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Sei un vero ecologista? Allora fatti dare del "medievale"

ABBEY SANT'ANTIMO

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Unione Cristiani Cattolici Razionali - pubblicato il 08/11/18

Uno dei luoghi comuni più falsi e longevi che ci siano riguarda il Medioevo (il nome stesso affibbiato all'epoca più cristiana della storia è tendenzioso!): in quei lunghi secoli luminosi, e certo anche tormentati, la civiltà umana ha conosciuto invece grandi progressi in molti ambiti, compresa l'attenzione all'ambiente naturale.

Una delle ultime falsità creata durante l’epoca illuminista, e che ancora resiste con forza, è la denigrazione del Medioevo come un periodo “buio”. E’ il potere del luogo comune, delle fiction televisive, dei libri scandalistici a mantenere viva questa immagine che, tuttavia, non ha nulla a che vedere con la realtà.




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In quest’epoca, infatti, nacque il metodo scientifico (sotto l’ala della Chiesa), sorsero i primi ospedali (sotto l’ala della Chiesa), vennero fondate le prime università volute o finanziate dai Papi, come Benedetto XIV fece con l’Università di Bologna, favorendo così il primo Istituto di Scienze e donando materiale scientifico di sua proprietà (G. Gandolfi, L’instituto delle Scienze di Bologna, CLUEB 2011, pp. 1-9), per la prima volta le donne poterono assumere posti di responsabilità («ad onta dei luoghi comuni sulle sue chiusure, il Medioevo apriva spazi di presenza femminile ai vertici più alti della gestione della cosa pubblica finanche internazionale, irradiantesi dalle corti e dai monasteri affidati per vicende ereditarie e nobiltà di lignaggio alle loro cure»ha spiegato Angelo Varni, ordinario di Storia contemporanea presso l’Università di Bologna).




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Con il Medioevo sono nati la laicità e il liberalismo (consigliamo l’ottimo libro di L. Siedentop, docente di Oxford, “Inventing the Individual: The Origins of Western Liberalism”). Nel Medioevo è nata l’Europalo ha ben spiegato il noto semiologo Umberto Eco, curatore di quattordici volumi dedicati a «quest’epoca gloriosa», il cui risultato è «quella che chiamiamo oggi Europa, con le sue nazioni, le lingue che ancora parliamo, e le istituzioni che, sia pure attraverso cambiamenti e rivoluzioni, sono ancora le nostre». E’ opportuno quindi precisare, ha proseguito Eco, «che il Medioevo non è quello che il lettore comune pensa, che molti affrettati manuali scolastici gli hanno fatto credere, che cinema e televisione gli hanno presentato».




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Un saggio storico pubblicato di recente da Riccardo Rao, docente presso l’Università di Bergamo (“I paesaggi dell’Italia medievale”, Carocci 2015) ha aggiunto un altro piccolo tassello a tutto questo.

Nel Basso Medioevo le popolazioni di montagna possono permettersi di dar vita a prime forme di cultura ecologista, volte a preservare alcune specie arboree messe a rischio dalle trasformazioni», ha spiegato Rao. «Il primo documento “verde” è del 1033, contenuto in un atto con il quale il vescovo di Modena concede in affitto terre boscate, mettendo per iscritto una clausola che prescrive ai contadini di adoprarsi affinché “le querce più grandi siano custodite e le più piccole lasciate crescere”. Una preoccupazione simile emerge da un documento del 1113 (ottantanni dopo il primo) con cui Matilde di Canossa ordina ai monaci di San Benedetto di Polirone, vicino al fiume Po, di “tagliare ogni anno non più di dodici esemplari tra roveri e cerri in un bosco poco distante dal monastero”». Certo, avverte l’autore, «tali disposizioni non rispondono a una sensibilità ecologica in senso moderno; non si può dire che esistesse una vera e propria consapevolezza ambientale. Si tratta piuttosto di una forma di ecologia volta alla salvaguardia di risorse paesaggistiche che hanno un ruolo centrale nel sistema economico locale.

Una sensibilità che comunque tenderà a crescere. Le normative prodotte nel Duecento e nei primi decenni del Trecento, quando i coltivi raggiungono le superfici più ampie, «accordano una speciale protezione al bosco», proibendo o limitando fortemente l’abbattimento degli alberi e, come ha ben documentato Rinaldo Comba in “Metamorfosi di un paesaggio rurale” (Celid 1986), vietando esplicitamente i disboscamenti in alcune aree dei territori comunali.

Lo storico Paolo Mieli, che ha il merito di aver recensito il libro di Rao, ha commentato:

Dopodiché dalla fine del Medioevo e dall’inizio dell’età moderna verrà un’epoca di disboscamenti selvaggi, durerà seicento anni. Con qualche ripensamento (peraltro ancora insufficiente) verso la fine del millennio. Ma negli ultimi venticinque anni il tasso di deforestazione globale netto si è ridotto di oltre il 50% e sono aumentate le aree protette. Un dato di grande rilievo, dal momento che le foreste contribuiscono con circa 600 miliardi di dollari l’anno al Pil mondiale, offrendo lavoro a oltre cinquanta milioni di persone. Ma a noi piace pensare che il freno posto alla deforestazione senza freni sia dovuto, almeno in parte, a un recupero di sensibilità medievale.
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