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La Lecoq non porta il figlio dal pediatra pur di “educare” il compagno alla parità

TITIOU LECOQ
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No, care femministe, l'amore non ha conseguenze terribili da combattere ma meravigliosi effetti collaterali che ci salvano da una guerra senza quartiere dentro le mura di casa

di Lucia Scozzoli

Un anno fa sul sito della francese OBS è apparso un video in cui la femminista Titiou Lecoq (giornalista indipendente, blogger e scrittrice) pubblicizza il proprio libro “Libérées! Le combat féministe se gagne devant le panier de linge sale” [Liberate! La battaglia femminista si vince davanti alla cesta dei panni sporchi] raccontando la sua strategia su come guadagnare e difendere la parità tra i sessi, che si fa dura soprattutto tra le mura domestiche, e per esemplificare con più efficacia, racconta un episodio della vita personale:

Ho vissuto l’esperienza di avere mio figlio malato, che non ho voluto portare dal pediatra perché toccava sempre a me farlo. Così ho detto a suo padre: «Te ne devi occupare tu!». Lui non è riuscito a farlo in tempo e mio figlio è finito con un timpano perforato. Dall’asilo mi hanno telefonato per dirmi che non potevano accettarlo [in quello stato]. So che quello che ho fatto è orribile, ma non era il mio turno di portarlo dal pediatra. Non bisogna cedere solo perché il proprio bambino soffre. E ora il risultato è che, per quanto riguarda le visite dal pediatra, ce le dividiamo in modo perfetto.

Finché la casa, conclude, «resterà un territorio femminile, le donne non conquisteranno mai il loro posto nel resto della società».

Dopo mesi di sostanziale indifferenza, il video è stato notato dallo youtuber Greg Tabibian che ci ha sollevato sopra un po’ di polverone, al grido: «Quando una “femminista” mette in pericolo la vita di suo figlio», suscitando moti di indignazione generali e richieste di rimozione del video alla OBS.

In Italia la discussione è giunta grazie a Tempi, che ha promesso un surplus di riflessione sul numero di novembre attraverso il contributo della filosofa e scrittrice francese Bérénice Levet.

In effetti il pensiero della Lecoq merita uno sforzo riflessivo aggiuntivo, non tanto per l’esempio personale un po’ estremo, quanto per le parole immediatamente precedenti che aveva pronunciato e che davvero toccano il nocciolo della questione femminista senza, incredibilmente, comprenderlo: è facile dirsi femministe «in piazza o su internet», il difficile è farlo a casa, con la propria famiglia. È lì che bisogna rifiutarsi di raccogliere calze sporche e pretendere una suddivisione equa dei compiti, anche con durezza. Ma, dice la Lecoq, «quando si vive una storia d’amore si fa presto a dimenticare i propri principî. L’amore per il coniuge e per i figli», aggiunge, è uno dei principali «pretesti per derogare all’uguaglianza. E questo è terribile».

Esiste un contrasto tra l’idea astratta di parità e la sua declinazione istintiva sul campo, soprattutto quando di mezzo ci sono gli affetti: forse che il femminismo sia davvero tutto da buttare?

Non è così, nel racconto della Lecoq c’è un non detto grande come un grattacielo che troneggia sullo sfondo e che è impossibile non notare: ma il compagno che tipo è? Sì, perché adesso la facile indignazione crocifigge la donna davanti alla sua freddezza calcolatrice che l’ha spinta a servirsi del figlio malato per ottenere una rivendicazione personale in famiglia, ma in quella casa c’è anche un padre che non ha trovato il tempo per portare il figlio dal pediatra e che però, dopo questo episodio (ci dice la Lecoq), si è presto abituato a sobbarcarsi di tale compito in modo equamente distribuito, segno che non solo la madre stava tirando la corda, ma pure il padre. Lì erano in due a giocare sulla pelle (anzi, sulle orecchie) del figlio. Eppure il biasimo si è sollevato solo verso di lei e il motivo è che solo lei ha sentito la necessità di autodenunciarsi pubblicamente con questo video, in cerca di una auto giustificazione filosofica ad un comportamento che, comunque, definisce orribile lei stessa. E non solo: nel video non compare alcuna nota di biasimo verso il partner colpevole quanto lei, segno che quella debolezza intrinseca provocata dall’amore ha colpito ancora.

E mi domando un’altra cosa, assai importuna: siamo sicuri che l’atteggiamento di contrapposizione netta col compagno, il braccio di ferro con la sofferenza del figlio come arma di ricatto reciproco, sia più inaccettabile di tante altre forme di battaglia in famiglia, dove invece l’interesse del figlio è assurto a dogma ma ugualmente usato contro l’altro? Faccio un esempio personale (come la Lecoq, sperando di non sollevare identico polverone): a settembre è iniziato il turbinio delle attività scolastiche ed extrascolastiche a cui portare i figli, con la solita difficile opera di conciliazione con gli impegni lavorativi e casalinghi, per cui la redazione di un planning con orari e compiti diventa più sofferto del patto di Varsavia. Il marito ha subito estratto la carta maschile per eccellenza: “faccio quello che posso”, in contrapposizione col “faccio quel che devo” femminile.

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