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Il Papa bacia tutti i giorni una reliquia con il sangue di monsignor Romero

Marvin Recinos / AFP
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Intervista esclusiva al cardinale Gregorio Rosa Chávez in attesa della canonizzazione di monsignor Romero e di Papa Paolo VI il 14 ottobre

La canonizzazione di monsignor Óscar Arnulfo Romero spicca come un evento dal significato profondo e speciale per la Chiesa universale. L’arcivescovo di San Salvador assassinato nel 1980 è stato martirizzato mentre celebrava la Messa nella cappella dell’ospedale Divina Providencia.

Gli squadroni della morte volevano mettere a tacere la sua voce di denuncia profetica delle ingiustizie subìte dal popolo di El Salvador. In vita e dopo la morte, il presule è stato calunniato, accusato e maltrattato sia dentro che fuori la Chiesa. Paolo VI lo apprezzava e nutriva un affetto speciale per lui, tanto che lo sostenne nei momenti più difficili all’inizio della sua missione episcopale. Per ironia divina, verranno canonizzati in Vaticano lo stesso giorno, il 14 ottobre 2018. Anche Papa Montini venne calunniato e attaccato per aver aperto la Chiesa al mondo dopo il Concilio Vaticano II. Se la storia è ciclica, la celebrazione della loro canonizzazione ricorda anche gli attacchi che subisce la barca di Pietro in questi giorni.

“È stato il santo di quattro Papi. Tutti hanno dato il proprio apporto affinché il processo andasse avanti”, ha commentato il cardinale Gregorio Rosa Chávez, primo porporato salvadoregno e tra i primi promotori della causa di canonizzazione dell’arcivescovo Romero, aperta 28 anni fa.

“Papa Francesco è un uomo molto speciale. Sa che la sua vita è ogni giorno in pericolo, ma non prende misure straordinarie, va avanti. Romero è per lui una fonte di ispirazione e anche di intercessione. Mi risulta che si affidi a Romero”, ha rivelato il cardinale ad Aleteia in occasione di un incontro di comunicatori svoltosi ad Antigua (Guatemala) a fine agosto.

Il porporato ha quindi descritto alcuni dettagli dell’amicizia tra Paolo VI e Romero, illustrando la figura scomoda del beato salvadoregno che ha ispirato Papa Francesco nel suo sogno di “una Chiesa povera e per i poveri”, e ha rivelato che Papa Francesco, prima di uscire dalla camera numero 201 della residenza vaticana di Santa Marta, in cui vive, bacia una reliquia di monsignor Romero.

Twitter JAVIER MENJÍVAR
Il cardinale salvadoregno monsignor Gregorio Rosa Chávez ringrazia per l'intercessione del beato Romero nella sua nomina.

Sua Eccellenza, si avvicina un grande momento, la canonizzazione di monsignor Óscar Arnulfo Romero, il 14 ottobre in Piazza San Pietro. Qual è il significato della canonizzazione di un pastore che è stato simbolo di calunnia, ingiustizia e discredito e testimone del fatto che il male non può prevalere sul bene?

L’immagine che stiamo mostrando nel Paese è il ramo dell’arbusto del rosmarino. Lo ha messo anche sul suo stemma (episcopale): un rametto di rosmarino, una pianta aromatica e anche medicinale, buona in cucina, e allora esala il buon odore di Cristo, la santità.

In secondo luogo, aiuta a curare le malattie, combatte l’inquinamento ambientale, soprattutto dell’ambiente spirituale. Terzo, dà sapore alla vita.

Vogliamo dire che quando sarà canonizzato questo aroma inonderà tutto il mondo. A Roma si sente già, ma è un santo per tutti, e non solo il Romero d’America. La gente aspetta questo momento con gioia e speranza enormi.

È incredibile che in un Paese così piccolo (El Salvador è noto come il ‘Pollicino d’America’ per la sua estensione territoriale di appena 21041 km²) appaia un santo di questa statura, e allo stesso tempo tanto vicino a Paolo VI, un Pontefice che lo ha compreso e lo ha sostenuto. Grazie a questo santo (Papa Montini) abbiamo il santo Romero, e mi emoziona molto vederli insieme nelle immagini sul santorale per la celebrazione del 14 ottobre, come simbolo prezioso di questi due santi che si sono sostenuti a vicenda.

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