregoneria dal re per fini politici e finanziari, mentre il papa non ha l’energia di opporsi a nulla, e il suo tentativo di tergiversare nelle risposte viene immediatamente impugnato dal re, che procede velocemente nelle condanne.

Anche le beghine fanno le spese di questa atmosfera di sospetto e di controllo esasperato: la loro libertà, la loro fede libera, la loro adesione a una vita cristiana senza il controllo di ecclesiastici sono considerate di per sé una colpa e vengono quindi disperse e perseguitate. Per secoli si perde anche la memoria della loro esistenza, finché, in anni recenti, la ricerca delle donne non le ha riportate in auge, insieme con la riscoperta di qualche copia nascosta del libro proibito di Margherita Porete.

Questo romanzo è un buon modo per avvicinarsi a questa storia dimenticata, e permette di capire meglio le vicende che hanno coinvolto le donne nella storia della Chiesa.

 

QUI L’ORIGINALE

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