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John Happy non desidera la felicità e tu non devi discriminarlo!

DEPRESSED MAN

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PEPEONLINE - pubblicato il 05/11/18

Solo la Chiesa faceva ancora resistenza, proclamando in ogni sede che nessun uomo può essere abbandonato all’infelicità e che ogni persona ha in sé l’esigenza incancellabile di felicità e di bene. John Happy, non contento del successo interplanetario raggiunto, voleva capire per quale arcana ragione questi strani cattolici avevano deciso di remare contro l’inevitabile progresso del mondo e così, visto che l’Italia era uno dei paesi più refrattari alla grande novità, volle incontrare il cardinale Bergazzi, responsabile della CEI. Dopo una brevissima presentazione, fu Happy a sparare subito ad alzo zero:

Mi dica una sola ragione per cui io e lei dovremmo essere obbligati a desiderare la stessa cosa, la felicità. Non riuscite a contemplare la possibilità che noi siamo diversi da voi, e pure egualmente degni di essere uomini?

Il cardinale abbassò la testa e stette un attimo come a riflettere penosamente. Poi alzò il capo e disse:

Sì, è vero. Devo ammetterlo. Lei non è obbligato a nulla, nemmeno a riconoscere il suo desiderio di felicità”. “Ma allora – ribatté subito Happy – perché non rinunciate alla vostra stupida lotta?

“Perché stavamo aspettando. Ma ora, finalmente, sappiamo che l’attesa non è stata vana” disse sorridendo Bergazzi.

“E perché mai?” replicò stizzito Happy, alzandosi improvvisamente dalla sedia e iniziando ad agitarsi.

Semplice, perché lei è qui. Sì, proprio così, non si sorprenda. Il punto è che lei è venuto qui e non per un interesse politico: sa benissimo che la nostra posizione è completamente perdente. Insomma, lei non è qui per una rivendicazione o per una posizione ideologica: è venuto qui per un’autentica domanda del cuore. Lei vuole “davvero” sapere. E questo per noi è tutto.

E che diavolo significherebbe questo? Cardinale, non mi prenda in giro o vedrà di che cosa siamo capaci.

Si agiti pure quanto vuole – riprese a dire Bergazzi – anzi credo sia un bene per lei. Agitarsi è un segno di libertà, e di questo lei ha un tremendo bisogno.

Libertà? Libertàà? Ma come osa? Tutto il mio Movimento è nato dall’affermazione della più alta libertà possibile e lei ora mi parla di libertà?

Sì – proseguì Bergazzi, sempre più calmo e convinto – però bisogna intendersi sulle parole. Per me, ad esempio, essere liberi significa alzarsi dalla sedia”.

La rabbia di Happy cresceva irrefrenabile insieme ad una strana voglia di ascoltare. Il cardinale proseguì:

Non mi guardi male, è così. Se mi alzo dalla sedia è per andare a vedere qualcosa, qualcosa di inaspettato, una novità. Se invece – come lei ha fatto finora – rimango seduto sulla sedia, allora la libertà coincide coi miei pensieri, diventa un’astrazione e così nasce in noi quella fesseria che tanto ci attrae, ovvero che essere liberi significa decidere tutto. Ma, la fregatura, tra virgolette, è che quando invece uno si alza dalla sedia, quando uno vuole seriamente andare a trovare qualcosa di buono, poi non finisce più di cercare e di trovare. E così, quando meno te lo aspetti, puoi arrivare davanti a uno che ti dice di aver contato tutti i capelli che hai in testa, perché ce li ha messi lui, uno per uno, insieme al desiderio infinito che hai dentro al cuore. E capisci che essere liberi è molto più che decidere tutto: è la possibilità di trovare la risposta infinita, inaspettata, qui e ora, al mio cuore che un Altro mi ha donato. E, se è così, niente mi fa paura, nemmeno la verità di quel che sono, che è la bestia più brutta di tutte. E lei, poco fa, se non erro, si è alzato proprio convinto dalla sua sedia, con una domanda che pareva molto seria.

DONNA, VISO, TRISTELeggi anche:La depressione è anche nostalgia di Dio, perciò la fede è alleata della cura

Un sorriso impercettibile comparì sul volto di Bergazzi, mentre Happy prese rapidamente le sue cose e uscì senza nemmeno salutare, facendo cadere la sua sedia. Il cardinale fece come per raccoglierla, ma si era rotta.

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Tags:
depressionepostumanesimo
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