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Il bambino e la piena realizzazione di sé

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Scelte di libertà

«La dignità di ogni essere umano. I bambini nell’insegnamento ebraico e cattolico» è il tema del sedicesimo incontro della Commissione mista fra il Gran rabbinato d’Israele e la Chiesa cattolica, che si svolge a Roma dal 19 al 21 novembre. Pubblichiamo quasi per intero la riflessione introduttiva da parte cattolica tenuta dall’arcivescovo di Chieti-Vasto, membro della commissione.

Nella prospettiva biblica l’essere umano è caratterizzato dalla tensione permanente fra l’esteriorità dell’essere in relazione, impegnato nei vincoli dell’esistenza storica, e l’interiorità a partire dalla quale tende a superare o almeno a gestire questi stessi vincoli con la conoscenza e le scelte della sua libertà. Nella dialettica di interiorità ed esteriorità, la persona umana viene a situarsi come soggetto assolutamente singolare, sorgente del dinamismo personale, che finalizza a se stesso il rapporto con l’altro e insieme si auto-destina all’altro, stabilendo con altri un rapporto di reciprocità. È nell’unità di queste relazioni, nella loro interazione, che la persona appare come il soggetto libero e consapevole della propria storia, chiamato a muoversi continuamente sulla frontiera fra interiorità ed esteriorità, in grado di saldare in unità profonda questi due campi. Affinché queste acquisizioni non restino speculazione astratta è necessario, però, che a ogni persona umana sia garantito, in nome della sua singolare dignità, non solo il rispetto necessario all’esercizio delle sue possibilità, ma anche l’accesso ai mezzi di formazione e di conoscenza che la mettano in grado di operare scelte di libertà per la piena realizzazione di sé, in un contesto di diritti e doveri che valgano analogamente per ogni altra persona umana.

Se quanto detto sulla persona vale per ogni essere umano, tanto più vale per quegli esseri umani che non sono ancora pienamente in grado di esprimere le proprie potenzialità e di tutelare se stessi: i bambini. Essi hanno capacità di conoscenza e di sensibilità spesso sottovalutate dagli adulti, e sanno interessarsi a domande e campi di osservazione ampi e profondi molto più di quanto comunemente si pensi. Il rispetto della dignità personale del bambino deve andare, perciò, anche nella direzione di offrirgli stimoli e strumenti il più possibile vasti e adatti a sviluppare le sue capacità riflessive e operative. Lo scopo di una tale attitudine verso i piccoli non è in primo luogo quello di dare loro risposte: non si tratta di voler introdurre il bambino in un sistema di pensiero chiuso, ma di aprirgli orizzonti da cui lasciarsi sfidare.

Acceso il desiderio e l’interesse nel bambino, la metodologia più adatta per stimolarne la crescita è di muovere da testi o immagini o esperienze che gli aprano strade possibili e attraenti, offrendogli gli strumenti necessari per percorrerle: è l’esercizio della maieutica. I campi fondamentali su cui sollecitare l’attenzione dei bambini possono ricondursi a quelli designati dai cosiddetti “trascendentali dell’essere”, secondo la dottrina sistematizzata da Tommaso d’Aquino nel suo De veritate: l’ens, il verum e il bonum sono interscambiabili. A essi va aggiunto il pulchrum, il bello, che può essere considerato come ciò che procura gioia in quanto viene appreso dall’intelletto e messo in atto dalla volontà. Operando la trasposizione dei trascendentali dell’essere nel mondo della fede biblica si potrebbe dire che l’ens corrisponde all’intera realtà umano-divina abbracciata dall’alleanza fra il Creatore e le creature, il verum al Dio vivo che dà senso e orientamento alla vita, il bonum a Lui come sorgente e ragione ultima del bene da fare e dell’amore con cui farlo, il pulchrum alla gioia del dono ricevuto e offerto, che dà un sapore di bellezza a tutto ciò che esiste.

Nel relazionarsi ai bambini, poi, occorre non solo che essi si sentano oggetto di attenzioni giuste e amorevoli, ma anche che siano coinvolti in un protagonismo tale da stimolare le loro capacità cognitive e operative. Vale anche nel rapportarsi al bambino l’imperativo formulato da Immanuel Kant e che trova nel pensiero biblico il suo fondamento nella dottrina dell’uomo immagine di Dio: «Agisci in modo da trattare l’umanità, così nella tua come nella persona di ogni altro, sempre contemporaneamente come fine e mai soltanto come mezzo» (Fondazione della metafisica dei costumi, Firenze, 1968, 67s). È sulla via di rapporti comunicativi intensi e costanti — di cui quelli familiari sono i più decisivi, specie nei primi anni di vita del bambino — che si sviluppa l’essere personale: «La prima esperienza della persona è l’esperienza della seconda persona: il tu, e quindi il noi, viene prima dell’io, o per lo meno l’accompagna […] Si potrebbe quasi dire che io esisto soltanto nella misura in cui esisto per gli altri, e, al limite, che essere significa amare» (Emmanuel Mounier, Il personalismo, traduzione italiana, Roma, 1964, 44s).

È così che la persona del bambino si esprime, si fa prossimo e si realizza, sviluppandosi nella reciprocità delle coscienze, raggiunta dalle altre persone e stabilendo con loro una relazione di interscambio fecondo. Nasce così la comunione interpersonale e la sua concretizzazione storica, che è la comunità degli uomini: dal semplice stare accanto di esistenze chiuse in se stesse si perviene all’incontro fra le persone, in cui ciascuna è se stessa proprio nella misura in cui si dona agli altri e si fa carico degli altri. Questo avviene per i bambini nella verità di relazioni affettive autentiche e stabili e in attività come l’esperienza scolastica, l’apprendimento e il gioco, ma anche nell’educazione alla preghiera e all’amicizia con altri. Tenere insieme questi aspetti è l’esigente dinamismo e il difficile equilibrio, cui tende l’esistenza personale nella visione della tradizione ebraico–cristiana.

È per questo che nella prospettiva biblica la vita della persona è pensata nel quadro di un’alleanza che la trascende, come risposta a una vocazione che incessantemente l’afferma e la supera. In tutte le fasi della sua vita, a partire dalla prima infanzia fino all’ultimo soffio di vita, l’essere umano è colto nella sua relazione al Dio vivente. Scrive perciò Mounier: «Nel raccogliersi per ritrovarsi, nel dispiegarsi per arricchirsi e ancora ritrovarsi, nel raccogliersi di nuovo attraverso la liberazione dal possesso, la vita della persona — sistole e diastole — è la ricerca fino alla morte di una unità presentita, agognata e che mai si realizza […] È necessario scoprire in sé, fra il cumulo delle distrazioni, anche il desiderio di cercare quest’unità vivente; ascoltare a lungo le suggestioni ch’essa ci sussurra, avvertirla nella fatica e nell’oscurità senza mai essere certi di possederla. Tutto ciò assomiglia piuttosto a un richiamo silenzioso, in una lingua che richiederebbe tutta la nostra vita per essere tradotta: per questo il termine di vocazione gli conviene meglio di qualunque altro» (Il personalismo, Roma, 1964, 68).

 

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