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Chiesa

Essere superstiziosi è un peccato per la Chiesa?

BLACK CAT

KT Photography | CC

Toscana Oggi - pubblicato il 30/10/18

È peccato essere superstiziosi? Non dico andare dai maghi o credere alla stregoneria, ma semplicemente avere abitudini e gesti a cui si attribuisce un effetto positivo, pensando che «portano bene»?

Lettera firmata

Risponde don Gianni Cioli, docente di Teologia morale alla Facoltà teologica dell’Italia Centrale.

Direi che la risposta è sì, le pratiche superstiziose, ovvero le vane osservanze, come la morale tradizionale chiamava i gesti a cui si attribuisce indebitamente un effetto positivo, sono da considerarsi in linea di principio un peccato, anche se non necessariamente grave. Esse infatti contrastano con la piena libertà dei figli di Dio e tendono a indebolire la fiducia in Lui e nella sua amorosa provvidenza. Sebbene queste pratiche non abbiano di per sé nulla a che fare con la magia, che è certamente un peccato grave, esse possono comunque essere il sintomo in una mentalità parzialmente magica, e quindi non cristiana, che si illude di poter orientare favorevolmente gli eventi attraverso l’esecuzione di determinati rituali o il possesso di determinati oggetti. Chi prende sul serio questi rituali, credendoci veramente, rischia di complicarsi la vita con inutili costrizioni e di appannare, più o meno significativamente, la fiduciosa consapevolezza che solo Dio salva.

Non credo tuttavia che determinati rituali, se praticati senza crederci veramente ma solo come consuetudini legate al folclore o alle convenzioni di gruppi sociali, debbano sempre e necessariamente inquinare e inquietare troppo la coscienza di chi li compie e indurre chi sa quali sensi di colpa.

Mi riferisco ad esempio all’uso di dire «in bocca al lupo» piuttosto che «auguri» a chi sta per sostenere un esame, oppure alla consuetudine, presente nel mondo dello spettacolo, di evitare determinati colori, all’uso di mangiare determinati cibi a capodanno, o a quello di non incrociare le braccia quando si brinda, e così via. Sono, infondo, forme di folclore o di etichetta.

L’importante è non crederci e non andare in crisi quando qualcuno non le rispetta. In conclusione direi che non si è di per sé tenuti a trasgredire questi codici, e quindi a creare disagio in chi li giudica invece convenienti, a meno che non ci rendiamo conto che, in determinati ambienti, essi esprimano significati anticristiani o comunque inaccettabili, ma non credo che normalmente sia così.

Si deve poi considerare il caso di coloro che vivono in modo più o meno nevrotico e compulsivo certe paure legate alla superstizione. Spesso questi soggetti, di fronte a situazioni che secondo la credenza popolare portano male, non si sperimentano del tutto liberi. Determinati eventi, oggetti o numeri risultano per loro insostenibilmente ansiogeni e da evitare perché riconducibili a idiosincrasie irrazionali, magari acquisite durante l’infanzia per una errata educazione legata a credenze ataviche. Può essere certamente opportuno aiutare queste persone a comprendere l’infondatezza delle loro paure e anche sostenerle nell’impegno superare ogni reazione superstiziosa.

Ma sarebbe sicuramente molto inopportuno ingenerare in queste persone sensi di colpa insistendo sulla peccaminosità della superstizione di fronte a una loro presumibile mancanza di piena libertà.

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