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Accettare la debolezza va bene, ma amarla?

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Sono parte di quella Chiesa ferita che ferisce... misericordia!

Voglio tutelare l’innocenza di chi mi è stato affidato. Custodirla tra le mie mani. Un tesoro immenso che non merito.

Voglio rispettarla come la cosa più sacra. L’innocenza che devo salvaguardare per offrirla a Dio ogni mattina. Curare la fiducia che mi viene donata senza che la meriti. È di Dio.

Quanto fa male la verità che tocco, intrisa di abusi… La sordida verità che mi riempie di tristezza. La verità della fiducia tante volte spezzata. Il peccato che ferisce l’anima del bambino innocente. E non posso fare altro che chiedere perdono in ginocchio.

“La tua misericordia, Signore, scenda su di noi”. È della misericordia che ho bisogno.

Non taccio. Vorrei evitare di dire qualcosa, perché forse nessuna parola è in grado di placare la rabbia o di recuperare il tempo. Non riesce a far tornare indietro le lancette dell’orologio, a prima del crimine.

Non resta che raccogliere i cocci. Inginocchiarmi in silenzio. E parlare riconoscendo le colpe. E assumere di nuovo che sono parte di quella Chiesa ferita che ferisce. Quel corpo di Gesù in cui c’è peccato, perché l’uomo pecca. E io faccio parte di quel corpo che soffre e pecca.

Il dolore di mio fratello mi fa male dentro. Il dolore dell’innocente. Soffro. Vorrei che non fosse successo. Vorrei aver fatto tutto meglio. È dura constatare la miseria in modo palpabile e andare avanti.

È successo qualcosa. È grave. Lo prendo tra le mani. La verità che mi fa male nell’anima. Guardo di nuovo gli occhi di Maria. Quelli di Gesù ferito sulla croce dai miei peccati, dai miei errori, dai miei silenzi.

Non l’ho difeso sulla croce quando potevo. Non mi sono fermato davanti al ferito. Ho bisogno di sentire la misericordia in modo tangibile.

Non so cambiare il passato, ma posso costruire il presente e il futuro. Questo posso farlo. Dio me lo permette. Me lo chiede. Non perdo la speranza.

Il peccato dell’uomo non mi stupisce, e neanche il mio. Ma mi fa tanto male dentro… Voglio accettare la debolezza propria e altrui.

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