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“Ho perso mio figlio e non ho più fede”

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4 riflessioni dal cuore di un padre che è rinato

di Andrés D’Angelo

Perdere un figlio è perdere tutto. La sensazione che si prova quando il proprio figlio muore è che il mondo finirà presto e nulla sarà più sopportabile dopo una perdita così grande.

Quasi tutte le morti di stretti familiari hanno un nome: il coniuge che perde l’altro diventa vedovo, il figlio che perde un genitore diventa orfano, ma un padre che perde un figlio non ha nome. È come se il linguaggio stesso facesse marcia indietro terrorizzato di fronte a un dolore incommensurabile, un dolore che sembra non avere alcuna spiegazione logica – niente basi razionali, nessun appiglio umano. Il nostro intelletto fugge atterrito quando si cercano delle spiegazioni o il colpevole, o si prova a trovare un senso a qualcosa che sembra del tutto irrazionale.

Nessuno può augurare un dolore simile

Noi che lo abbiamo sperimentato, non importa quanto tempo sia passato, continuiamo a provare la lacerazione dell’anima ogni volta che si verifica una di queste tragedie senza nome. Possiamo comprendere l’impotenza, la rabbia, e fondamentalmente il dolore dei genitori che soffrono come se fossero nostri. Sappiamo dove si trovano perché ci siamo stati anche noi. Anche se sappiamo che se ne esce, non possiamo sapere come.

La reazione dei genitori dopo una perdita tanto dolorosa, assurda e incredibile, pur variando in base al temperamento di entrambi, è quasi sempre la stessa. Sorgono le stesse domande: perché è dovuto capitare a me? Cosa ho fatto per meritare un castigo simile? Perché mio figlio e non quello di qualcun altro, di un ladro, di un politico o di una delle tante persone cattive che infestano il mondo? Quando finirà questo dolore? Come fa un padre che ama il figlio a superare questa sofferenza? E molte altre domande, che in misura maggiore o minore riflettono uno stato di perplessità assoluta: cosa faccio ora? Come potrò andare avanti dopo questo?

Arrivano altre persone che hanno vissuto lo stesso dolore

Si presentano con le migliori intenzioni del mondo e ci danno “consigli”, consigli che non cerchiamo e non chiediamo, che non ci interessano. Cercano di aiutarci a modo loro, e a volte sentiamo perfino sciocchezze che non fanno altro che alimentare la voglia di uccidere chi viene a consigliarci.

Ad esempio, pochi giorni dopo che aveva perso sua figlia hanno detto a mia moglie di “approfittarne, di uscire e andare a fare shopping”. È incredibile che qualcuno che ha vissuto lo stesso dolore possa dire un’assurdità del genere.

Molti anni dopo, e avendo parlato con tanti genitori che hanno perso i propri figli, abbiamo iniziato a capire il motivo di questi consigli. Il dolore è così grande che si desidera solo che passi in fretta, e allora si cerca di dire delle cose che pacifichino l’anima, che riescano ad allontanare chi soffre dal suo dolore.

A volte le cose che ci vengono dette anziché consolarci aumentano la nostra sofferenza o la peggiorano, perché NESSUNO è in grado di provare REALMENTE empatia in questo dolore. Come ho detto all’inizio, ogni genitore vive questa situazione in modo diverso, perché noi genitori siamo diversi, i figli sono diversi, le circostanze della morte e la sofferenza sono diverse. L’elaborazione del lutto è una cosa così personale così intima e complessa che i consigli sembrano sempre insufficienti o inadeguati.

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