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Papa: “Io credo che il Signore stia chiedendo un cambiamento nella Chiesa”

Jeffrey Bruno
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La Civiltà Cattolica ha messo ieri in chiaro (e pubblicherà sul numero 4040 della Rivista) la trascrizione dell'incontro del Santo Padre coi confratelli della provincia lituano-lettone avvenuta a Vilnius il 23 settembre scorso. Diversi i temi trattati, tutti raccordati dall'esigenza di riportare ogni cosa a una originale e autentica esperienza di “familiarità col Signore”. Coi debiti accorgimenti, quasi tutti questi spunti possono essere fruttuosamente adattati ad ogni stato di vita.

Davvero queste dinamiche sono così semplici e universali che non ha senso frapporre stucchevoli steccati: i gesuiti dei Paesi baltici confidavano a Francesco che perfino i luterani – fratelli da cui divergenze anche serie e sostanziali ci tengono lontani – trovano beneficio nell’esperienza degli Esercizi: «L’arcivescovo luterano di Riga – ha detto al Papa mons. Tamkevičius – ha fatto il mese ignaziano per intero in Inghilterra e poi ha rifatto gli Esercizi in Spagna, a Manresa. Per lui gli Esercizi sono molto importanti». E il Pontefice di rimando: «Il cardinal Arborelius di Stoccolma dà ritiri ai pastori luterani. Ricordiamoci di questo: il dialogo è per sommare, non per sottrarre».

No al dialogo “al ribasso”, dunque, ma mettere insieme le ricchezze e i punti di forza da fratelli, ancorché separati, va più che bene.

Regolato da un sano discernimento degli spiriti deve essere anche il rapporto col lavoro, perché quando ci si ritrova in 34 a fare il lavoro di più di mille il minimo è che ci si faccia prendere dalla smania di fare tutto. Una difficoltà che i confratelli gesuiti confidavano al Papa, il quale di rimando elencava loro un “tetralogo” di orientamento:

Il cattivo spirito cerca di portarci a una specie di «complesso di non lavorare abbastanza». A volte ci sentiamo in colpa solamente perché con prudenza ci prendiamo un po’ cura della nostra salute! Questa è una tentazione. I gesuiti devono lavorare senza perdere la pace, senza perdere l’incontro con il Signore e senza perdere il riposo. Questo è importante. La prima legge del lavoro per un gesuita è innanzitutto fare quello che altri non fanno o che non possono fare. La seconda è che il lavoro non allontani dalla familiarità con il Signore. La terza è che non mi tolga la pace. La quarta è non fare quello che posso delegare ad altri. Questo è ciò che mi viene in mente per rispondere alla tua preoccupazione, ma fai bene a essere preoccupato per queste cose.

Quattro accorgimenti che possono bonificare anche le situazioni viziose in casa e sul lavoro: «Bisogna chiedere [naturalmente a Dio, come raccomanda Ignazio negli Esercizi N.d.R.] di essere introdotti sia alle intenzioni del Signore sia a quelle del nemico della natura umana e ai suoi inganni. Anche nei momenti brutti il gesuita deve sapere come camminare».

Importante è anche il passaggio sul senso della Storia, ove il discernimento permette di riconoscere le macrostrutture del Nemico prima che esse divengano mero bersaglio di (spesso oziosa) retorica politica:

La stessa cosa accade proprio oggi in tante situazioni sociopolitiche del mondo. Sto pensando a un filmato che testimonia la situazione di alcune carceri del nord Africa costruite dai trafficanti di persone. Quando i governi rispediscono indietro chi era riuscito a mettersi in salvo, i trafficanti li mettono in quelle carceri, dove si praticano le torture più orribili. Per questo è importante che lei parli della sua esperienza di prigionia. La gente deve sapere che significa. È bene che ne parli. Noi oggi ci strappiamo le vesti per quello che hanno fatto i comunisti, i nazisti e i fascisti… ma oggi? Non accade anche oggi? Certo, lo si fa con guanti bianchi e di seta! Quando Ignazio ci propone la terza settimana, c’è una cosa che sembra troppo volontarista, ma non lo è: è solamente molto umana. Lo sapete, sant’Ignazio ci chiede di sforzarci di provare dolore, di piangere per Cristo che soffre la passione. Questo non è pelagianesimo, no! Ignazio conosceva la resistenza che noi abbiamo a mettere dentro il nostro cuore i dolori degli altri. Per questo ci chiede di sforzarci. Per questo è importante meditare la passione del Signore. Devo farvi una confidenza. Io sempre porto con me questa Via Crucis tascabile, per ricordare la passione del Signore [e la tira fuori dalla tasca]. È la passione di tanta gente che oggi è carcerata, torturata. Mi fa bene meditare la Via Crucis.

Il rischio di «costruire le tombe ai profeti uccisi dai propri padri» (cf. Lc 11, 47) è sempre in agguato: si versano lacrime di coccodrillo su crimini del passato mentre si fomentano quelli del presente, i quali a loro volta alimenteranno la sorgente delle lacrime ipocrite. “Aprire le porte a Cristo” è anche questo, altrimenti la Via Crucis – opportunamente lo ricorda il Papa – diventa un esercizio di estetica passatista e non di pietà.

Infine è notevole un passaggio sui vecchi, nel quale il Santo Padre è tornato a insistere su un tema che ormai sappiamo essergli caro:

Questo è molto importante: l’incontro tra giovani e vecchi. Perché sono i nonni a trasmettere ai nipoti la memoria di un popolo, dell’esperienza e della religione. I genitori sono a metà cammino, danno qualcosa, ma le radici sono nei vecchi. E i giovani devono preoccuparsi di ascoltare i vecchi, come lei si preoccupa di ascoltare i giovani.

Curiosità, proprio il giorno prima che La Civiltà Cattolica pubblicasse il testo di questo colloquio, e dunque l’altro ieri, don Armando Matteo ha scritto su Settimana News una considerazione che in questo passaggio avrebbe trovato una risposta (sulla quale penso si possa discutere). E invece per gli scherzi dei tempi redazionali essa ci è conservata:

Perché papa Francesco continua a sollecitare un’alleanza unicamente tra i giovani e i vecchi? Perché continua a non citare gli adulti? L’idea che mi sono fatto è che ci dia per spacciati, che, a suo avviso, per noi adulti non ci sia più alcuna possibilità di redenzione e che sia il caso di lasciarci proprio da parte, quando c’è da rimettere in moto questo mondo e questa Chiesa.

Non so se condividere la “disperazione” di don Matteo, ma di certo l’anomalia dell’insistenza di Papa Bergoglio sull’alleanza vecchi-giovani, specialmente nella declinazione “nonni-nipoti”, salta all’occhio (e questo tanto più quanto più viene messa ai margini quella “padri-figli”, di cui piuttosto parlano le Scritture – Mal 3,23-24; cf. Sir 48, 10).

È purtroppo vero che nel preciso momento storico in cui viviamo esiste una grave ed endemica penuria di paternità (e di maternità): ciò si deve probabilmente a una deficienza strutturale degli adulti del nostro tempo – “deficienza” in senso etimologico, e precisamente sui piani psico-affettivo, relazionale e socio-culturale. Fatalmente il pensiero va ai sessantottini, a «quella generazione prima nella storia dell’umanità a decidere deliberatamente di non trasmettere alcunché ai figli» (F.-X. Bellamy). Così sembra essere anche per Armando Matteo, che menziona in particolare «le generazioni del dopoguerra: tutti quegli uomini e quelle donne nati tra il 1946 e il 1980». C’è senz’altro del vero, in questo, ma proprio la (dotta e felice) citazione di Hannah Arendt da lui addotta spinge a non accettare questa risposta come definitiva:

L’educazione è il momento che decide se noi amiamo abbastanza il mondo da assumercene la responsabilità e salvarlo così dalla rovina, che è inevitabile senza il rinnovamento, senza l’arrivo di esseri nuovi, di giovani. Nell’educazione si decide anche se noi amiamo tanto i nostri figli da non estrometterli dal nostro mondo lasciandoli in balìa di se stessi.

Hannah Arendt, La crisi dell’istruzione in Tra passato e futuro, Firenze 1970, 213.

Il testo originale di questa silloge è pubblicato per la prima volta nel 1961, quando nessuno che fosse nato dopo la seconda guerra mondiale era adulto. Eppure l’ipotesi che l’eventualità di essere anagraficamente “grandi” senza essere esistenzialmente “adulti” poteva ben stare in piedi.

È probabilmente vero, molti nonni dovranno supplire alla latitanza di tanti genitori – e in questo la loro terza età sarà con ciò ritemprata di dolcezza, dopo le fatiche di un’età matura in cui per vari motivi non sono riusciti a trasmettere e a coltivare la fede nei nipoti. Così soltanto si rinnovano le età dello stanco mondo, fin dai tempi di Virgilio: quando nei cuori e nella società

già torna la Vergine, tornano i regni del Padre,
già scende dall’alto cielo una nuova Progenie.

Virgilio, Bucoliche, IV egloga, 6-7

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