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Padre nostro: il problema non è “indurci” o “abbandonarci”… ma perché “alla tentazione”?

Shutterstock/Nicoleta Ionescu
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Le discussioni e le polemiche sul cambio della traduzione del Padre Nostro nella nuova versione italiana del Messale Romano si sono concentrate sul verbo “indurre” e hanno relativamente trascurato che a porre il problema teologico è soprattutto l'idea un Dio che fa oppure omette qualcosa che ci espone al male – e questo lo ha detto Gesù. Dunque il problema, come sempre, sta più nel comprendere le parole che nel cambiarle.

Continua la discussione sulla modifica della traduzione del Padre Nostro: alcuni continuano a stracciarsi le vesti per la pretesa sovversione di ataviche tradizioni, altri puntualizzano che la discussione di cui è questione va avanti da più di quindici anni (inferendo con ciò che le modifiche non si dovrebbero a un fantomatico “contesto eversivo” di questi ultimi anni).

Da parte mia ero inizialmente molto perplesso circa la traduzione del Gloria, perché lo scioglimento di quel semplice complemento di specificazione in una relativa mi sembrava una procedura ermeneutica poco fluida. Poi ho chiesto a un po’ di amici: «Ma secondo te cosa significa “pace in terra agli uomini di buona volontà”?» – e tutti, senza neppure un’eccezione, mi hanno risposto che avere buona volontà è indispensabile perché si viva in pace. Cosa senz’altro vera, ma estranea all’intenzione del testo lucano da cui l’eucologia liturgica attinge: è di Dio la “buona volontà”, o meglio il “beneplacito”, la “benevolenza”, di salvare gli uomini. E solo su questo si può fondare una pace altrimenti impossibile per un’umanità radicalmente corrotta. Quindi ho cambiato idea: meglio la forzatura morfosintattica nello scioglimento che continuare a fraintendere. Del resto abbiamo l’abitudine di pensare che le cose che “abbiamo sempre saputo” siano ataviche solo perché le abbiamo imparate così: è questo che ci rende restii ai cambiamenti.

A ben vedere, però, la storia del cristianesimo è marcata fin dalle origini da una simile disposizione: nessuno oggi pensa più – cosa che ai suoi tempi scriveva Oscar Wilde – che Cristo parlasse in greco con i suoi discepoli, e quindi dobbiamo accettare il fatto che la preghiera del Signore (già di per sé problematica in quanto pervenutaci in due redazioni) sia già nel testo greco una versione. Cristo la insegnò probabilmente in aramaico, e quel testo aramaico è per noi oggi inattingibile per via di tradizione testuale (mentre lo abbiamo mediante tradizione eucologica siriaca e tramite retroversione). Quando poi il greco cominciò a essere poco compreso nella parte occidentale dell’Impero, i cristiani presero a tradurre la Bibbia… e tempo dopo la liturgia. E così quando, secoli dopo, fu il latino a risultare poco comprensibile… le traduzioni sarebbero state fatte dal latino alle altre lingue. Insomma, con una boutade diremmo che quella del cristianesimo è sempre stata “una storia volgare”: rivendicare questa o quella lingua come “lingua ieratica” significa ignorare e/o contrastare tutta questa storia. Un contributo a mio avviso molto buono ed esaustivo è quello firmato #BellaProf:

Lo si è detto: proprio il fatto che fin dal principio abbiamo opere scritte in una lingua diversa da quella in cui le parole furono pronunciate e intese ha costituito nel dna del cristianesimo il permesso (e il compito) di operare ogni opportuna traduzione. Chiaro che tutte le volte che si traduce c’è il rischio (che in parte si concreta) di tradire qualcosa… ma anche l’opportunità di guadagnare altro.

Nella fattispecie – e senza pretendere di spiegare qualcosa ai biblisti che ci hanno lavorato per anni – ho l’impressione che nel dibattito l’attenzione sia stata convogliata un po’ troppo sul verbo “indurci” e troppo poco sul sostantivo “tentazione”. Dal punto di vista filologico io trovo tuttora opinabile che si traduca il verbo greco εἰσφέρω [eisphero] con “abbandonare”: in fondo – se prima il tacito presupposto della domanda era che Dio potesse “indurre” adesso lo stesso resta che Dio possa “abbandonare”, onde lo preghiamo di non farlo (e di per sé non mi pare una miglioria) – la questione diventa problematica a seconda dell’accezione che diamo a “πειρασμός” [peirasmós]. Così è chiaro ciò che disse Papa Francesco parlando con don Marco Pozza: «Quello è l’ufficio di Satana!».

E così la lettera di Giacomo esplicita: «Dio non può essere tentato al male e nessuno tenta» (1, 13). Ma anche lì si usa il verbo “πειράζω” [peirázo], e dunque il cuore del problema filologico si conferma: che cosa vuol dire questa parola che Giacomo usa per indicare ciò che Dio assolutamente non può fare e Matteo con Luca per esprimere in greco la domanda della preghiera di Gesù, la quale sembra implicare che Dio possa eventualmente fare quella cosa?

Franco Montanari, illustre grecista e coordinatore dell’équipe che ha compilato il celebre “GI” (ed Loescher), illustra così i significati del verbo “πειράζω” per la diatesi attiva e per quella passiva:

  1. provare, sperimentare, far prova, sottoporre a prova;
  2. tentare, provare;
  3. tentare, cercare di corrompere o sedurre;

  1. essere provato o sperimentato;
  2. essere tentato, essere soggetto a tentazione;
  3. essere attaccato (ad esempio da malattia);

Il primo significato del verbo, in entrambe le diatesi, non ha a che fare con la “tentazione” ed è quello più largamente attestato negli autori classici ed ellenistici. Il terzo della diatesi media è usato da medici e storici (paragonabile al nostro “essere provati da un’influenza”). Il secondo, in entrambe le diatesi, è quello tipico dell’uso neotestamentario e cristiano: Montanari segnala in particolare 1Cor 7, 5 in cui Satana viene indicato come “colui che tenta”. Come diceva il Papa a don Pozza: tentare al male è l’ufficio di Satana.

Così abbiamo visto che il greco del Nuovo Testamento si colloca in un contesto linguistico in cui il verbo significa fondamentalmente “testare” e gli conferisce una sfumatura peggiorativa, un connotato di dolo e di malizia. Con questa annotazione usciamo dall’àmbito strettamente filologico ed entriamo in quello teologico, ripartendo dal punto che ci eravamo preannunciati: perché Gesù formula quella domanda? Ci ha insegnato a chiamare Dio “padre” e c’insegna a pregare implicando che possa fare o non fare qualcosa che ci esponga al male? Va riconosciuto che l’esperienza di qualunque padre lo conferma: noi lasciamo che i figli affrontino delle difficoltà, anche a rischio di vederli fallire. Chiaramente non per sadismo ma per farli crescere. Massimizziamo il fantasma paterno, ottimizziamone le perfezioni ed eliminiamone le imperfezioni… e abbiamo davanti ciò che Gesù ci ha descritto essere Dio: se Gesù prega e c’insegna a pregare così significa che ci rivela un contesto nel quale il “πειρασμός”, il “crash-test”, è procurato da due agenti (Tommaso preciserebbe: da uno che agisce e da uno che lascia agire) che conferiscono alla prova un carattere che è contemporaneamente di malizia e di speranza. Il prototipo di questo tipo di tentazione – narrato quando, letterariamente, Satana era ancora uno che si presentava davanti al trono di Dio – è la storia di Giobbe.

Non a caso Benedetto XVI la usò proprio per spiegare il senso della sesta domanda della preghiera del Signore:

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