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“Ho perso mio figlio e non ho più fede”

Catholic Link - pubblicato il 11/10/18

1. Dobbiamo smettere di soffrire?

“Smettete di soffrire!”, ci dicono i pastori evangelici. Dobbiamo smettere di soffrire? Che fare di quella sofferenza? Quando è morta nostra figlia, un fratello mi ha raccomandato di essere forte per sostenere mia moglie, che avrebbe sofferto di più. È stato uno dei consigli peggiori che ho ricevuto in vita mia.

La sofferenza è inerente alla perdita terribile che abbiamo subìto. Se rimaniamo “forti”, l’unica cosa che stiamo facendo è rimandare il dolore, e più lo rimandiamo, più danno ci farà in seguito. Diciamocelo forte e chiaro: la perdita di un figlio è senz’altro il dolore più lacerante che possa provare un essere umano.

Rimanere forti di fronte a quel dolore non è stoicismo, né stupidità: è essere palesemente disumani.

Nessuno può “non soffrire” di fronte a un dolore del genere, e ostinarsi a rimanere forti può portare quasi automaticamente a un’insensibilizzazione artificiale, che fa tacciare di debolezza chi soffre. Lo dico perché è successo a me, e poco tempo dopo ho iniziato ad assillare la mia povera moglie perché “lasciasse alle spalle la sofferenza” o “superasse” la questione.

Soffrite, piangete, gridate. Ne avete tutto il diritto. È sano farlo, e fatelo per tutto il tempo che riterrete necessario e opportuno. Molte cose vi ricorderanno il figlio che non c’è più, e molte rinnoveranno il vostro dolore.

Come dice mia moglie, “perdere un figlio è come andare in giro con una scarpa di due numeri più piccola: si riesce a camminare, ma fa male”. Non giudicate il vostro coniuge per il modo in cui elabora il lutto. Non giudicate voi stessi per quello che provate. Non lasciatevi giudicare da nessuno per quello che state vivendo. È una cosa così personale che qualsiasi giudizio va sospeso.

Permettetevi di piangere, permettetevi di essere tristi, permettetevi di affrontare le cose come vi viene, senza pressioni da parte di nessuno e senza sentirvi obbligati a passare per le tappe del dolore (negazione, rabbia, negoziazione, dolore e accettazione) in un ordine o in un modo determinato. Nessuno vi può costringere a sentirvi in un certo modo, e se vi sentite male va bene così. Se in qualche momento arriva una consolazione, o un momento di pace o di divertimento, o qualsiasi cosa che allevi momentaneamente il dolore, va bene anche quello.

2. Ricordate il figlio che se n’è andato

Chi se ne va senza essere stato cacciato torna senza essere chiamato. Il figlio che muore non è con noi, ma non deve “andarsene”. Ricordatelo. Ricordate tutto quello che ha fatto, che non ha fatto, che voleva fare, che avrebbe potuto fare.

Vedrete tanti suoi amici che ve lo ricorderanno. Vedrete ragazzi della stessa età che ve lo ricorderanno. Qualsiasi cosa, anche cose che non hanno nulla a che vedere con lui, ve lo ricorderanno costantemente. Noi ricordiamo nostra figlia Cecilia ogni volta che dobbiamo parcheggiare, per quanto possa sembrare ridicolo.

E anche se l’anima soffre quando accadono queste cose, è un bene che succedano: chi se n’è andato vive ora nei ricordi, e non verrà mai dimenticato per quanto si provi a farlo. L’oblio è la morte definitiva, e un padre non dimentica neanche un secondo condiviso con il figlio. Va bene che lo si ricordi com’era, con le cose buone e quelle cattive.

Ricordatelo nei discorsi in famiglia, quando mangiate, quando andate a dormire, cercate ricordi che lo rendano più vivo, chiedete ai suoi amici di parlarvi di lui, conoscetelo di più, scrivete su di lui, parlatene ai suoi fratelli, se ne ha, perché siano orgogliosi di lui (senza schiacciarli presentandolo come “il figlio perfetto”), e vedrete che a poco a poco sentirete la sua presenza tra voi.

Andate a trovarlo al cimitero o nel suo posto preferito. Parlate con lui, raccontategli le vostre cose, chiedetegli consiglio. Non importa se oggi la fede in Dio o nella religione è un po’ indebolita – anche questo è normale, ma non perdete MAI la fede in vostro figlio. Se sta in un luogo migliore di quello in cui siamo noi, sicuramente si preoccupa e si occupa dei suoi familiari, e quindi tenetelo presente in modo permanente. La sua assenza è soltanto fisica, e nella sua dimensione spirituale è sempre con voi, anche se in un altro modo.

Cercatelo, e lasciatevi trovare da lui. Chiedetegli aiuto per imparare a stare senza la sua presenza fisica. Vostro figlio vi ama, perché gli avete dato la vita e gli avete offerto l’amore e tutte le gioie che ha avuto in questa vita, e si occuperà sempre di chi gli ha dato tutto, anche se non credete che questa dimensione spirituale sia reale.

Noi inseriamo nostra figlia nelle nostre preghiere quotidiane, e le chiediamo ogni giorno delle cose specifiche, che spesso non vediamo realizzate o che altre volte si realizzano in un modo strano che ci fa capire che qualcuno ci ama e si occupa di noi in modo personalizzato.

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