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La Chiesa deve pagare l’Ici arretrata: tutto ciò che bisogna sapere

PANAMA

Melissa Wong Zhang-(CC BY-SA 2.0)

Gelsomino Del Guercio - pubblicato il 06/11/18

Tale sentenza stabiliva che la Chiesa non doveva restituire alla Stato il mancato versamento dell’Ici perché chi ha contestato il regime di esenzione «non è giunto a dimostrare» le distorsioni del mercato e di conseguenza l’incompatibilità con le regole dell’Unione europea.

Il cavillo

Il Tribunale, con quel pronunciamento, ha però lasciato le porte aperte a Montessori e Radicali, dichiarando “ricevibile” il ricorso. Nel mondo dei giuristi una piccola rivoluzione, visto che mai era stata applicata agli aiuti di Stato la nuova norma del Trattato di Lisbona che allarga la platea dei soggetti che hanno diritto ad impugnare le decisioni della Commissione Europea.

Proprio la ricevibilità decretata dai giudici del Tribunale di primo grado ha permesso di fare appello alla Corte di Giustizia Ue contro la decisione “no-Ici” di Commissione e Tribunale Ue (La Repubblica, 15 settembre 2015).




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L’ultimo round: il rovescio delle decisioni

E così si è giunti all’ultimo atto. La Corte di Giustizia, pronunciatasi in “Grande Chambre”, ha annullato sia la decisione della Commissione europea che la sentenza del Tribunale Ue, spiegando che le problematiche per reperire le somme relative all’Ici, costituiscono mere «difficoltà interne» all’Italia, «esclusivamente ad essa imputabili», non idonee a giustificare l’emanazione di una decisione di non recupero. La Commissione europea, si legge nella sentenza, «avrebbe dovuto esaminare nel dettaglio l’esistenza di modalità alternative volte a consentire il recupero, anche soltanto parziale, delle somme».

“Si” Ici, “no” Imu

La Corte ha ricordato che i ricorrenti erano situati «in prossimità immediata di enti ecclesiastici o religiosi che esercitavano attività analoghe» e dunque l’esenzione Ici li poneva «in una situazione concorrenziale sfavorevole (..) e falsata».

La Corte di Giustizia ha ritenuto invece legittime le esenzioni dall’Imu, l’imposta succeduta all’Ici, introdotte dal governo Monti, anch’esse oggetto di contestazione da parte dei ricorrenti (La Stampa, 6 novembre 2018). 




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L’intervento della Cei

«La sentenza odierna rileva che la Commissione avrebbe dovuto condurre una verifica più minuziosa circa l’effettiva impossibilità dello Stato italiano di recuperare le somme eventualmente dovute nel periodo 2006-2011», commenta monsignor Stefano Russo, segretario generale della Cei.

«Le attività potenzialmente coinvolte sono numerose – aggiunge monsignor Russo – e spaziano da quelle assistenziali e sanitarie a quelle culturali e formative; attività, tra l’altro, che non riguardano semplicemente gli enti della Chiesa».

Distinguere le attività

«Abbiamo ripetuto più volte in questi anni che chi svolge un’attività in forma commerciale – ad esempio, di tipo alberghiero – è tenuto, come tutti, a pagare i tributi. Senza eccezione e senza sconti. Detto questo, è necessario distinguere la natura e le modalità con cui le attività sono condotte», conclude il vescovo.

Il bicchiere “mezzo pieno”

C’è anche un bicchiere mezzo pieno in questo pronunciamento, evidenzia ancora monsignor Russo: «Le attività sociali svolte dalla Chiesa cattolica trovano anche in questa sentenza un adeguato riconoscimento da parte della Corte di Giustizia Europea. La Corte, infatti, conferma la legittimità dell’Imu – introdotta nel 2012 – che prevede l’esenzione dell’imposta, quando le attività sono svolte in modalità non commerciale, quindi senza lucro» (Agensir, 6 novembre 2018).




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