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Vuoi qualcosa sui giovani che ti ispiri? Leggi cosa diceva Paolo VI

© GIANCARLO GIULIANI/CPP

Giovanni Marcotullio - pubblicato il 12/10/18

I suoi detrattori ironizzarono sul suo nome storpiandolo in “Paolo Mesto” e “Paolo Sesso”, e cercarono con ciò di stigmatizzare la figura di un uomo schivo e malinconico, decisamente fuori dal proprio tempo. Francesco ha disposto che Papa Montini fosse uno dei sette beati canonizzati nel corso della XV assemblea ordinaria del Sinodo dei Vescovi, che sta parlando proprio di “giovani, fede e discernimento vocazionale”. Abbiamo scelto per voi qualche pagina del grande Papa di Concesio.

Dopodomani Paolo VI verrà canonizzato da Francesco, suo successore sul soglio petrino. Sono naturalmente molte le ragioni che hanno concorso alla fissazione della data del 14 ottobre 2018 per questa canonizzazione, ma poiché nella vita della Chiesa si tende ad osservare con attenzione ogni coincidenza alla ricerca di un καιρός – di una scintilla di rivelazione che trapeli dagli eventi ecclesiali – non potrà sfuggire come Papa Montini verrà canonizzato nel bel mezzo della XV assemblea ordinaria del Sinodo dei Vescovi, il cui tema è “i giovani, la fede e il discernimento vocazionale”.


PAUL VI

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Chiaramente su due piedi può sembrare difficile spiegare che cosa Paolo VI possa dire ai giovani, e lo stesso potrebbe dirsi per mons. Romero, l’altro grande prelato che verrà canonizzato domenica: come si fa ad additare a modello ai giovani del nostro tempo un Vescovo che si fece sparare addosso e un Papa schivo che portava il silicio in espiazione dei peccati suoi e di tutta la sua epoca confusa? Nunzio Sulprizio è il più giovane dei beati che verranno elevati alla gloria degli altari domenica… e nessuno si dà gran pena di divulgare la sua vicenda, pure molto significativa per i giovani, per i malati, per i lavoratori…




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Eppure anche Paolo VI, che per stile di vita e temperamento può sembrare lontano assai dai giovani del nostro tempo, ha molto da dire ai giovani, coi quali fu personalmente impegnato per i lunghi anni in cui l’ufficio di assistente ecclesiastico della Fuci era il suo ristoro pastorale dalle aride incombenze curiali. Sono così andato a risfogliare il magistero pontificio montiniano, limitandomi per motivi di spazio a pochi documenti salienti (le encicliche e qualche discorso la cui grande fama impediva di trascurare). Vedrete che i passaggi sui giovani saranno tanto interessanti quanto istruttivi. Andremo a vederli tutti in ordine diacronico, ma un’eccezione era d’obbligo: poiché nella chiusura del Magno Sinodo, il Concilio Ecumenico Vaticano II, il Vescovo dell’antica Roma compiva un atto di magistero straordinario, cominceremo con il Messaggio del Concilio ai giovani, che essendo pronunciato il 7 dicembre 1965 seguirebbe, cronologicamente, alcune delle pericopi che leggeremo a seguire.

È a voi, giovani e fanciulle del mondo intero, che il Concilio vuole rivolgere il suo ultimo messaggio. Perché siete voi che raccoglierete la fiaccola dalle mani dei vostri padri e vivrete nel mondo nel momento delle più gigantesche trasformazioni della sua storia. Siete voi che, raccogliendo il meglio dell’esempio e dell’insegnamento dei vostri genitori e dei vostri maestri, formerete la società di domani: voi vi salverete o perirete con essa.

La Chiesa, durante quattro anni, ha lavorato per ringiovanire il proprio volto, per meglio corrispondere al disegno del proprio Fondatore, il grande Vivente, il Cristo eternamente giovane. E al termine di questa imponente «revisione di vita»; essa si volge a voi: è per voi giovani, per voi soprattutto, che essa con il suo Concilio ha acceso una luce, quella che rischiara l’avvenire, il vostro avvenire.

La Chiesa è desiderosa che la società che voi vi accingete a costruire rispetti la dignità, la libertà, il diritto delle persone: e queste persone siete voi.

Essa è ansiosa di poter espandere anche in questa nuova società i suoi tesori sempre antichi e sempre nuovi: la fede, che le vostre anime possano attingere liberamente nella sua benefica chiarezza. Essa ha fiducia che voi troverete una tale forza ed una tale gioia che voi non sarete tentati, come taluni i dei vostri predecessori, di cedere alla seduzione di filosofie dell’egoismo e del piacere, o a quelle della disperazione e del nichilismo; e che di fronte all’ateismo, fenomeno di stanchezza e di vecchiaia, voi saprete affermare la vostra fede nella vita e in quanto dà un senso alla vita: la certezza della esistenza di un Dio giusto e buono.

È a nome di questo Dio e del suo Figlio Gesù che noi vi esortiamo ad ampliare i vostri cuori secondo le dimensioni del mondo, ad intendere l’appello dei vostri fratelli, ed a mettere arditamente le vostre giovani energie al loro servizio. Lottate contro ogni egoismo. Rifiutate, di dar libero corso agli istinti della violenza e dell’odio, che generano le guerre e il loro triste corteo di miserie. Siate: generosi, puri, rispettosi, sinceri. E costruite nell’entusiasmo un mondo migliore di quello attuale!

La Chiesa vi guarda con fiducia e con amore. Ricca di un lungo passato sempre in essa vivente, e camminando verso la perfezione umana nel tempo e verso i destini ultimi della storia e della vita, essa è la vera giovinezza del mondo. Essa possiede ciò che fa la forza o la bellezza dei giovani: la capacità di rallegrarsi per ciò che comincia, di darsi senza ritorno, di rinnovarsi e di ripartire per nuove conquiste. Guardatela, e voi ritroverete in essa il volto di Cristo, il vero eroe, umile e saggio, il profeta della verità e dell’amore, il compagno e l’amico dei giovani. Ed è appunto in nome di Cristo che noi vi salutiamo, che noi vi esortiamo, che noi vi benediciamo.

Ultimi nell’ordine, primi nell’intenzione, e non perché la giovinezza sia un valore in sé – così la si riteneva nella vague futurista del nascente fascismo, mentre il Papa disse “voi vi salverete o perirete con essa” – ma perché dei frutti del Concilio avrebbero beneficiato soprattutto le generazioni a venire. A quelle stesse sarebbe stato affidato anche il delicatissimo compito di discernere tra gli effetti buoni e quelli perversi, fisiologicamente inevitabili entrambi, dell’assise sinodale.


TERESA PAUL VI

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Bello che Paolo VI riesca a definire l’ateismo “fenomeno di stanchezza e di vecchiaia”: senza irrisioni, senza disprezzo e al contempo senza ingiustificati sensi d’inferiorità. Generosi, puri, rispettosi, sinceri: quattro aggettivi che descrivono un programma di vita improntato alla freschezza e all’autenticità.

Se Paolo VI contribuì a quella espansione della portata e della frequenza del magistero pontificio che progressivamente cresceva almeno da Leone XIII in poi, fu certamente lui il riformatore del genere letterario della “prima enciclica”, intesa come documento programmatico. Tutti ricordano la Redemptor hominis di Giovanni Paolo II, la Deus est caritas di Benedetto XVI e la Lumen fidei di Francesco, mentre a malapena gli storici serbano memoria della Ad Petri cathedram di Giovanni XXIII: fu proprio la celeberrima Ecclesiam suam di Papa Montini a cambiare le cose, essendo scritta dichiaratamente allo scopo di «manifestarvi alcuni nostri pensieri, che sovrastano agli altri dell’animo Nostro e che ci sembrano utili a guidare praticamente gli inizi del Nostro pontificale ministero».


POPE PAUL VI

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