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Chiesa

Guardatela bene, è una santa

MOTHER FRANCES CABRINI

PD

L'Osservatore Romano - pubblicato il 11/11/18

​Il 13 novembre 1938 veniva proclamata beata Francesca Saverio Cabrini

di Maria Barbagallo

In questi ultimi decenni si sono susseguite moltissime beatificazioni e canonizzazioni al punto che facciamo fatica a ricordarle. Ricordiamo infatti solo le figure più rilevanti e quello che ci colpisce di più è il fatto che molti di questi beati e santi noi li abbiamo conosciuti personalmente. Proviamo una grande gioia nel vedere che la Chiesa può veramente parlare bene di se stessa. E godono soprattutto quelle nazioni, parrocchie, congregazioni che sono direttamente interessate a quel beato o beata, a quel santo o santa. Ed è vero, questi beati e questi santi fanno onore alla Chiesa, specialmente in momenti difficili come questi.

Forse può meravigliare che ricordiamo una beatificazione di ottant’anni fa, quella di Francesca Saverio Cabrini, ma a quel tempo — siamo nel 1938 — i beati non erano così facilmente proclamati e i processi molto lunghi e faticosi. Nel caso di madre Cabrini, l’avvenimento fu avvertito straordinariamente anche da politici, scrittori, giornalisti, artisti, teologi che su di lei scrissero centinaia di testi.

Leggendo i documenti della beatificazione, si rimane veramente sorpresi per la partecipazione affettiva non solo del popolo — migliaia di lettere attestanti qualche grazia ricevuta arrivarono alla casa madre delle Missionarie del Sacro Cuore fondate da madre Cabrini — ma soprattutto di cardinali, vescovi, prelati e nunzi venuti da tutte le parti del mondo per venerare una nuova beata che durante la vita non aveva avuto, a causa loro, vita facile. Da viva, quasi la fuggivano. Raccontò una volta Giovanni XXIII che nella curia di Bergamo alcuni sacerdoti videro madre Cabrini in attesa di parlare con il vescovo e mormorarono che «ne aveva sempre una». Un prelato sudamericano che le aveva dato filo da torcere, invitato all’inaugurazione di un’opera delle missionarie, si meravigliò, forse per un senso di colpa. Ma con molto tatto femminile madre Cabrini aveva colto l’occasione per farlo riflettere sul male che le aveva fatto e senza mezzi termini l’aveva invitato a «convertirsi e a cambiare vita».

Sono innumerevoli le lunghe attese nelle curie vescovili che madre Cabrini faceva senza alcun esito, anzi con esito negativo. Eppure nelle tantissime lettere della Cabrini, pur non nascondendo la realtà, quando si parla di quei frangenti — a proposito di vescovi si dichiara spesso fiduciosa «che il Sacro Cuore gli avrebbe cambiato il cuore» — ripete sempre: «Quel santo Vescovo è stato molto buono, sembra un vero padre».

Dopo la morte, invece, quando la religiosa venne proclamata beata, dalle principali città degli Stati Uniti, dell’Europa, dell’America meridionale, cardinali e vescovi, nunzi e sacerdoti vollero essere presenti. Forse avevano compreso che madre Cabrini non aveva avuto mai dubbi che la strada indicatale da Dio aveva potuto percorrerla solo nella fedele, sincera obbedienza alla Chiesa. Chiesa che lei amava e rispettava pur vedendone i lati meno buoni. Non aveva infatti mosso un passo finché i tanti prelati con cui ebbe a che fare non diedero il loro consenso, anche se spesso venne costretta a presentare i suoi progetti con strategie diverse. Per lei questo significava la conferma di essere nella volontà di Dio. E questi ecclesiastici nei loro discorsi esaltavano l’umiltà della Cabrini nonostante ne avessero sperimentata la determinatezza.

Giuseppe De Luca, il prete intellettuale che fu tra i primi a scrivere su madre Cabrini, in occasione della beatificazione lo osservò: «Ebbe a Maestra la Chiesa, con quegli insegnamenti eterni e quelle particolarità temporali che furono del suo tempo. Accettò e mutuò espressioni e direttive, così come tra il 1880 e il 1910 la Chiesa le offriva, riconoscendovi il divino e non rifiutandone l’umano (…) Fece il suo viaggio terrestre sulla nave della Chiesa, accomodandosi senza disdegni sublimi né intelligenza critica al colore del suo tempo. Diceva: “Noi siamo nel seno della Chiesa cattolica, e sempre adagiamo il capo sulla pietra misteriosa e cara che è Gesù”».

Pur senza i mezzi di comunicazione di cui oggi disponiamo, la beatificazione di madre Cabrini suscitò interesse e amore da parte di molti che non sapevano chi fosse. A Honolulu i carcerati costruirono una chiesa in onore della beata Cabrini. In Cina le suore trovarono una chiesa a lei intitolata. In Germania una nobildonna, donando il suo castello a una congregazione di religiose che assistevano bambini con disabilità, volle intitolare l’opera a madre Cabrini. Dopo la beatificazione i giovani sacerdoti degli Stati Uniti andavano a celebrare la loro prima Messa in uno dei luoghi cabriniani, oggi santuari.

Fumetti e giornalini uscirono raccontando la storia della beata. Lorenzo Perosi compose una messa in onore della beata oltre a musicare una cantata scritta da don De Luca. Silvio D’Amico, il celebre critico e storico del teatro, tenne a Roma una memorabile conferenza nell’aula magna della Gregoriana alla presenza della principessa Maria di Savoia, di membri del corpo diplomatico e di altre personalità, e concluse così il suo lungo discorso: «Anche un dotto sacerdote lombardo, che fin dalla fine del secolo scorso aveva conosciuto da presso la Madre Cabrini per essere stato catechista nella sua casa a Milano, una volta vedendola da una finestra attraversare il cortile, chiamò la sua governante per additarle la consunta monaca dai grandi occhi dolci, e le disse: “Guardatela bene, quella è una santa”. Il sacerdote si chiamava, allora, Don Achille Ratti; è il Pontefice che l’ha beatificata».

L’arcivescovo di Chicago, cardinale George Mundelein, in un radiomessaggio trasmesso lo stesso giorno della beatificazione dall’emittente vaticana, diceva tra l’altro: «Ella è la prima del nostro popolo che riceve il più alto onore che la Chiesa assegna a uno dei suoi figli, annoverandolo tra i Beati del Cielo. Molti di noi sono immigranti o figli di immigranti ed è per noi opportuno e incoraggiante che una straniera, naturalizzata cittadina americana, sia la prima a essere innalzata all’onore degli altari, a divenire eroina nazionale e patrona universale nostra». E san Pio x, i beati cardinali Andrea Carlo Ferrari e Ildefonso Schuster, entrambi arcivescovi di Milano, Pio xii e molti altri furono grandi ammiratori e devoti di madre Cabrini.

Qualche mese dopo la beatificazione — era il 1939 — sul piroscafo Rex fu esposto e benedetto un quadro di Francesca Cabrini. In quell’occasione Giuseppe Capra tenne una conferenza per sottolineare il bene che la nuova beata aveva fatto da viva e che continuava a fare dopo la morte. Narrò tra l’altro un fatto singolare: «Un povero italiano tornava dalla visita alla moglie ammalata nell’ospedale Columbus della Cabrini e desolato, perché senza lavoro, aveva deciso di buttarsi nel fiume. Camminava triste col lugubre proposito quando si vede venire incontro una Suora che, conosciuta la causa di sua tristezza, lo accompagna ad un dato ufficio, dove gli viene offerto un buon lavoro. Mentre fuori di sé per l’incontro e per il lavoro trovato vuole ringraziare la buona Suora, questa è scomparsa. Ritorna lieto all’ospedale, trova la moglie migliorata e racconta la storia dell’incontro. La moglie gli mostra l’immagine della Beata, ed il nostro buon uomo esclama: Quella è la Suora che ho incontrata».

A New York dove era stata esposta la salma della nuova beata, sfilarono in un solo giorno ventisettemila persone mentre nella cattedrale di San Patrizio si celebrava il pontificale in suo onore. I pellegrinaggi accorsi a Roma quel 13 novembre 1938 erano quasi tutti guidati dai vescovi: così da Chicago, da Buenos Aires, da Rio de Janeiro, da Milano, da Lodi. E fu una provvidenziale coincidenza che due settimane prima della beatificazione di madre Cabrini, il 28 ottobre, a Sant’Angelo Lodigiano, dov’era nata, inaugurassero la nuova chiesa parrocchiale. Il vescovo Pietro Calchi Novati annunziò allora la beatificazione di Francesca dicendo «questo sarà il suo tempio». Otto anni più tardi, dopo la canonizzazione (7 luglio 1946), la basilica venne infatti intitolata, oltre che a sant’Antonio abate, alla nuova santa, nel 1950 dichiarata patrona degli emigranti.

Rileggendo le vicende della sua beatificazione, la testimonianza di madre Cabrini mostra che la sofferenza per il regno di Dio non è mai inutile, produce frutti di bene al mondo, ma soprattutto cambia i cuori e fa crescere la Chiesa nella verità e nella santità.

QUI L’ORIGINALE

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