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La più bella riflessione sull'incontro a cui tutti aneliamo con il Padre

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Catholic Link - pubblicato il 21/11/18

L’amore sembra essere l’inizio, il motore e la meta a cui tende l’universo

In Lui ci muoviamo, viviamo ed esistiamo, per dirla con San Paolo (Atti 17, 28). In realtà l’essenza stessa della vita, la sua struttura, il suo tessuto più intimo e vitale, è in ultima istanza amore, perché l’amore è la fonte da cui emana la vita; perché la vita se è autentica è espressione d’amore. A cosa serve vivere se non si ama, se non si vive per servire? Può essere chiamata vita una vita senza amore?

Bisognerebbe aggiungere che non desideriamo qualsiasi tipo d’amore. Vogliamo un amore puro e in una certa misura piacevole (anche se questo implica il fatto di soffrire), un amore libero e incondizionato, un amore che aumenta ed è fedele. Nessuno si accontenta di un amore impuro e interessato, possessivo e che si spegne, o che è infedele. È forse per questo che è tanto difficile trovare un amore vero. Forse per questo sono tanti quelli che girano per il mondo mendicando un po’ di affetto sincero, senza riuscire a placare la propria sete.

Quali sono i desideri più profondi del cuore dell’uomo? Ricapitolando: i beni materiali necessari e sufficienti, una vita sana e abbondante, un amore sincero e intenso. C’è qualcos’altro da aggiungere? Credo che con questa lista potremmo riassumere quello che intendiamo per felicità.

Se la risposta è negativa, ovvero se bastano davvero questi elementi, allora dovremmo anche ammettere che nessuno, almeno sano di mente, potrebbe respingere questi doni se gli venissero offerti gratuitamente. La conseguenza logica del sillogismo sembra evidente. O, passando a una proiezione più personale, se in questo momento ascoltassimo una voce che ci dicesse: “Vieni, mio amato, ti offro ricchezze, una vita sana, forte, immortale… e anche di eterna giovinezza, ti offro il mio amore intenso, incondizionato e per sempre… Resta solo qui al mio fianco”, qualcuno oserebbe replicare: “No, non voglio”? Chi potrebbe rifiutare un’offerta simile? Chi potrebbe rinnegare in modo tanto radicale la felicità che risponde ai desideri più profondi del cuore?

E cosa succederebbe se invece vi dicessi che esiste la storia di un uomo che lo ha fatto, cioè che ha rifiutato tutto questo e forse anche di più? Spero che sorgerebbe una spontanea meraviglia, e questa risveglierebbe in noi lo stupore, e se lo lasciassimo crescere abbastanza questo potrebbe trascinarci, spingendo la nostra imbarcazione come un vento che soffia impetuoso, fino alla domanda: Esiste forse qualcosa di più profondo che il cuore umano possa desiderare?

La risposta è sì. È quello che è accaduto a Ulisse, mitico eroe greco, ed è qualcosa che il suo popolo ha trasmesso nei secoli. Tanti secoli fa, i greci già intuivano, quali semi del Verbo (nella geniale categoria di San Giustino), che esisteva qualcosa di più. Si trattava di un anelito che poi Cristo è venuto a confermare e a colmare, ovvero che esiste una chiamata più grande, un’armonia cosmica maggiore, una Volontà del Padre che ci invita a compiere un destino che trascende la nostra storia, che supera il nostro qui e ora, che va al di là del nostro tempo e del nostro spazio. Ci riferiamo, in poche parole, al destino di ritornare a casa.

Il desiderio di tornare a casa

Nei canti IV, V e XII dell’Odissea, poema greco che narra il viaggio di ritorno di Ulisse alla sua amata patria Itaca, possiamo già intravedere e percepire questa tensione, o meglio questo anelito e questa intuizione. Ci viene raccontato che, dopo lunghi anni di dure prove e dopo aver perduto tutto il suo equipaggio, Ulisse resta bloccato, e in un certo senso “incantato”, su un’isola perfetta in cui viveva la ninfa Calipso.

Gli dei, in una sorta di gesto di compassione per la sua fedeltà e giustizia nei loro confronti, gli permettono di vivere, e la ninfa, salvandolo, gli concede tutto quello che in teoria un uomo potrebbe desiderare: la sua bellezza eterna e un amore devoto (Calipso si innamora perdutamente di lui), i beni dell’isola, e come se non bastasse il dono dell’immortalità e dell’eterna giovinezza, cosa che Calipso offre ripetutamente al nostro eroe se deciderà di rimanere con lei.

Non bisogna fare molti conti per capire che questa isola paradisiaca diventa la prova più difficile che Ulisse debba affrontare. Una grande tentazione all’inizio (vi trascorrerà quasi sette anni, anche se sembreranno giorni), ma che alla fine diventerà un profondo castigo. Un’isola perfetta quanto una prigione, almeno per un uomo che sa di essere fuori posto.

Contro ogni pronostico, il nostro protagonista alla fine, contemplando l’orizzonte con profonda nostalgia, sperimenta di nuovo il dolore di un desiderio ancor più profondo: il desiderio di tornare a casa, l’unico luogo in cui il caos vissuto (per la dura guerra e le tante prove) può trovare veramente il suo senso e ricomporsi, trasformando la sua storia in cosmos (ordine). Perché? Perché è solo a casa sua che ciascuno può dispiegare e compiere la sua identità, dimensione sempre legata ai rapporti d’origine in cui è stata intessuta e forgiata la nostra persona.

Ulisse sapeva dentro di sé di non essere fatto per quella vita. Era il marito di Penelope, il padre di Telemaco, il re di Itaca. Era questa la sua chiamata, la sua vocazione, il suo destino. Doveva rispondere a questo. Per questo doveva tornare. Per questo il ricordo del suo regno ora lontano gli provoca un dolore acuto e dolce che gli consuma la vita, rendendogli impossibile vivere in pace con se stesso (pace interiore), anche se poteva avere apparentemente tutto. Perché in fondo non era se stesso. Non è un caso che molte delle prove nel poema abbiano a che vedere con il fatto di evitare di cadere nella trappola dell’oblio.

Possiamo immaginarci Ulisse che piange come un bambino mentre guarda il mare, mentre si risveglia in lui il ricordo che evoca un’altra volta il suo più grande desiderio, a cui tutti gli altri devono ordinarsi per avere senso: il desiderio di tornare nella sua patria, a casa sua, a se stesso. E allora non riesce più a conformarsi, né a vivere la pienezza dei doni presenti che gli vengono offerti, perché nulla è sufficiente se non compie il suo destino, se non porta a termine il ruolo che gli è stato affidato nel teatro della vita, e che deve compiere perché è il suo e di nessun altro.

Per questo “lo trovò che sedeva sovressa la spiaggia; né gli occhi erano asciutti mai di pianto, e struggea la sua vita desiderando il ritorno; ché cara non gli era la Ninfa”. Si consumava, e la ninfa non gli era più gradita, perché nulla basterà a colmare il cuore dell’uomo se questi non risponde alla sua chiamata ultima, se non compie la missione per la quale è stato creato e che solo lui, essere unico e irripetibile, può compiere.

Su questa linea, mi viene in mente l’esortazione di padre Hurtado, che diceva: “Compi la missione che ti è stata affidata, la tua piccola missione, quella che solo tu puoi compiere; tu solo in tutto il creato puoi realizzare quella missione. Se non la realizzerai rimarrà irrealizzata, la tua missione, missione di generosità!”

In fondo, è scoprendo questa unicità che sorge il momento cruciale e opportuno per ogni persona, l’opportunità di rispondere a una chiamata alla generosità; chiamata che è un dono che nasce e ci reclama fin dal profondo. Chiamata che ci esorta a rispondere con queste parole sigillate fin dall’eternità: “Fiat mihi voluntas tua”. Chiamata di Dio che ci chiede di andare al di là dell’anelito a una vita perfetta (quella che mira all’autorealizzazione e basta), per raggiungere piuttosto una vita saggia, ovvero una vita di autotrascendenza, che è capace di morire a se stessa per donarsi e compiersi in un servizio d’amore; per amore e nell’amore.

In questo contesto si può interpretare la radicale affermazione di Salomone, quando pregando Dio dice: “Se anche uno fosse il più perfetto tra gli uomini, mancandogli la tua sapienza, sarebbe stimato un nulla” (Sapienza 9, 6). Bisognerebbe vivere così, a mio avviso, anche l’amore per la saggezza (filosofia).

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diopadre
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