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Don Giorgio Ronzoni: vi racconto come si fa il parroco sulla sedia a rotelle

Gelsomino Del Guercio - pubblicato il 15/11/18

Disabile dopo un grave incidente, il prete di Santa Sofia a Padova ha (e ha avuto) tre "assistenti": i suoi parrocchiani, Martini e Wojtyla

Don Giorgio Ronzoni è il parroco della Chiesa di Santa Sofia a Padova. Dal 2011 un incidente gli cambia la vita e lo costringe, per sempre, alla sedia a rotelle.

«Pensavo – dice ad Avvenire (14 novembre) – che non avrei più potuto fare il parroco. Nei primi mesi non muovevo nulla. Dopo 13 mesi di riabilitazione ho recuperato qualche movimento del braccio sinistro. Per incoraggiarmi monsignor Giuseppe Benvegnù Pasini (padovano, direttore della Caritas italiana dal 1986 al 1996, scomparso nel 2015, ndr) mi scrisse un biglietto in cui citava la risposta di un vescovo francese rimasto paralizzato a un dubbioso papa Ratti: “Pensavo che una diocesi si governasse con la testa, non con i piedi…”. Ma sono stati i miei parrocchiani a chiedere all’allora vescovo Mattiazzo di farmi restare. E lui disse sì».

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Badanti, smartphone e messa

Come svolge il suo ministero sacerdotale? Ha tanto da fare! «La tecnologia aiuta: uso il computer, il telefonino e i tablet. I social no, non sono nelle mie corde. Ho due badanti che mi assistono 24 ore su 24. I parrocchiani hanno creato un’associazione, gli Amici di don Giorgio, e sono sempre presenti. Le esigenze pratiche si risolvono: c’è un ascensore che mi porta dalla casa alla chiesa, sono stati posizionati scivoli. Gli amici mi hanno regalato un’automobile con una rampa dalla quale posso salire con la mia carrozzina. Per la Messa, a turno due ministri straordinari girano le pagine del messale, mi mettono in mano patena e calice e distribuiscono l’Eucaristia».


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“Arresti domiciliari”

Nonostante la sfortuna dell’incidente che lo ha costretto ad una nuova vita, Don Giorgio non si è mai sentito tradito da Dio.

«Nello smarrimento – evidenzia – ho avuto davanti a me due testimonianze: quelle del cardinale Martini e di san Giovanni Paolo II. Entrambi hanno vissuto la malattia con grande dignità. E poi ho riflettuto a lungo sull’ultimo capitolo degli Atti degli Apostoli, quando Paolo era agli arresti e diceva: la Parola di Dio non è incatenata. Ecco io mi sento un po’ agli arresti domiciliari, ma come Paolo posso incontrare altre persone».

La Parola di Dio «continua a correre, la mia missione prosegue. E penso anche all’ultimo capitolo del Vangelo di Giovanni, quando Gesù dice a Pietro: quando sarai vecchio, un altro ti porterà dove non vuoi. La vecchiaia mi si è presentata a 50 anni. Quanto al sentirsi tradito da Dio, be’, sono sempre stato convinto che la fede non sia un talismano, per cui se righi dritto e sei un bravo ragazzo allora non ti succede niente. A san Paolo e a tutti gli altri qualcosa è capitato…».

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Fede e sofferenza

La fede, una bussola per Don Giorgio. «Ognuno vive la fede a modo suo. Ci sono persone che soffrono molto e offrono le loro sofferenze. Io non vivo questa sensibilità. Mi riesce difficile pensare che ci sia bisogno di un tributo di dolore. Ognuno è chiamato ad offrirsi per se stesso, così com’è, completamente».

Da quando è in carrozzina, conclude con un sorriso, «ci sono più carrozzine in chiesa, probabilmente per qualcuno sono stato uno stimolo, un incoraggiamento. Qualcuno me lo dice: “Quando sto male penso a lei e mi faccio coraggio”. Va bene così, se aiuta qualcuno…».


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