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La più bella riflessione sull'incontro a cui tutti aneliamo con il Padre

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Catholic Link - pubblicato il 21/11/18

Ascoltare e seguire la chiamata

Non sentite quel canto misterioso che sembra provenire da un orizzonte lontano? Un canto che ci esorta a issare le vele per intraprendere un viaggio nuovo, verso una terra nuova, verso un cielo nuovo (cfr. Apocalisse 21, 1)? È questo che succede ai cristiani nel momento in cui prendono coscienza di questa chiamata, che ci ricorda che questa realtà, questo mondo, questa vita, è solo una figura passeggera, uno specchio enigmatico che passa.

Sì, come Ulisse i cristiani non si lasciano ingannare dall’illusione di un’isola perfetta, di un regno terreno, anche se il mondo tecnico potesse un giorno arrivare a realizzare le sue deliranti promesse (che per ora non sono altro che questo), perché sappiamo che questa non è la nostra casa. Desideriamo, sì, in modo fervente la vita, l’amore, i beni materiali necessari, ecc., e va tutto bene, perché agli occhi di Dio tutto è buono e bello (cfr. Genesi 1, 1-31), ma li desideriamo e accettiamo a una condizione: che siano vissuti come pegni della nostra dimora futura, ovvero in quanto assunti come segni che ci aiutano a tornare a Cristo, per lasciarci portare da Lui, con Lui e in Lui, verso l’abbraccio eterno del Padre.

In questo senso, ogni azione vale nella misura in cui è Volontà del Padre, perché non chi dice “Signore, Signore” entrerà nel Regno dei Cieli (cfr. Luca 13.25-27). Ogni tentativo di aiutare il Signore deve essere vissuto in questa tensione di eternità e di salvezza – il resto sono illusioni, perché “Qual vantaggio infatti avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima?” (Matteo 16, 26).

Il paradiso non è una promessa terrestre, ma celeste. È nel cielo che dobbiamo riporre il cuore, perché il tesoro è lì. La vita, l’amore e i beni devono essere relativizzati e ordinati in base a questo principio; secondo una terra promessa che non è di questo mondo, che qui non si trova e alla quale dobbiamo ancora arrivare. Qualsiasi tentativo di vivere, amare e possedere che non sia ordinato a questo viaggio perde tutto il suo senso.

Risuona ancora, di fronte a ogni pretesa di costruirci un paradiso qui e ora, quello che Dio ha detto all’uomo di successo: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà?” (Luca 12, 20). Si tratta di volgere il nostro sguardo a quel Regno futuro e anelato, che qui appare solo come seme. Il Regno di Cristo, bisogna insistere su questo, non è di questo mondo: “Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce»” (cfr. Giovanni 18, 36-37).

Il cristiano ascolta questa voca e, come Ulisse, guarda con nostalgia l’orizzonte, perché vede al di là… e piange. Guarda a Oriente… Piange non con malinconica tristezza o sospiri che consumano la vita, ma con un dolore dolce e pieno di speranza che ci genera il fatto di sapere che le nostre richieste sono state ascoltate. Sì, il Padre ci ha ascoltati e viene a cercarci. Sa che desideriamo che questo esilio finisca. Sa che nel più profondo desideriamo realizzare finalmente il nostro esodo a casa. Anche Lui lo desidera. E ci aspetta.

Sa anche che, a differenza di Ulisse, per realizzare questo viaggio non bastano la nostra semplice volontà e la nostra pura ragione. È impossibile farcela con le nostre forze, con i nostri meriti. Per compiere il nostro destino dobbiamo lasciarci plasmare, aprirci, come dicevamo, a quei rapporti originari che costituiscono la nostra persona e che nel nostro caso trovano origine, fine e fondamento nel cuore della Trinità, in Dio.

Per questo, tornare nel nostro caso implica il fatto di accogliere di nuovo un amore che ci viene donato nuovamente, in parole povere implica il fatto di essere salvati. Per questo il Padre ci manda non solo un messaggero per intercedere a nostro favore (un Ermes qualsiasi), ma il suo stesso Figlio (Dio ama il mondo a questo punto).

Grazie a Lui si ristabilisce la comunione e il paradiso perduto (e anelato) viene riconquistato (donato). Come abbiamo detto, il Signore è venuto a portare a pienezza questa intuizione che l’uomo essendo uomo, desiderio impossibile, che ci aveva lasciato condannati a un’eterna frustrazione: il desiderio di tornare a casa per poter contemplare nuovamente il volto del nostro Padre. Cristo è venuto per riportarci a casa: “Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, ve l’avrei detto. Io vado a prepararvi un posto” (Giovanni 14, 2). Con la sua incarnazione, morte e resurrezione il Signore ha permesso la riunificazione di tutte le cose, sia di quelle dei cieli che di quelle della terra (cfr. Efesini 1, 9-10), aprendo una nuova via di ritorno al Padre attraverso di Lui.

Essere riscattati da Cristo per lasciarci riconciliare con il Padre

Per solcare questi mari ci concede una nuova imbarcazione, la sua Chiesa, in cui deposita i viveri necessari. Il Maestro ci dice (parafrasanto l’intuizione di Omero in bocca a Calipso): “ Dentro ti ci porrò pane, acqua e purpureo vino, quanto ti basti a nutrirti, che tu non patisca la fame; e poi ti coprirò di vesti; ed un prospero soffio dietro ti spirerò, si che tu torni illeso a la patria, se ciò vogliono i Numi che reggono il cielo profondo, che sono piú possenti di me nel volere e nel fare” (cfr. Canto V). Cristo ci offre di tornare dove sono nostro Padre, nostra Madre, i nostri fratelli; la Chiesa trionfante, il suo Corpo, la nostra famiglia, dove grazie ai nostri rapporti originari troviamo (e compiamo) la nostra missione e il nostro destino ultimo, dove raggiungiamo la pienezza della verità su noi stessi e sugli altri, ovvero essere Figli di Dio, figli nel Figlio, eredi e figli di Dio per lo Spirito di adozione filiale (cfr. Romani 8, 14-16).

Bisognerebbe anche precisare che la nostra eroicità in questa missione consiste più nell’essere sufficientemente umili per riconoscere la nostra dipendenza e la nostra necessità, ovvero accettare le nostre ferite e i nostri peccati per essere perdonati da Dio nell’ordinario che nel realizzare chissà cosa di straordinario.

Qui l’essenziale non è tanto tornare, quanto essere restituiti da Cristo alle mani di Dio. Bisogna essere riscattati da Cristo per lasciarci riconciliare con il Padre (2 Corinzi 5, 20). O, con le parole di padre Hurtado, “Egli ha compiuto la sua missione, ma vuole che io compia la mia. Vuole servirsi dei miei piedi per camminare, delle mie mani per lavorare, delle mie labbra per benedire, del mio esempio per entrare in altre anime”.

Il segreto sta nel permettere al Signore di operare in noi, trasformandoci in strumenti della sua azione, perché solo Lui conosce il cammino. San Paolo ci parla in modo figurato quando afferma: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio” (Galati 2, 20). “Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come non l’avessi ricevuto?” (1 Corinzi 4,7), o quando afferma: “Se infatti uno pensa di essere qualcosa mentre non è nulla, inganna se stesso” (Galati 6,3).

Per questo, quando ricordiamo – in ogni Messa, che è memoriale –, piangiamo fin dal profondo del nostro essere, piangiamo di gioia e nostalgia per i nostri peccati, perché sappiamo che in questo modo Dio sta tornando a poco a poco nella nostra casa (perché ci guarisce e ci eleva). E allora con fiducia supplichiamo: “Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo. Non respingermi dalla tua presenza e non privarmi del tuo santo spirito. Rendimi la gioia di essere salvato, sostieni in me un animo generoso. (…) Non gradisci il sacrificio e, se offro olocausti, non li accetti. Uno spirito contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto e umiliato, Dio, tu non disprezzi” (cfr. Salmo 50).

In questo modo, con l’aiuto della grazia, ci mettiamo in piedi e come pellegrini quali siamo riprendiamo il cammino, con l’unica speranza di giungere un giorno lì dove “occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano” (1 Corinzi 2, 9), con la certezza che “le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. (…) Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto. Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità” (cfr. 1 Corinzi 13).

E allora la creazione che geme, l’amore e la vita donati raggiungeranno la loro trasfigurazione totale, rivelandosi il loro senso più profondo.

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diopadre
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