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Desirée Mariottini. Una morte atroce e l’omertà sulla natura del male

DESIREE MARIOTTINI
Andrea Ronchini / NurPhoto / AFP
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Un fatto che è passato dalla cronaca gialla a quella nera; una morte atroce in un contesto di degrado e criminalità che doveva essere sradicato prima.

La cosa più saggia del mondo è gridare prima del danno. Gridare dopo che il danno è avvenuto non serve a nulla, specie se il danno è una ferita mortale (Gilbert Keith Chesterton).

E invece siamo tutti qua, da qualche giorno, a gridare, dopo. Dopo il danno irreparabile della morte per scempio di una ragazza di sedici anni, uno scempio compiuto da numerosi uomini. Lei ragazzina, loro adulti. Lei ridotta a niente loro pure, ma nella brutalità più estrema. E secondo uno schema che, al di là della storia della povera Pamela Mastropietro, fa pensare ad una familiarità con queste pratiche. Gli indagati, per ora quattro, sono due senegalesi, un nigeriano e un gambiano (vedi roma.repubblica.it e ilgazzettino.it).

Le ultime ore di vita di Desirée

Riportiamo solo per dovere di cronaca e nel modo più essenziale e rispettoso possibile i fatti.

E’ il 17 ottobre e Desirée Mariottini si allontana da Cisterna Latina, chiama la nonna (a cui era in affido) le dice di aver perso l’autobus e che per questo si sarebbe fermata a dormire da un’amica. Il 18 un testimone dice ci averla vista davanti lo stabile di via dei Lucani intorno alle 4 di mattina.  E’ il quartiere San Lorenzo e il fabbricato ha una “destinazione d’uso” illecita ma nota a tutti e tollerata da chi avrebbe potuto e dovuto riportare la legalità: il “fortino dei pusher“, è famoso con questo nome. Tra il 18 e il 19 Desirée viene drogata e violentata da almeno 4 uomini ma altri testimoni parlano di 7, 8 persone (sempre uomini, adulti, di origine africana) intorno a lei.  Sempre secondo il teste queste persone ad un certo punto cercano di rianimare la ragazza, gettandole acqua in faccia. Qualcuno chiama i soccorsi che al loro arrivo la trovano già morta. (Ansa)

Dopo lo shock e le strumentalizzazioni, tentiamo un giudizio umano

Oggi è il 26 ottobre e forse lo tsunami di articoli, reazioni politiche, esternazioni e chiamate alle armi pervenute via fermo post, sta calando. Prima che si imponga alla nostra attenzione esausta e sotto infiammazione cronica un altro caso scabroso e tragico forse abbiamo il dovere anche noi di dare un giudizio. O chiederlo a chi conosce l’uomo e le sue infinite possibilità. Sono quelle di male che continuamente censuriamo e questa abitudine non ci stiamo facendo bene.

Un giudizio allora ma non sul problema epocale dell’immigrazione, che non può essere trattato a colpi di buonismo sciocco e irresponsabile (che forse copre ben più algidi calcoli) e nemmeno menando fendenti sovranisti da dietro lo scudo della tastiera. Non sullo stato di emergenza educativa continuo segnalato da tutte le agenzie coinvolte, che pure sta al cuore di tutti i problemi che ci affliggono. Sulla debolezza della famiglia dalla quale Desirée veniva: ma come impedirci di pensare che una famiglia salda, stabile, con un padre presente e in accordo con la madre avrebbe potuto tenere la figlia chiusa in casa e non “per sempre nel mio cuore” come ha scritto ora, a esequie fissate?

Leggi anche: Il caso Pamela: davanti all’orrore ma per ripetere la speranza di Cristo

Mi faccio coraggio e con la pochezza dei miei mezzi e della conoscenza che posso reperire sul caso ma eseguendo l’ordine perentorio che pure dentro di me sento risuonare vi offro alcune brevi riflessioni come appiglio per risalire a mani nude la altrettanto nuda roccia – e aspra – che si para davanti e sopra noi, ora che ci troviamo di nuovo precipitati in un baratro.

La memoria corre a Pamela Mastropietro e ai suoi assassini

Intanto bisogna tenere conto o perlomeno registrare la nazionalità degli imputati; il professor Meluzzi in merito a questa tristissima storia che ha fin da subito associato a quella di Pamela, parla di dinamiche mafiose e tribali tipiche di questi agglomerati umani. Gestiscono lo spaccio di droga, hanno gerarchie interne, sono violenti e praticano lo stupro come mezzo di sollazzo e di sopraffazione. A cosa è ridotto in questi casi l‘atto sessuale? Che tipo di esperienza può essere quella di infierire su una ragazza incosciente obbedendo ciecamente ad un impulso? Quale fame insaziabile soddisfa? Lei è vilipesa e insultata nella violenza che la riduce a cosa; ma loro?

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