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Giuditta: sposando lui, che era in carcere, Dio mi chiamava alla vera libertà dell’amore

GIUDITTA, BOSCAGLI

Giuditta Boscagli

Annalisa Teggi - pubblicato il 05/11/18

Oggi posso dire la stessa cosa, siamo sposati da quattro anni e non siamo da soli: ogni settimana ci incontriamo per fare la Scuola di Comunità (apparteniamo al movimento di CL) e insieme a persone che hanno percorsi umani e di vocazioni diversissimi mettiamo a tema il desiderio di vivere la vita fino in fondo e fare un cammino di fede vero. Lo sguardo reciproco ci permette di accorgerci dell’evidenza che le nostre vite stanno fiorendo.
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A proposito di compagnia, mi racconti della vostra abitudine di fare cene in cui gli amici vi invitavano, ma venivano a casa vostra, perché tuo marito aveva il rientro alle 9 di sera?

L’idea è nata da una coppia di amici che hanno avuto 3 figli in qualcosa come 34 mesi, un gioioso delirio. Una sera ci hanno chiamato dicendo: “Vorremmo invitarvi a cena a casa vostra”. Proprio a causa del rientro di mio marito, sarebbe stato impossibile spostarci; per cui loro sono venuti a casa nostra, portando tutti i piatti già fatti e da scaldare. Noi abbiamo solo preparato la tavola e stappato il vino.

GIUDITTA, BOSCAGLI
Giuditta Boscagli

È di una bellezza straordinaria quest’episodio perché, se vuoi, traduce la dinamica dell’Incarnazione nel quotidiano. Noi siamo rimasti a casa nostra e Dio è venuto da noi.

Ci è piaciuta così tanto che ora noi ce la giochiamo a rovescio. Visto che abbiamo amici con molti figli, sarebbe per loro difficile venire da noi col timore che i bambini mettano sottosopra casa nostra. Allora andiamo noi da loro, con la cena pronta.


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Il tema della cucina mi fa venire in mente un episodio che tu racconti ed è di una verità disarmante. Dopo quel periodo di lontananza forzata dal tuo fidanzato, accade che per una volta riuscite a essere insieme per Capodanno; preparate insieme la cena per gli amici e tu avverti un enorme fastidio nell’averlo accanto a te ai fornelli …

Sì è vero, lui era ancora in carcere e aveva avuto un permesso. Io ero sempre stata fiera della mia indipendenza; pur vivendo coi miei genitori, fino ai 28 anni ho avuto la presunzione di cantarmela e suonarmela da sola. Poi mi sono ritrovata a dover far spazio, anche fisicamente, a una presenza e non è stato scontato accettarla. Tuttora, da sposati, abbiamo la regola che se uno è in cucina, l’altro deve stare fuori; pian piano anche queste spigolosità si stanno smussando, ma pian piano. Non si può dare per scontato che, quando uno ha desiderato tanto una cosa e poi se la ritrova tra le mani, è capace di trattarla. Desiderio e realtà non sono la stessa cosa.

Come si fa a far sì che anche il matrimonio non diventi un’altra prigione?

Tutti i coniugi hanno dei poteri incredibili di incatenare l’altro ai propri errori, ai propri limiti. Per quel che riguarda me, posso dire che sono più felice oggi di quando mi sono sposata quattro anni fa perché ciascuno di noi sta facendo un cammino, che è innanzitutto un cammino personale. Per fare un cammino di coppia bisogna che ciascuno dei due cammini per sé, cioè che cerchi fino in fondo di capire qual è il senso della sua vita. Altrimenti se si riduce tutto a «cosa siamo capaci di fare noi due e rispondere insieme alle possibilità», ad un certo punto si soffoca per forza. Allora diventa una galera anche ciò che si è desiderato. L’unico percorso possibile è un altro e non importano le indoli e i caratteri personali, che possono anche essere diversi. Si tratta di riconoscere l’origine di tutto, che un Altro ci ha messi insieme.

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carcerematrimonioperdonoStoria Look Up
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