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Manca ancora molto per vincere la guerra contro la fame

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Presentata l’edizione 2018 dell’Indice globale della fame

Nella lotta contro la fame e la denutrizione sono stati raggiunti nel periodo che va dal 2000 ad oggi traguardi ragguardevoli, ma conflitti e conseguenze dei cambiamenti climatici rischiano di azzerare questi progressi, come sta già succedendo in alcuni Paesi del mondo.

Questo è in sintesi il messaggio lanciato dall’Indice globale della fame 2018 (o GHI, dall’inglese Global Hunger Index), presentato giovedì 11 ottobre a Berlino dalla ONG Welthungerhilfe – attiva in tre continenti e in 38 Paesi del pianeta, tra i quali la Corea del Nord – e anche a Milano dal Cesvi (acronimo di Cooperazione e Sviluppo).

Situazione generale

Dal nuovo rapporto, giunto alla sua tredicesima edizione e realizzato dalla ONG tedesca in collaborazione con l’agenzia umanitaria irlandese Concern Worldwide, emerge che a livello mondiale il GHI è sceso da 29,2 nel 2000 a 20,9 oggi, cioè un decremento del 28%.

A permettere il miglioramento è stato il calo registrato in ciascuno dei quattro indicatori chiave usati per calcolare l’indice, che è un valore statistico che va da 0 (fame zero) a 100 (valori massimi su tutta la linea), cioè denutrizione, malnutrizione acuta o deperimento (wasting in inglese), malnutrizione cronica (stunting) e mortalità infantile.

Nei Paesi inclusi nel rapporto, la proporzione della popolazione che risulta denutrita è scesa nel periodo che va dal 1999-2001 al 2015-2017 dal 17,6% al 12,3%. Inoltre, la quota di bambini sotto i cinque anni di vita detti stunted (affetti da malnutrizione cronica) è diminuita dal 37,1% nel 1998-2002 al 27,9% nel 2013-2017. Invece più ridotto è stato il calo di bambini colpiti da denutrizione acuta (wasting): dal 9,7% al 9,3%. Un calo importante è stato registrato infine nella mortalità di bambini nella fascia 0-5 anni: dall’8,1% nel 2000 al 4,2% nel 2016.

Leggi anche: Una persona su nove nel mondo soffre la fame

Tre Paesi che nel 2000 avevano ancora dei livelli di fame “estremamente allarmanti”, cioè Angola, Etiopia e Ruanda, sono riusciti ad esempio a diminuire i loro indici di 20 o più punti. Fondamentale è stato in tutti e tre i casi il fatto che i Paesi in questione sono usciti da una “distruttiva guerra civile”, ricorda il rapporto.

La situazione in alcune regioni

Secondo il rapporto, con un GHI rispettivamente di 30,5 e 29,4, le due regioni del mondo con l’indice più alto sono l’Asia meridionale e l’Africa subsahariana. I valori relativi ai quattro indicatori base sono in entrambe le regioni “inaccettabilmente alti”, sottolineano gli autori.

Nell’Asia orientale e nel Sud-est asiatico, inoltre nel Vicino Oriente e nel Nord Africa, nell’America Latina e nei Caraibi, nell’Europa orientale e nella Comunità degli Stati Indipendenti (CSI), il punteggio varia invece da 7,3 a 13,2.

Per quanto riguarda l’Africa subsahariana, dove il tasso di denutrizione era del 22% nel periodo 2015-2017, due elementi, cioè conflitti e condizioni climatiche avverse, espongono maggiormente le popolazioni della regione alla denutrizione.

In Paesi alle prese con crisi protratte il tasso di denutrizione è infatti circa due volte più alto rispetto a Paesi non affetti da guerre o conflitti. I dieci Paesi con il più alto tasso di mortalità sotto i 5 anni fra i bambini sono tutti situati nell’Africa subsahariana, di cui sette sono cosiddetti “Stati fragili” (Fragile States).

L’impatto del fenomeno climatico El Niño ha accentuato inoltre nel periodo 2015-2016 le alterazioni climatiche già presenti in questa parte del globo e ha condotto a periodi di siccità prolungate, raccolti ridotti e perdita di bestiame in molte zone del Continente.

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