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John Happy non desidera la felicità e tu non devi discriminarlo!

DEPRESSED MAN

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PEPEONLINE - pubblicato il 05/11/18

Un racconto verissimo, di pura fantasia! Ogni desiderio anche il più antiumano e capriccioso diventa diritto e qualsiasi richiamo alla nostra sete di felicità un insulto. Ma c'è sempre la Straniera, la Chiesa, a ricordarci chi siamo e portarci la Risposta...

di Antonio Iannaccone

Anno 2029, Olanda, studio televisivo di una emittente cristiana. Durante una tranquilla trasmissione televisiva del mattino, dedicata alla depressione, un’intervista a un paziente degenera in una rissa incontrollata. Di fronte alla domanda su come avesse iniziato a contrarre il suo male psichico e a perdere il gusto per la vita, l’uomo, di nome John Happy, aitante quarantenne dall’aria intellettuale, sbotta:

Ma come si permette di darmi del malato? Chi è lei per giudicarmi? Basta con questa violenza per cui tutti gli uomini debbano desiderare la felicità! Solo il retaggio di una mentalità arretrata, oscurantista, retrograda vi porta a dire che l’uomo debba essere felice. E infatti è nella Chiesa che questa discriminazione è più forte: il vostro Dio che vi obbliga a questo desiderio tenetelo per voi. In ogni caso, la libertà di non desiderare la felicità deve essere un diritto garantito in uno Stato laico!.

Il giorno dopo, la risposta di Happy era proposta con grande evidenza sulle maggiori testate olandesi e, in poco tempo, fece il giro di tutto il mondo. “Il nuovo razzismo, la depressofobia” titolava La Repubblica, uno dei quotidiani che prese più a cuore la questione. Uno ad uno, i maggiori intellettuali del pianeta si schieravano dalla parte di Happy, sostenendo che era intollerabile, in una civiltà progredita come la nostra, che una parte consistente di umanità – il 10% o anche il 15% secondo alcune stime – fosse giudicata malata, inferiore, discriminata, sulla base di un giudizio sul loro desiderio intimo. “Chi siete voi per sapere che cosa c’è nel cuore di un depresso?” dichiarò Happy al cronista di Le Monde. E continuò:




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La depressione non è una scelta, è una condizione profonda, con cui si nasce, e voi non avete nessun diritto di trattarci come malati, diversi, quasi fossimo uno scherzo della natura. Come fate a non vedere? Dall’alto della vostra superiorità pensate che chi non desidera la felicità sia “sbagliato” e invece è solo qualcuno che non è come voi. E così, col vostro razzismo ci state perseguitando da decenni, costringendoci a essere quel che noi non siamo. Se ci accettaste davvero, fino in fondo, allora davvero l’ultima discriminazione esistente sulla faccia della Terra sparirebbe e ogni uomo potrebbe essere considerato uguale, qualsiasi sia il desiderio che alberga nel suo petto.

Queste ultime parole di Happy furono come una scossa di adrenalina per molti angosciati nel mondo: la depressione era infatti in forte crescita e non si vedevano valide cure all’orizzonte. Ora, invece, quello che fino ad allora era stato ritenuto un male diventava improvvisamente un motivo di riscossa umana senza precedenti: davvero, con la loro battaglia, sarebbe stata possibile la perfetta uguaglianza di tutti, nella totale libertà del desiderio.

Nacque così il Movimento Depressuale, il cui manifesto si concludeva con queste parole:

Noi reclamiamo quindi il diritto alla depressione e la piena uguaglianza di ogni uomo, che sia nato per la felicità o no, senza distinzioni di razza, identità sessuale e desiderio.

All’unanimità, poco tempo dopo la nascita del Movimento, ne fu proclamato presidente John Happy, che nel discorso di insediamento dichiarò:

Cari compagni della non-felicità, è questo un grande giorno. Dopo che l’umanità ha sconfitto ogni discriminazione basata sul differente desiderio sessuale, noi oggi siamo qui per compiere la battaglia definitiva, quella per proclamare l’uguaglianza di qualsiasi desiderio, compreso il desiderio di non-felicità e il pieno diritto a viverlo! Compagni, è per questo che da ora in poi smetteremo di chiamarci “depressi”, nome infamante affibiatoci da chi con disprezzo ci vedeva più in basso, e prenderemo con orgoglio il nome alto di chi reclama il diritto a non cercare la felicità, per cui saremo per tutti gli ‘Infelicisti’.

Un boato accompagnò il discorso di Happy, unico grande trionfatore di quello che sarebbe stato ricordato come il primo Congresso Infelicista.

Nel giro di pochi mesi, la depressione fu cancellata prima dall’elenco delle anomalie psichiche in America e in seguito da tutti i manuali di Psicologia. Intanto, i Parlamenti di molti Stati europei facevano a gara ad approvare nuove leggi in favore dei diritti infelicisti. Fu approvato il reato di depressofobia e in alcuni casi fu esteso anche ai medici che decidessero di prendere in cura dei potenziali pazienti. Per i sostenitori dell’Infelicismo, infatti, i peggiori effetti della depressione erano proprio dovuti al fatto che i presunti depressi erano discriminati e considerati diversi dagli altri. Sostenendo il diritto all’infelicità – dicevano – tutti i problemi legati alla condizione infelicista sarebbero scomparsi. Molti studi in seguito dimostrarono che l’assenza di un desiderio di felicità era in fondo un fattore totalmente naturale, tipico del mondo animale e vegetale: era invece il desiderio di felicità ad essere qualcosa di totalmente inspiegabile e insensato, e quindi patologico. In ogni caso, i sostenitori della libera depressione facevano notare che, essendo dotati di spirito libero e democratico, non avrebbero mai considerato inferiori e anormali i “felicisti”.




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