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Paola Saluzzi: in Chiesa accendo sempre le candele come mi ha insegnato mia mamma

PAOLA SALUZZI

Facebook I L'ora solare

Silvia Lucchetti - pubblicato il 16/11/18

La famosa conduttrice ha aperto il suo cuore a For Her svelando le radici materne della sua fede e del suo incrollabile ottimismo

Ho avuto il piacere di intervistare Paola Saluzzi, volto noto della televisione italiana che non ha certo bisogno di presentazioni. Una bella chiacchierata dai toni caldi e vivaci – come il rosso della chioma della conduttrice – ma al contempo dai riflessi delicati, color pastello, verdi come i suoi occhi ereditati dalla nonna paterna, pieni di gratitudine. Al telefono la sua voce mi raggiunge con tutta l’energia e l’entusiasmo che la caratterizzano: mi racconta la soddisfazione di aver confezionato insieme alla sua squadra una puntata bellissima bellissima, devo dirlo! de “L’ora solare”, la trasmissione che presenta dal lunedì al venerdì alle 14 su Tv2000.

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La parola che ha ripetuto più spesso durante la nostra chiacchierata è quella che raccoglie tutte le parole della vita: mamma.

“A me piace pensare che Dio ha creato la donna perché tutti noi avessimo una madre” (Papa Francesco)

Ho pensato a questa frase del pontefice mentre Paola Saluzzi ricordava con semplicità e tenerezza la grandezza nell’ordinario di sua madre. “Mia mamma era bellissima, una vitina da vespa fino alla fine, gli zigomi alti, il suo ben nasino, era piena di ironia e di gioia. Mi ha donato la cosa più grande: la fede”.

L’intervista è cominciata così:

L’ora solare è il nome del programma che felicemente conduce. Spesso lo ha definito il racconto “di uno spicchio di luce nel quotidiano di ciascuno”. Qual è la sua “ora solare”?

La mia ora solare è e continua ad essere, anche oggi che non ci sono più, il ricordo dei miei genitori. Quella solarità che mi è stata insegnata da mamma che era 24 ore solari in un giorno, era il sole anche di notte la mia mamma. Ma non avrebbe potuto esserlo senza il grande amore che la legava a mio padre, che li ha uniti tutta la vita al punto tale che poco dopo la morte di mia madre è morto anche mio papà. La mia ora solare è anche il mio carattere, il mio essere testardamente ottimista nonostante tutto. E’ il mio vivere ogni giorno andando costantemente a cercare cosa c’è di buono in ciò che mi accade, e da cinque anni la mia ora solare è mio marito: ho formato questa piccolissima famiglia con lui che però è tutto ciò che di più bello io abbia.

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Nei momenti di prova, di difficoltà, cosa la sostiene?

Ho una splendida sorella, si chiama Raffaella. Io e lei siamo e continuiamo ad essere come due soldati al fronte, ci siamo sempre coperte le spalle l’una con l’altra in quella tenace, testarda, per alcuni a volte inopportuna, certezza che non esiste una notte così nera da non far vedere la luce dell’alba che arriva come un filo sottilissimo. Quell’istante, quello spiraglio, è ancora più importante della luce che salirà, è quell’attimo che ci dice che stanno finendo le difficoltà. C’è una tecnica giapponese bellissima, il Kintsugiche consiste nel riparare gli oggetti frantumati usando l’oro. Ecco, io metto l’oro nelle mie cicatrici perché si vedano ancora di più, e perché quel materiale nobile saldi e ricomponga quello che si stava spezzando.




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Papa Francesco nelle sue catechesi sottolinea come la sofferenza sia illuminata dalla croce, il segno della vittoria di Dio sul male. Lei ha mai incontrato il nostro Pontefice?

Sì, ho potuto conoscere Papa Francesco insieme a mia sorella. L’ho ringraziato e gli ho detto: “Lei è il nostro grande Papa”, lui mi ha guardato e ridendo: “Mica tanto, neanche un metro e ottanta”. Un uomo splendido, è tutto nei suoi occhi. Quando è stato eletto ho volato dalla redazione di Sky dove allora lavoravo per arrivare a piazzaSan Pietro: da romana non avevo mai assistito all’elezione di un papa. Quando hanno annunciato in latino che aveva scelto il nome Francesco ero in quell’onda di 90mila persone che gioivano. Nel momento in cui il Papa ha chiesto di pregare il Padre Nostro sono stata spettatrice di una scena che non dimenticherò: c’era un bambino sulle spalle del padre che si è piegato verso l’orecchio e gli ha detto: “Papà è la preghiera che so anche io”. Quel bambino ha rappresentato per me l’inizio del pontificato di papa Bergoglio.

E di San Giovanni Paolo II che ricordo ha?

Molti anni prima ero in piazza San Pietro quando venne dato l’annuncio della sua morte. Passai accanto al gruppo dei polacchi mentre il papa viveva gli ultimi istanti della sua vita terrena, e un’umanità proveniente da tutte le parti del mondo si era raccolta sotto la sua finestra a vegliare. Incuriosita da un canto mi ero avvicinata a loro, c’erano tante candele accese e una grande bandiera polacca distesa. Era un canto dolcissimo, una specie di nenia. Una signora mi invitò ad avvicinarmi, parlava benissimo l’italiano e mi spiegò: “stiamo cantando una ninna nanna che si canta ai bambini per farli addormentare, perché siamo sicuri che in questo momento ci sia la mamma che gliela starà cantando per portarlo in Cielo”. La mamma e la Mamma. Mi sentivo capovolta come un pedalino. Con mia sorella e i miei nipotini dopo la sua morte facemmo 13 ore di fila per andare a portargli l’ultimo saluto. E quando mi fu offerta la possibilità di entrare da un ingresso laterale in nome del mio lavoro, io la rifiutai. Mi ero portata uno zaino pieno di cose da mangiare per loro, andava fatta tutta la coda. Un ricordo indelebile. Un piccolo pellegrinaggio. Loro sentivano i racconti su Wojtyla dalla gente intorno a noi, cose che non conoscevano e non avevano vissuto.

Un regalo grande per i suoi nipoti, la fede si trasmette anche così, come ha fatto sua madre con lei, in modo naturale, facendogliela respirare…

Io la fede l’ho respirata in casa, da mia madre, ha detto bene. Lei aveva la stessa fede del don Camillo di Guareschi. Una fede diretta, roboante, mia mamma da piccole diceva a me e Raffaella: “Che bello, entriamo in chiesa, accendiamo una candelina. Dai dai che è una preghiera che rimane”. Lei ci insegnava sempre ad accendere la nostra candela da quella più consumata che si stava per spegnere. E diceva: “siccome quella candela sta finendo e la nostra è nuova, prendiamo anche la preghiera di quella persona che l’ha accesa tante ore fa così proseguiamo anche la sua preghiera“. Oggi che le candele bianche sono state sostituite dai lumini, io accendo il lumino da quello più consumato. I miei nipoti infatti mi chiamano “zia candelina” perché ogni volta che hanno un’interrogazione, un compito in classe, io vado ad accendere in chiesa una candela per loro.


PAOLA SALUZZI

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In gesti così c’è tutta mia madre, un grande rispetto, un grande metodo fatto di cose minuscole. Ci raccontava dei missionari, dei miracoli di San Francesco… Era devota come diceva lei a tre grandi francescani: il Poverello di Assisi, San Antonio di Padova e Padre Pio. Era devota e fedelissima. Mi ricordo che alla fine, sul letto d’ospedale, lei si faceva dei grandi segni della croce, e una volta l’ho sentita dire: “Signore aiutami, aiutami per favore, dammi una mano e se non puoi darmi una mano dammela lo stesso”. Una tenerezza! Quando pregava in quei momenti diceva: “Io vi prego tutti, e poi se mi addormento scusatemi”, perché era molto debole. Io l’ho vista pregare così mia mamma.

E suo padre?

Mio padre è stato basilare, indispensabile. Rigoroso, generale dell’esercito dalla testa ai piedi, ma al contempo una persona di grandissima sensibilità, appassionato di cinema e di arte, amore che ci ha trasmesso. Ricordo che il regalo per i dieci anni di mia sorella fu una gita a Firenze. La sera ci faceva vedere i film, ho dei ricordi bellissimi. Da giovane era stato calciatore prima di vincere il concorso all’Accademia di Modena. Quando ha conosciuto mia madre era in divisa, lui aveva degli occhi color nocciola bellissimi, si avvicinò e si presentò a dovere: “mi scusi signorina se la importuno, sono un ufficiale…”, lei lo interruppe per tagliare corto: “guardi io sto andando al cimitero da mia mamma, ci vado ogni due, tre giorni”, e lui l’aspettò nuovamente alla stessa fermata dell’autobus. Così cominciò tutto. Come tutti gli uomini a volte un po’ ruvidi aveva dentro una grande umanità.

Oggi come coltiva la fede e il ricordo dei suoi genitori?

Continuo a fare ciò che mi è stato insegnato: pregando e avendo la certezza che li riabbraccerò. A mia mamma ho detto “arrivederci”. Mio padre purtroppo è morto di notte in ospedale e anche se ci avevano rassicurato noi sapevamo che era arrivata la sua ora. Ma papà ha chiuso gli occhi da soldato della vita, ed io sono certa che lui, mia mamma e le persone che ho amato tanto e non ci sono più li rivedrò tutti. Certo, se mi sarò comportata in maniera degna. Prego e cerco di mettere in pratica le cose che ho visto fare e chiedo a Dio di tenermi sempre la mano sulla testa.

A quali santi è devota?

Ai santi che pregava mia mamma e a San Gennaro. In più c’è un altro francescano che amo tanto: San Giuseppe da Copertino. Pensi che sono stata diventata cittadina onoraria di Osimo proprio per questa mia devozione più simile a uno stalkeraggio ai danni del povero santo. Perché quando scoprii in età scolare vicino casa mia la parrocchia intitolata a lui – patrono degli studenti – facevo un pellegrinaggio tutti i giorni per andare a chiedergli la sua intercessione per le interrogazioni di latino, i compiti di greco… Sono andata a San Giuseppe da Copertino anche per gli esami dei miei nipoti e per tutti gli “esami” della mia vita. San Giuseppe ci insegna con la sua “leggerezza” a fare il nostro perché al resto ci pensa Dio.




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La fede le ha mai creato problemi sul lavoro?

A volte trovo ingiusto che chi non crede prenda in giro coloro che hanno fede. Questo mi è capitato poche volte nella vita. Tanti anni ad esempio fa parlando con un mio collega ateo assoluto mi disse: “Tu sei una presuntuosa perché non sei mai morta, andata dall’altra parte e tornata indietro per dirmi che esiste tutta quella roba”. E io gli risposi “Hai ragione, anche tu sei un presuntuoso che non è mai morto, andato dall’altra parte e tornato indietro per dirmi che non esiste niente”.

E com’è il suo rapporto con Maria?

Io prego Maria che scioglie i nodi perché qui centra mia madre. Mamma era bravissima a sciogliere le catenine che si imbrigliavano, era così calma, paziente, e riusciva a districare le maglie annodate. Quando ho scoperto questa speciale devozione mariana, ho detto: “che bello!”. Mi rivolgo perciò alla Madonna e le dico: aiutami a sciogliere i nodi della mia vita. Il primo ricordo che ho di Maria è quando nella basilica di San Pietro i miei genitori mi portarono a vedere la Pietà di Michelangelo. Allora non c’era la barriera protettiva, mi avvicinai e guardandola dissi a papà: papà ma è una ragazzina che tiene in braccio un uomo!

La ringrazio di averci raccontato questi particolari intimi della sua vita, dalle sue parole traspare tanta gratitudine…

Grazie a voi. Se penso all’addizione della mia vita la somma è bellissima, ho avuto molto più di quello che forse ho meritato. Sono piena di gratitudine perché ho ricevuto tanto e questo tanto cerco di restituirlo anche nel programma che sto conducendo dove si raccontano storie di speranza, la capacità di alzare sempre gli occhi al cielo.


FRANCESCA FIALDINI

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