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Corte Europea: la Chiesa non deve pagare l’Ici, ma gli anticlericali esultano

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Ici e Vaticano. La Corte Europea ha confermato l'esenzione dell'imposta sugli immobili alle strutture religiose e caritative, mentre ha chiesto il recupero dell'Ici a tutte quelle associazioni no-profit con attività commerciale (sportive, culturali e religiose).

La questione dell’ICI, l’imposta comunale sugli immobili, è molto semplice. Va pagata se l’attività è commerciale, non va pagata se l’attività è non commerciale. A complicare le cose vi sono le situazioni cosiddette miste. Ma la legge è chiara: tutti gli enti non commerciali (scuole, cliniche, associazioni di volontariato o sportive, luoghi culturali, ricreativi ed edifici religiosi) non sono tenuti a pagare l’imposta a meno che, al loro interno, vi siano attività commerciali.

Basterebbe questo per capire che quello dell’Ici non è un problema della “Chiesa”, ma di un vastissimo mondo legato al cosiddetto no-profit. Infatti, nella sentenza di ieri della Corte di giustizia dell’Unione europea, la parola “chiesa” non compare mai, si parla semplicemente di “enti non commerciali”. Così Avvenire ha denunciato la fake-news che sta girando: «per quale strano meccanismo della comunicazione un “ente non commerciale” diventa in un istante “la Chiesa”?», si domanda. «Succede da anni, da quando si ragiona di IMU e di ICI».

Ed infatti tutta la grande stampa, i Radicali e le masse anticlericali hanno esultato scrivendo che «l’Italia dovrà recuperare l’Ici non versata dalla Chiesa»Guido Castelli, sindaco di Ascoli Piceno e delegato dell’Associazione nazionale comuni italiani (ANCI), ha giustamente commentato«la questione va ben oltre la Chiesa cattolica e la laicità dello stato non c’entra nulla. Dalla breccia di Porta Pia in poi questi dibattiti non sono sereni, bensì intossicati da pregiudizi e semplificazioni di carattere storico-ideologico che non dovrebbero esserci». E’ il segno di quanto sia diventata per molti una delle tante lotte ideologiche contro la religione cattolica e il suo vastissimo fronte di aiuto caritativo ed umanitario che i Radicali vorrebbero vedere tassato e messo in crisi. Il loro argomento di battaglia è che le mense per i poveri e gli ostelli che ospitano i senza tetto farebbero “concorrenza sleale” a ristoranti, hotel e ospedali e, per questo, chiedono la tassazione totale alle opere caritative.

Ma nella sentenza di ieri, la Corte Europea ha semplicemente dichiarato che, al contrario di quanto decise il Tribunale Ue nel 2016, l’Italia ha facoltà di recuperare l’Ici (si parla di una somma tra i 13 e i 14 miliardi) non versato da tutti quegli enti non commerciali che ospitano attività commerciali al loro interno (un ospedale con un bar, ad esempio o un’associazione culturale che vende libri). Non è impossibile, come venne sancito due anni fa, sono mere “difficoltà interne” da superare. In realtà, spiega il magistrato della Cassazione Alfredo Mantovano, non si recupera niente perché entra in gioco la prescrizione e, ha aggiunto Marco Miccinesi, ordinario di Diritto tributario all’Università Cattolica, resta fattualmente impossibile la ricostruzione del quadro degli enti non commerciali che disponevano di immobili nel periodo 2007 al 2011. Inoltre, la Corte Ue ha confermato (come già stabilito dalla Commissione) la regolarità dell’Imu, che ha sostituito l’Ici dal primo gennaio 2012, in quanto non costituisce aiuto di Stato al mondo no-profit. Tutto qui (ottimo l’approfondimento di Avvenire).

Eppure, l’editorialista de La StampaGian Enrico Rusconiha scritto che gli uomini di Chiesa starebbero tremando di paura e «sperano che la faccenda finisca nel nulla», mentre il radicale Maurizio Turco l’ha definita «una vittoria della laicità contro il clericalismo di Stato» (e ora punta a riformare la legge sull’8×1000), dedicando il successo a Pannella. Peccato che siano coinvolte migliaia di associazione sportive, centinaia di associazioni culturali, le sedi di Emergency, le Camere di commercio, i musei, la comunità ebraica di Roma, la comunità valdese ecc. e tutti gli enti no-profit che ospitano o gestiscono una pur minima attività commerciale (vendita libri, souvenir, servizi extra, visite turistiche, convegni ecc.)

In queste ore anche anche i vescovi esprimono soddisfazione: «Una pronuncia positiva»ha commentato il vescovo “giurista” di Trapani, Domenico Mogavero«viene confermata l’esenzione dell’Imu per gli edifici di culto. In pratica una istituzione dell’Europa (che non è mai stata tanto tenera verso la dimensione religiosa) riconosce il valore della fede, la sua specifica rilevanza al punto da garantire ai luoghi di culto un’esenzione che non contrasta con la finalità fiscale». E’ intervenuto anche mons. Stefano Russo, segretario generale della Cei, spiegando: «le attività sociali svolte dalla Chiesa cattolica trovano anche in questa sentenza un adeguato riconoscimento da parte della Corte di Giustizia Europea. La Corte, infatti, conferma la legittimità dell’Imu – introdotta nel 2012 – che prevede l’esenzione dell’imposta, quando le attività sono svolte in modalità non commerciale, quindi senza lucro. La sentenza odierna rileva che la Commissione avrebbe dovuto condurre una verifica più minuziosa circa l’effettiva impossibilità dello Stato italiano di recuperare le somme eventualmente dovute nel periodo 2006-2011».

Gli enti religiosi che ospitano attività commerciali (definiti erroneamente “chiesa” dai media), pagano già le tasse sugli immobili, senza problemi. Lo aveva spiegato don Antonio Sciortino, direttore di Famiglia Cristiana«La Chiesa ha sempre pagato le tasse su tutte le attività commerciali! Nessuno, con un minimo di onestà intellettuale, può affermare il contrario. Era esentata, come tanti altri organismi ed enti laici, solo per le attività solidali ed educative. Le polemiche e gli attacchi finiti sui giornali, alimentati soprattutto dai radicali, riguardavano situazioni “miste” (culto e commercio), su cui ora s’è fatta chiarezza. La Chiesa, anzi, ha invitato a procedere nei casi ove la legge è stata violata. Ci aspetteremmo altrettanta chiarezza in altre istituzioni».

Ed infatti, ancora una volta, il segretario della Cei in queste ore ha ribadito: «Abbiamo ripetuto più volte in questi anni che chi svolge un’attività in forma commerciale – ad esempio, di tipo alberghiero – è tenuto, come tutti, a pagare i tributi. Senza eccezione e senza sconti. Detto questo, è necessario distinguere la natura e le modalità con cui le attività sono condotte. Una diversa interpretazione, oltre che essere sbagliata, comprometterebbe tutta una serie di servizi, che vanno a favore dell’intera collettività».

Servizi di carità e assistenza ecclesiali che i radicali vorrebbero tassare ma che loro, al contrario, non svolgono. Anche perché in essi non rientra l’istigazione al suicidio dei malati e delle persone con depressione così da strumentalizzare la loro morte in vista di una legge sull’eutanasia. Tuttavia, ricevono ugualmente dallo Stato decine di milioni di euro ogni anno destinati a Radio Radicale, grazie ad un furbo escamotage: sostengono di offrire un servizio pubblico trasmettendo, in alcuni momenti della giornata, la diretta dal Parlamento: peccato che lo faccia già Radio Rai Parlamento, con ben altri risultati in termini di ascolti. Sarebbe ora che Maurizio Turco iniziasse una battaglia in nome della laicità contro i privilegi laicisti della sua stessa emittente radiofonica.

 

QUI L’ORIGINALE

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