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E' positivo spostare un prete da un parrocchia dove è ben voluto?

DOLAN,ORDINATION,TRENTON

Jeffrey Bruno | Aleteia

Gelsomino Del Guercio - pubblicato il 13/11/18

Il teologo: un sacerdote deve essere pronto a mettersi a disposizione in ogni comunità. Ma il vescovo deve spiegare bene la sua scelta

Il sacerdote della propria parrocchia è amato e apprezzato. Poi, d’un tratto, arriva una comunicazione del vescovo che annuncia il trasferimento. La comunità dei fedeli è sconvolta, e una domanda sorge spontanea: perché trasferire un prete così ben voluto? La risposta la dà a un lettore di Famiglia Cristiana (19 ottobre 2018) il teologo e giornalista Don Antonio Sciortino. 

Cosa prevede il diritto canonico

Riguardo ai parroci, spiega Sciortino, il Codice di diritto canonico (can. 522) afferma: «È opportuno che il parroco goda di stabilità, perciò venga nominato a tempo indeterminato».

Il vescovo diocesano, però, può nominarlo a tempo determinato «se ciò fu ammesso per decreto dalla conferenza dei vescovi». Ed è proprio quello che ha fatto la Conferenza episcopale italiana nei primi anni ʼ80, stabilendo che «le nomine dei parroci ad certum tempus hanno la durata di nove anni». Si tratta comunque di una possibilità, a discrezione del vescovo.

Se la parrocchia è retta da religiosi, entra in gioco un altro elemento, il voto di obbedienza, in base al quale i superiori trasferiscono i confratelli da una comunità all’altra, a secondo dei bisogni.




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Bene il “tempo determinato”

«Personalmente – osserva il teologo – penso che per un parroco avere di fronte un tempo determinato sia quasi sempre positivo. Gli permette di dare il meglio di sé negli anni che ha a disposizione, di non “sedersi sugli allori”, di essere veramente a servizio di Cristo e dei fedeli e di non mettere al centro sé stesso. Potrà poi mettere i suoi talenti a disposizione di altre comunità parrocchiali che, magari, non hanno avuto il dono di un pastore altrettanto valido».

La sensibilità del vescovo

Tutto questo, prosegue Sciortino, «non deve apparire ai fedeli come una pratica burocratica, che passa sopra le loro teste. Ci deve essere chiarezza e dialogo sia prima (spiegando che il nuovo parroco non sarà necessariamente lì per sempre), sia dopo, al momento del commiato. Non sempre tutto questo avviene. Aggiungo poi che molto dipende dalla sensibilità del vescovo e dei superiori. Ci sono situazioni che consigliano di non spostare un parroco o un religioso, considerando il bene della persona e quello degli stessi fedeli».




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Non si sposta una “pedina”

In questi casi, comunque, i superiori si trovano in grandi difficoltà perché devono far fronte a tante necessità e il numero di religiosi capaci e disponibili è sempre più ridotto a causa del calo delle vocazioni. «A volte, davvero, non sanno che pesci pigliare. E lo so per esperienza, visto che faccio parte del “governo” italiano dei Paolini – evidenzia il teologo giornalista – È sempre bene, però, soprattutto quando ci sono rapporti con i fedeli di una parrocchia, che ci sia un dialogo previo, magari favorito dallo stesso confratello che è chiamato a un nuovo servizio. Bisogna anche evitare di considerare i confratelli delle semplici pedine da spostare a piacimento sullo scacchiere delle necessità. Si deve invece cercare sempre il bene più grande».




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