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«Chi è l'addetto al discernimento e alla certificazione di un carisma?»

Ricardo Camacho CC

Giovanni Marcotullio - pubblicato il 08/11/18

Dunque cosa spetta ai laici? Obbedire e basta? Il Codice pio-benedettino di Diritto Canonico lo dice esplicitamente, ma anche i Padri Conciliari che sarebbero voluti andare oltre non hanno trovato le parole per farlo: hanno avvertito, sì, il “gemito inesprimibile” dello Spirito (cf. Rom 8, 26) ma in quei giorni non sono stati capaci di fare di più.

Il dato positivo sarebbe poi stato ravvisato nella “vocazione universale alla santità” (capitolo V di Lumen Gentium), e soprattutto nell’effervescente stagione postconciliare è sembrato a tutti di assistere a una vera e propria primavera carismatica, a un’effusione di carismi ecclesiali che pareva potersi dire una nuova Pentecoste.




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Poi la storia ha fatto le sue verifiche: alcuni movimenti ecclesiali sono morti, come da sempre sono nati e morti gli ordini religiosi, altri si sono pervertiti al punto da richiedere l’intervento disciplinare della suprema autorità ecclesiastica, altri hanno prosperato e – come esige il dettato della parabola evangelica (cf. Gv 15, 1-11) – si sono rese necessarie le opportune potature, che mai avvengono «senza effusione di sangue» (Eb 9, 22), «perché portassero più frutto».




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Torno ora con la mente al “candido lettore” che spero di non avere spaventato con questa (assicuro non eccessiva) problematizzazione: dalla complessità della questione su cosa sia un carisma torniamo con rinnovato impeto alla domanda “chi fa il discernimento”. La risposta è semplice e ovvia: la Chiesa lo fa. Ma tutto ciò che abbiamo detto ci mette in guardia dalle due tentazioni principali, che poi sono quelle stesse descritte da Ratzinger come operanti nell’assemblea sinodale senza che tra le due si riuscisse a pervenire a una sintesi costruttiva:

  1. da una parte la tentazione di ridurre la Chiesa alla sua gerarchia ecclesiastica;
  2. dall’altra la tentazione di ignorare apertamente il confronto con i pastori, ossia di contrapporre a una gerarchia ecclesiastica (tendente alla sclerosi) una gerarchia carismatica (tendente all’anarchia).

La “meditazione sulla Chiesa” di De Lubac

Dieci anni prima dei dibattiti conciliari riportati dal giovane Ratzinger, ossia nel 1953, Henri De Lubac – che del promettente teologo tedesco era già un punto di riferimento – pubblicò la prima edizione della sua meravigliosa Meditazione sulla Chiesa. In essa spiegava come e perché la categoria di “corpo mistico” (sulla quale nel 1943, dieci anni prima, Pio XII si era espresso con un’enciclica e dopo il Concilio Ratzinger sarebbe stato chiamato a dire anch’egli una parola importante) sia quella fondamentale dell’ecclesiologia, cioè quella capace di tenere insieme tutte le altre:

Senza organizzarsi in un tutto logico, esse si completano, si correggono, si equilibrano le une le altre. Tutte concorrono così a darci della Chiesa non un’idea esaustiva – ipotesi assurda – ma una conoscenza adatta alla nostra condizione.

Henri De Lubac, Méditation sur l’Eglise, 101

Nella pagina successiva il grande gesuita francese lumeggia più diffusamente gli aspetti salienti della categoria paolina della Chiesa come “corpo di Cristo”:

[…] con quest’espressione metaforica, l’Apostolo designa un certo organismo che egli concepisce come eminentemente reale e le cui membra sono al contempo diversificate e unite. Questo corpo è una società visibile e strutturata, in cui regna una certa “divisione del lavoro”, perché le funzioni delle sue membra sono, per esempio, di insegnare, di governare o di compiere miracoli, di discernere gli spiriti: è la duplice differenziazione, “gerarchica” e “carismatica”. Esso è però al contempo una comunità di vita intima e misteriosa, perché tutte le diversità e le opposizioni naturali di quelli che lo compongono, così reali, così irriducibili per quanto permangano nel loro ordine, in esso si aboliscono. Nella diversità stessa delle loro funzioni, tutti, «abbeverati a un unico Spirito», non sono che uno solo in Cristo Gesù [1Cor 12, 4-30]. Si tratta – come è stato detto – dell’insieme unificato di tali funzioni, «presentate come l’epifania concorde di un medesimo Spirito»; ciò non designa nella Chiesa un aspetto delle cose, ancora meno una realtà «che si possa contrapporre a quello che oggi chiamiamo la gerarchia», bensì appare «come la rivelazione della sua realtà profonda».

Ivi, 102

Insomma è la Chiesa a fare il discernimento, e lo fa nell’organica sinergia di tutte le sue membra: così come in un corpo dello stato di salute o di malattia di un membro non si accorge soltanto né direttamente la testa, ma proprio quel membro stesso e probabilmente quelli più strettamente a contatto con esso; così nella Chiesa è quel «vincolo di unità» a segnalare, tramite le giunture dei distinti membri, se un carisma – sicuramente buono in sé – venga attualmente adoperato per il bene, cioè «per la necessaria edificazione» del corpo di Cristo (cf. Ef 4, 29) o no. Quel “senso di Cristo” (1Cor 2,16) – che inerisce strettamente alla Chiesa al punto che essa diventa sempre più il corpo stesso di Cristo e questi si configura sempre più come suo Capo, piuttosto che come individuo a sé – è lo Spirito. De Lubac lo ricordava.


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Dunque i criterî di discernimento sono la produzione dei frutti dello Spirito, la presenza dei suoi doni… ma se ci limitassimo a dire questo avremmo solo trasformato il Dio vivente in una tabella con caselle da barrare, e soprattutto non avremmo ancora risposto alla questione – che di nuovo ci si parerebbe innanzi – su chi sia “deputato al discernimento e alla certificazione” dei carismi. È la vita della Chiesa, la sua stessa esistenza quotidiana, dalla strada alle case, dalle parrocchie al Palazzo Apostolico della Santa Sede, dalle missioni lontane al volontariato vicino… è questa che da sé esprime il giudizio sui carismi. Li vaglia, li discerne. Come ogni organismo autonomo e in salute, la Chiesa rigetta da sé i corpi estranei: può volerci del tempo e possono esserci errori, ma «mai la Chiesa ci dà meglio Gesù Cristo che nelle occasioni che essa ci offre di essere configurati alla sua Passione» (ivi, 184-185).

Dettagliati consigli di una comunità subapostolica

Parole dure e vere (scritte peraltro da un uomo che per mano della Chiesa ebbe a soffrire non poco), ma per dare al lettore un assaggio dei “criterî di discernimento” che fin dalle comunità subapostoliche la Chiesa ha sentito di doversi dare, riporto di seguito un noto passaggio della Didaché (probabilmente scritta fra il penultimo e l’ultimo quarto del I secolo, chissà dove):

Quanto agli apostoli e ai profeti [il testo sembra a tratti distinguerne e a tratti sovrapporne le figure, N.d.R.], comportatevi secondo la norma dell’evangelo. Ogni apostolo che viene da voi sia accolto come il Signore; ma non rimarrà se non per un giorno; se sarà necessario, anche un altro giorno; ma se resta tre giorni, è un falso profeta. Quando poi se ne va, l’apostolo non prenda se non del pane, per poter fare tappa. Ma se chiede denaro, è un falso profeta. Ogni profeta che parla per ispirazione dello Spirito non mettetelo alla prova e non giudicatelo, perché ogni peccato sarà rimesso ma questo peccato non sarà rimesso. Non però ognuno che parli per ispirazione dello Spirito è profeta, ma se si comporta secondo il modo di vita del Signore. In effetti falso profeta e profeta si riconosceranno dal loro modo di vita. Ogni profeta che per ispirazione dello Spirito ordina di preparare una mensa, non mangerà da essa; altrimenti è un falso profeta. Ogni profeta che insegna la verità, se non mette in pratica ciò che insegna è un falso profeta. Ogni profeta che sia stato esaminato e sia risultato vero profeta, se agisce in vista del mistero della Chiesa nel mondo ma non insegna di fare tutto ciò che fa lui, non sarà giudicato da voi perché il suo giudizio l’ha con Dio. In questo modo infatti hanno agito anche gli antichi profeti. Ma se uno sotto ispirazione dello Spirito dice “Datemi del denaro” o qualche altra cosa, non prestategli ascolto. Se invece vi dice di dare a favore di altri che hanno bisogno, nessuno lo giudichi.

Ognuno che viene nel nome del Signore sia accolto. In seguito, avendolo esaminato, lo conoscerete, perché sapete comprendere destra e sinistra. Se chi viene è di passaggio, soccorretelo per quanto potete; ma non rimarrà presso di voi se non due o tre giorni, se ce ne sarà necessità. Nel caso invece che voglia risiedere presso di voi, se ha un mestiere lavori e mangi. Se non ce l’ha, provvedete assennatamente per evitare che un cristiano viva presso di voi nell’ozio. Se poi non vuole comportarsi in questo modo, è uno che traffica con Cristo: guardatevi da questi tali.

Didaché* 11,3-12-5

Eh, già, si parla quasi sempre di soldi e di prestigio, ma non era appunto questo il fine di Simon Mago, di cui negli Atti (8, 9-24) si narra la proposta di acquistare a prezzo di moneta contante il carisma delle guarigioni? Forse che non voleva qualcosa di vero? Sicuro, difatti lo chiede a Pietro e Giovanni, non a dei ciarlatani. Tuttavia ciascuno vede da sé che è nell’intenzione che viene giudicato il carisma, e questo fin dall’aspirazione dell’uomo ad averne uno.




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«En todo, amar y servir»

Lo Spirito di Cristo è lo spirito del Servo di Dio, che per amore del Padre si è fatto servo di tutti. Ecco un criterio di massima per discernere i carismi, cioè per capire se vengono dallo Spirito di Cristo e se edificano il suo Corpo: quando qualcuno serve Dio e gli uomini con gioia, senza contese, senza rivalità, senza maldicenze, senza aspirare agli onori ma anzi rallegrandosi intimamente della propria piccolezza, di quella marginalità accidentale a cui Dio non ha disdegnato di guardare (Lc 1, 48), riempiendosi di gioia per i carismi altrui – più o meno evidenti che siano –, ecco, «dove la carità è vera e sincera, là c’è Dio».

*: Se qualcuno fosse interessato ad approfondire la propria conoscenza della Didaché, aggiungo qui e qui i link a due trasmissioni su Radio Maria dedicate appunto a quell’opera eccezionale.

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carismidiscernimento
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