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Sinodo, giovani e sesso: reindirizzare le domande mal poste

GIUSSANI GOBILLIARD

MASSIMILIANO MIGLIORATO I CPP

Giovanni Marcotullio - pubblicato il 09/10/18




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Non si parla di giovani, non espressamente, bensì del periodo di confusione attualmente attraversato da Comunione e Liberazione, e trovo umile e saggia al contempo la scelta di Carrón di rifarsi a questo testo: il discorso è stato pronunciato

il 1o novembre 1968, a Varigotti. Siamo al culmine della crisi che in quello stesso anno aveva investito GS [Gioventù Studentesca, N.d.R.]. Giussani interviene proprio in mezzo allo smarrimento generale, e si domanda: da dove ripartire? Che cosa può sostenere veramente la vita in un momento di così grande confusione? Che cosa può reggere l’urto del tempo?

Julián Carrón, Giornata d’inizio anno degli adulti e degli studenti universitari di Comunione e Liberazione, Mediolanum Forum, 29 settembre 2018, Tracce ottobre 2018, Pagina Uno 2.

Un testo di cinquant’anni fa per parlare di oggi, un testo su GS per parlare di CL, le parole di Giussani in un discorso di Carrón: nulla di incongruo? Nulla. Si parla sempre della medesima cosa, la cosa sottesa a tutto quanto muove insieme l’enorme macchina del Sinodo dei Vescovi e il grest parrocchiale: «I giovani?». Macché… l’esperienza cristiana!, quell’esperienza semplice e complessa, originaria e sempre nuova che chiamiamo sinteticamente “Chiesa” (con la maiuscola).

Ma io capisco questo: la parola «fede», come l’ho detta io, o la parola «Cristo», come ho detto poc’anzi, o la parola «organismo di Cristo nel mondo», come ho detto poc’anzi ancora, queste parole, come tutte quelle che ho detto, che eco differente hanno in me e in voi; fra tutti noi, quale eco differente! Per quanti tra voi ancora, forse, queste parole risuonano esteriori a sé. Comunque, per quanto si possano sentire esteriori o profondamente inscritte nella propria personalità – come le sento io –, è una conversione di fronte a queste parole ciò a cui noi miriamo in queste giornate. È un avvenimento, non un metterci d’accordo per fare qualche cosa; non una struttura da pensare o da salvare, ma un avvenimento in noi stessi, perché l’uomo adulto poilastruttura la creerà come opera delle suemani, se e nella misura in cuidentro avrà la faccia che queste parole devono determinare, se avrà il cuore, l’intelligenza e il cuore di cui queste parole dovranno esserecontenuto.

Luigi Giussani, ivi, 5-6

Il Sinodo finirebbe fatalmente in un vicolo cieco, se si ponesse la domanda “cosa possiamo fare per i giovani?”, come se “i giovani” fossero in qualche modo il fine – o uno dei fini – della Chiesa! Ora invece, poiché il Sinodo è ciò che è, siamo sicuri che alla fine non perderà di vista il vero tema, l’autentico fine, la questione fondamentale che difatti risulta ben scandita nella triplice declinazione del tema: i giovani, la fede, il discernimento vocazionale. E certo, ci sono modi poverissimi d’interpretare questo titolo – gli anticlericali v’imposteranno tentativi di assalto eversivo alla dottrina evangelica; i clericali v’imbastiranno una “campagna acquisti” per il clero e per gli ordini religiosi – né ci sorprenderanno i suddetti tentativi, ma il timone resta sempre in mano a Pietro e una rappresentanza qualificata dei Vescovi della Catholica gode pur sempre (se non della vera e propria infallibilità) di una particolare assistenza dello Spirito.

Non è questione di organizzazione

Giussani vedeva i primi tre lustri delle sue immani fatiche (sue e della Grazia di Dio, cf. 1Cor 15, 10) barcollare sotto le bordate del ’68: “vietato vietare”, “la fantasia al potere”, “tutto e subito” erano slogan dotati di un altissimo potere di seduzione. In trent’anni la generazione precedente aveva visto naufragare «i miti eterni della patria e dell’eroe» (F. Guccini) nei due più cruenti conflitti della storia moderna: poco importa che già quelli fossero movimenti che ripudiavano il plurimillenario portato civile e culturale dell’Occidente – nella propaganda se ne fregiavano e tanto bastò perché agli occhi dei giovani lo incarnassero. Il ripudio della guerra e il ripudio di ogni regola – a ben vedere inconciliabili fra loro – finirono nello stesso furibondo calderone: Gioventù Studentesca accusò il colpo e quel giovane prete dal genio religioso irripetibile, cresciuto a pane e personalismo francese, dovette suggerire una via.




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Giussani dimostra in quel lucidissimo discorso una comprensione realmente sinodale e umilmente ecclesiale del proprio ministero: quel Giussani che non abbassò mai il tiro della sua proposta per “andare incontro” alle infermità degli uomini non cedette, neppure quella volta, all’umanissima tentazione di “riorganizzare le truppe”. L’Anonimo Padre sinodale dice: «Altrimenti perdiamo i giovani». Giussani dice: «Non siamo qui a metterci d’accordo per fare qualche cosa, una struttura da conservare o da salvare». Parlava a GS nel ’68, Giussani: parla a CL e al Sinodo nel 2018.




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E Giussani non si limitò a non cedere alla “tentazione organizzativa”, ma ebbe l’umiltà di estendere quel momento di autocoscienza ecclesiale (anche il Sinodo è un siffatto momento, chiaramente molto più grande) anche allo stile della prima fase di GS: il richiamo alla tradizione, l’“imperativo culturale” a confrontarsi con essa prima di rifiutarla (o di abbracciarla)… Tutte cose che Giussani stesso, a distanza di soli 15 anni, non avrebbe più usato: non soltanto perché quel nostro mondo viveva un momento di grande povertà quanto al senso della storia – «e il senso della storia è l’indice supremo della ricchezza dello spirito» (p. 7) – ma anche perché la proposta cristiana integrale non può durevolmente far leva sul prodigio di cultura e di civiltà che costituisce la cristianità:

èunaltromodoconcui l’ammirazionedell’intelligentepuòancora essere destata, ma nonquel movimento della persona che la facciapassareaqualcosadinuovo, la faccia impegnare con qualcosa da fare, con qualcosa didefinitivo, didefinienteedidefinitivoquantevolte,pure,abbiamofattoquesto richiamo!−:nonèilfattochelafilosofiacristianadellavita,losguardo cristiano sul mondo, la teoria cristianadell’esistenzasiapiùcompleta, sia completa rispetto alle altre, perfetta, equilibrata, comprensiva, umanissima, non è neanche lameraviglia d’una teoria perfetta, che può muovere il giovane di oggi e ognuno di noi, nella misura in cui haqualcosadigiovanileinsé.

Ivi, 7

Non è la storia, non è la filosofia, e vorremmo che Giussani non ci tenesse così sulle spine, bensì che ci dicesse che cos’è «che può muovere il giovane di oggi», ma il prete di Desio, che allora aveva da poco compiuto 46 anni, ci spiazza (soprattutto noi che a diverso titolo siamo attori/commentatori del Sinodo) proseguendo: «…e ognuno di noi, nella misura in cui ha qualcosa di giovanile in sé». Ecco perché non si tratta di capire “cosa fare per i giovani”:

Ho parlato del giovane, ma quel minimo di giovanili cui ho accennato prima rimane nell’uomo per tutta la sua vita, per cui anche per noi è così, anche per l’uomo adulto e maturo è così […].

E laddove le nostre intelligenze imbolsite da mediocre retorica si aspetterrebbero una planata sull’“importanza di restare spiritualmente giovani” Giussani ci spiazza ancora, gettando più avanti la linea dell’orizzonte:

[…] Anzi, per l’uomo adulto e maturo questo problema non si pone, proprio perché per diventare adulti nella fede bisogna averlo superato, bisogna aver superato il richiamo affascinante del motivo storico e il richiamo mirabile di una estetica data da una perfezione teorica.

Ibid.

Non si tratta di impegnarci a “restare giovani”, perché qualcosa della giovinezza esistenziale resta per tutta la vita – e quel qualcosa non è un vago sentimento, ma il punto d’appoggio della conversione, quel coraggio di rimettere in gioco la vita radicalmente –, ma proprio di diventare veramente adulti. Ora questo lascia al nostro “momento sinodale” (comprendendo in esso, nel senso più lato possibile, anche tutti noi che da tutto il mondo seguiamo il progredire dei lavori) due questioni su cui fare una sana verifica:

  1. siamo abbastanza giovani da convertirci ancora e sempre, in una continua tensione della vita?
  2. siamo abbastanza adulti da non essere cristiani per via di infatuazioni estetico-intellettuali?

Nella misura in cui il nostro “sì” a queste due domande non può essere convinto e convincente, siamo dei cristiani decadenti, precisamente nel senso che la nostra “data di scadenza spirituale” è prossima: se tutto va bene, diventeremo degli “atei devoti”. E in tal caso non sarà una “migliore organizzazione” di checchessia a cambiare le cose per noi.

Occorre essere annuncio

Ma dunque cosa sarà? Quali sono le vette indicate da Gobillard? Di che parlava Giussani nel 1968?

Inchecosaèconsistitoquell’avvenimentoche ha destato un tale interesse, ha determinato una taleimpressionechelagenteperlaprimavoltaharischiatoconciòchelestavadavanti,chelagenteperlaprima volta ha avuto la fede accesa dentro, che il cristiano è incominciato ad essere nel mondo? Quale è stato quell’avvenimento, di che tipo fu quell’avvenimento? Non credettero perché Cristo parlava dicendo quelle cose, non credettero perché Cristo fece quei miracoli, non credettero perché Cristo citava i profeti, non credettero perché Cristo risuscitò i morti. Quanta gente, la stragrande maggioranza, lo sentì parlare così, gli sentì dire quelle parole, lo vide fare quei miracoli,el’avvenimentononaccaddeperloro.L’avvenimentofuqualcosadicuiilmiracolooildiscorso erano articoli, erano segmenti, erano fattori, ma fu qualcosa d’altro, di più, di così diverso che al discorso e al miracolo diede il loro significato. Credettero per quello che Cristo apparve. Credettero per quella presenza, non per questo o quello che fece e che disse. Credettero per una presenza. Una presenza non glabra o ottusa, una presenza non senza faccia: una presenza con una faccia ben precisa, una presenza carica di parola, cioè carica di proposta. Credettero per una presenza carica di proposta. Una presenza carica di proposta è, dunque, una presenza carica di significato.

Ivi, 8

La parola con cui Giussani sintetizza tutto ciò – avvenimento, presenza, proposta, significato – è “annuncio”, e ognuno vede da sé quanta roba ci perdiamo ogni volta che, inavvertitamente, intendiamo per “annuncio cristiano” un’idea, un concetto, un sistema o – nella migliore delle ipotesi – “l’idea di Gesù”. “Annuncio” è la modalità d’essere originaria della Chiesa, è tutto ciò che la Chiesa è finché resta sé stessa e deve essere per restare tale: l’annuncio non è né anzitutto né perlopiù un contratto morale, non è il cathechon che i massoni temono e i reazionari desiderano al di sopra di tutto. L’annuncio è una particolare presenza – non una qualunque! – carica di una proposta ricca di significato. Ecco la Chiesa (con la maiuscola), ecco ciò da cui e a cui solo può ricondurre – arricchiti, certamente – ogni momento di autocoscienza ecclesiale. Questa sola entità «che si espande attraverso il tempo e lo spazio e getta radici nell’eternità» (C.S. Lewis, Lettere di Berlicche, II lettera) è quell’unica che vale la pena incontrare, e nell’incontro con la quale vale la pena cambiare vita.




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Naturalmente vale sempre la legge della gradualità («non la gradualità della legge» Giovanni Paolo II, Familiaris Consortio 34), vale appunto tutto quanto diceva Gobillard nonché la massima di Giussani ricordata da Carrón nell’omelia: «Si sottolinea il positivo, pur nel suo limite, e si abbandona tutto il resto alla misericordia del padre» (L. Giussani, S. Alberto, J. Prades, Generare tracce nella storia del mondo, Milano 1998, 159). La Chiesa è in cammino, anzi la Chiesa – quale “organismo di Cristo nel mondo” – è in un certo senso il cammino stesso: la vita ecclesiale comporta “la tenacia di un cammino” (Giussani), e per questo chi guida “le cordate” deve calibrare certo gli sforzi sulle forze, ma senza perdere di vista “le vette”. A voler essere seri e conseguenti, un’operazione che manometta la proposta della Chiesa – cioè il significato salvifico-esistenziale del suo annuncio – non soltanto non sarebbe lecita, ma parlando in senso stretto risulterebbe abusiva. Soprattutto riguardo ai giovani. E se qualche ecclesiastico volesse sfruttare le proprie leve per abusare dei giovani (abusi non solo sessuali, ricordava profeticamente il Papa, ma anche “di potere” e “di coscienza”) avrebbe scelto il momento peggiore per farlo.

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