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Quattro “grandi vecchi” ci raccontano Giovanni Paolo II a 40 anni dall’elezione

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AP Photo | Massimo Sambucetti

Giovanni Marcotullio - pubblicato il 08/10/18

Ai giovani che si interessano al Sinodo ora in corso Papa Francesco consiglia di “parlare con i vecchi”. Una rivista di attualità religiosa sembra aver preso in parola l'invito e, in concomitanza col quarantesimo anniversario dall'elezione di Karol Wojtyła al soglio pontificio ha chiesto a Vittorio Messori, Luigi Accattoli, Orazio La Rocca e Andrea Riccardi di ricordare il Papa Polacco.

Il quarantesimo anniversario dall’elezione di Giovanni Paolo II, che ricorrerà il 16 ottobre p.v., accende di un’atmosfera speciale questo ottobre 2018, che già viviamo con particolare intensità a causa dell’appello di Papa Francesco alla preghiera del Rosario per la purificazione e la santificazione di tutti i membri della Chiesa.

“L’anno dei tre Papi” è assurto a una sorta di mitologico “anno zero” [ricordiamo che di per sé l’anno zero non esiste], per quella generazione – anche la mia – che qualcuno ha chiamato “generazione Wojtyła”: in un solo anno si era vista la morte di due papi, e per assistere a quella del terzo si sarebbero dovuti attendere ben 27 anni (uno dei pontificati più lunghi della storia). Questo fece sì che moltissime persone nascessero e giungessero a età adulta senza aver mai visto altro Papa che Giovanni Paolo II. Quando, poco dopo le 21:37 del 2 aprile 2005, ci dissero che il Papa era “tornato” alla Casa del Padre tutti noi avvertimmo un inedito filo di gelo: per qualche aspetto, il mondo non era più come lo avevamo sempre conosciuto.




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Confrontandoci con quelli che invece avevano qualche anno più di noi – «Parlate con i vecchi!», suggerisce il Papa ai giovani in questi giorni di Sinodo – scoprimmo che in realtà il mondo era cambiato non poco grazie a lui, e se da un verso era difficile dire che fosse stato lui ad abbattere il muro di Berlino, d’altro canto resta impensabile che le cose sarebbero andate allo stesso modo senza la sua coraggiosa Ostpolitik.

Un uomo così incisivo non lasciava indifferenti: lo si amava o lo si odiava, e questo tanto nella Chiesa quanto fuori di essa, nel mondo. Ricordo distintamente la prima volta che scoprii questa peculiarità del Papa polacco: un (ottimo) prete milanese mi raccontava di quanto lo detestasse cordialmente. Non c’erano (solo) (pretese) motivazioni dottrinali o disciplinari, a sostegno dell’odio per il Papa: c’era semplicemente la prorompente vitalità della persona di Wojtyła, che scombinava i cerimoniali e s’imponeva come imprevedibile normatore ecclesiastico. Quel prete mi raccontò di come Giovanni Paolo II si fermò sui larghi e bianchi gradini del sagrato di San Pietro, all’introito della Messa di avvio pontificato, guardò la folla sterminata che lo acclamava dalla piazza e a quella schiumante marea umana improvvisamente ostese la croce astile di Paolo VI. Un’ampia gestualità teatrale che attorcigliò per sempre le budella di quel (bravissimo) prete lombardo: quest’ultimo anzi mi confidò umilmente di aver gioito alla notizia dell’attentato di Ali Ağca – recatagli anni dopo dalla sua perpetua allarmata – («Hanno sparato al Papa!» – «Signore, ti ringrazio!»), aggiungendo però di essere subito andato a confessarsi per questo brutto peccato («Andai ad Assisi per quanto mi vergognavo, e il buon frate mi diede una penitenza che avrei preferito tornare a piedi da lì»). Scene che io avevo visto e rivisto più volte, ma sempre come “spezzoni di repertorio”, dunque sempre sapendo in anticipo come sarebbe andata a finire.


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“Parlare con i vecchi”, invece, è salutare anche perché fatalmente si scopre che quelle medesime dinamiche credute inaudite da ciascuna generazione sono pure quelle che ognuna è chiamata a vivere e rivivere: vale per la vita dei popoli e per quella della Chiesa lo stesso che nella vita dei singoli, ovvero che ci si può addentrare approfonditamente nei racconti di esperienze altrui di vita, di amore, di morte, ma niente ci preparerà a vivere le nostre al punto che, vivendole, non le percepiamo soggettivamente come uniche, mai viste prima e destinate a non essere vedute mai più in seguito.




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Qualcosa del genere ha fatto per tutti noi il numero di ottobre di Credere, il mensile delle edizioni San Paolo, che appunto al quarantennale dell’elezione di Giovanni Paolo II dedica uno speciale e la copertina. I grandi “vecchi” a cui la rivista è andata a chiedere una parola su Giovanni Paolo II sono Vittorio Messori, Luigi Accattoli, Orazio La Rocca e Andrea Riccardi. Quattro giornalisti, dei quali il primo eminentemente versato nell’apologetica, il secondo e il terzo nella cronaca, il quarto nel sociale: ne emerge un ritratto decisamente variegato e profondo dello statuario personaggio papale.

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CREDERE/RUBRICHE/PAGINE … 40 – 07/10/18″ /]

Il giornalista che disse di no al Pontefice

Gioia Reffo non risparmia una sorta di stupito rimprovero, quando sottolinea a Vittorio Messori come la proposta da lui ricevuta nel 1993, di intervistare televisivamente Giovanni Paolo II, fosse «un’occasione che qualsiasi giornalista si sogna di notte». Lo scrittore torinese era già stato oggetto di attenzione del cardinale Wojtyła, che nel 1977 aveva fatto tradurre in polacco e pubblicare a puntate sul settimanale della diocesi di Cracovia Ipotesi su Gesù: Navarro Valls aveva poi avuto l’idea dell’intervista televisiva, ma fu Messori a dichiararsi non disponibile.

…perché non sono un giornalista televisivo e poi perché, da credente, preferivo che il Papa non entrasse nel terreno del secondo me, tipico della tv.

Un’osservazione interessante ben al di là delle ovvie considerazioni sulla serietà deontologica soggettiva di Messori: dopo Montini e Luciani il papato si apriva a una dimensione mediatica che in realtà era stata fortemente voluta e avviata da Ratti (Pio XI) e Pacelli (Pio XII), ma che ora sarebbe letteralmente esplosa, fino a portare Benedetto XVI su Twitter e Francesco su YouTube. Come osservatore delle cose di Chiesa, da una parte mi chiedo dunque se quanto Messori paventava – l’ingresso «nel terreno del secondo me» – non si sia poi comunque realizzato; dall’altra mi domando se a questo non abbia dato comunque il suo contributo lo stesso Messori (primo co-autore di libri-intervista di Papi); e infine se questo debba essere necessariamente considerato un male. Come si capisce dalla scansione stessa delle domande, alla prima e alla seconda sono portato a rispondere affermativamente; sulla terza resto dubbioso: certamente un’intervista suppone una prossimità con l’intervistatore che – per quanto possa ancora essere asimmetrica – è comunque pur sempre un contesto colloquiale; dunque il Papa perdeva un altro pezzo dell’aura di sacra intangibilità che ne aveva circonfuso la figura nei secoli (o perlomeno negli ultimi). Se ciò sia in sé stesso un male, in ultimo, non so dirlo: certo sarebbe stato Benedetto XVI il primo pontefice nel cui magistero figura la parola “chiacchiericcio”, e nessuno come Francesco, Papa in era social, sembra esposto alla “invasione degli imbecilli” di cui ha parlato Umberto Eco.


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Forse di tale deriva fu in qualche modo presago Vittorio Messori, mentre si deve pensare che il (pure prudentissimo) Navarro Valls e lo stesso Giovanni Paolo II non fossero molto preoccupati dei rischi a cui si esponevano:

Il Papa non ne fu affatto felice [del rifiuto di Messori, N.d.R.] e battè un piccolo pugno sul tavolo. Si era un po’ alterato, poi però, finito il pranzo, mi invitò a fare una passeggiata da solo con lui nei giardini. […] Nei suoi occhi c’era sempre molta umiltà e ricordo la tenerezza delle sue parole. Poi ci lasciammo e circa una settimana dopo Navarro Valls mi chiamò per dirmi che l’intervista era saltata.

La moglie sull’inginocchiatoio del Papa

Se Messori tiene a precisare che il suo interesse specifico, da razionalista convertito qual era ed è, risultava primariamente rivolto alla fede e alle sue ragioni, nonché alle modalità in cui si dava, non ad altro era rivolta l’esperienza di Luigi Accattoli, all’epoca vaticanista del Corriere della Sera. Giovanni Paolo II l’aveva cercato durante un volo papale per via del suo libro Wojtyła il nuovo Mosè, ma il giornalista era a casa ad accudire la prima moglie, madre di quattro figli, che era aggredita da un violento cancro al seno.

Veniamo invitati alla Messa e siamo colpiti come tutti dalla concentrazione del Papa nella preghiera e dalle lunghe pause di silenzio, che facevano durare per un’ora quella celebrazione senza omelia. La più piccola dei miei quattro figli, che aveva due anni (e oggi ne ha 31), si addormentò in braccio a me e verso la fine della messa si risvegliò e disse: «Ciuccio». Il Papa nella conversazione che avemmo dopo la Messa, nel salone della Biblioteca, prese in braccio la bambina, si complimentò per la sua bravura in cappella e osservò: «Ma un momento si è sentita». Poi chiese: «Che cosa è “ciuccio”?». Ecco com’era Giovanni Paolo: concentrato in Dio e capace insieme di cogliere il più piccolo segno che gli poteva arrivare dall’umanità circostante.

La moglie sarebbe morta nell’anno successivo, e quando in un’altra occasione il cardinal Poletti, introducendo Accattoli a Giovanni Paolo II, disse: «Santità, questo giornalista ha avuto un grave lutto»,

«Sappiamo», rispose il Papa prendendomi le due mani: «Abbiamo parlato e abbiamo pregato. Il nome della Signora era nel mio inginocchiatoio».

E questa confidenza sulla vita spirituale dice molto non solo della vita personale di Papa Wojtyła, bensì anche di una sana attenzione a far sì che la preghiera non resti mai troppo “aerea”. Recentemente Papa Francesco ha ricordato: «Se prometto a una persona di pregare per lei, non basta dire un’Ave Maria». Accattoli ricorda bene – ché quelle parole lo avrebbero colpito – come il 27 ottobre 1995 Giovanni Paolo II spiegò in sala Nervi come intendeva il proprio inginocchiatoio:

Io prendo nota delle intenzioni che mi vengono indicate da persone di tutto il mondo e le conservo nella mia cappella sull’inginocchiatoio, perché siano in ogni momento presenti nella mia coscienza, anche quando non possono essere letteralmente ripetute ogni giorno. Rimangono lì e si può dire che il Signore Gesù le conosce, perché si trovano tra gli appunti sull’inginocchiatoio e anche nel mio cuore.

Ovviamente il Signore non ha bisogno di appunti per serbare memoria delle proprie creature, ma la fragile coscienza degli uomini necessita di essere esercitata e alimentata: Giovanni Paolo II faceva così.

La Repubblica dei timidi devoti

Paolo Pegoraro ha invece offerto allo speciale di Credere un’intervista a Orazio La Rocca, ex vaticanista di Repubblica e autore del libro L’anno dei tre Papi. L’osservatore ricorda anzitutto come e perché si giunse al primo Papa non italiano da quasi mezzo millennio:

Serviva una figura che rompesse gli schemi dei guelfi e ghibellini italiani. Al conclave si scontrarono gli schieramenti del cardinale Siri e del cardinale Bonelli, che finirono per annullarsi a vicenda. Sorse la necessità di un terzo.

A un uomo che mostra tanto devoto affetto alla memoria dei Papi non si poteva risparmiare una domanda “puntuta” su come si viva l’essere credenti nella redazione del giornale che in Italia evoca l’anticlericalismo militante per antonomasia. E la risposta è sorprendente:

Mi è molto caro il rapporto che ho avuto in un ambiente laico, ma anticlericale per lo più di facciata. Ecco due episodi. Un collega agguerritissimo contro la Chiesa torna da un viaggio e mi chiama: «Ti devo dire una cosa, perché tu mi puoi capire. Ho ritrovato la fede». Cos’era successo? Era finito in una situazione in cui stavano per ucciderlo, come accaduto all’amico che stava con lui, e gli era tornato alle labbra il Padre nostro, come un ricordo dell’infanzia. Da allora andò a Messa tutti i giorni. Un’altra volta un vicedirettore importante, noto mangiapreti, mi fa rientrare di corsa da un servizio: «Ti devo parlare!». Pensai a un incarico. Vado alla sede del giornale, mi fa chiudere la porta del suo ufficio e dice: «Tu devi andare a Lourdes? Portami un po’ d’acqua benedetta». E poiché era la vigilia della canonizzazione di Padre Pio, mi chiese di rimediargli alcune immaginette.

Lo storico che sponsorizzò Assisi

Tutti sanno che oltre ad essere il fondatore della Comunità di Sant’Egidio Andrea Riccardi è un apprezzato storico. A maggior ragione – poiché la storia non si fa coi “se” e coi “ma” – può suonare strano un giudizio come questo da parte sua:

Sono convinto che, se non fosse stato Papa, Wojtyła avrebbe vinto il premio Nobel per la pace per il ruolo che ha giocato nella liberazione della Polonia e di tutto l’Est europeo. Nello scenario bloccato della Guerra Fredda, il Papa polacco è stato un grande maestro di speranza.

L’obiezione sorge spontanea, ovvia fino alla banalità: se il cardinal Wojtyła non fosse diventato Papa sarebbe probabilmente rimasto uno di quei tenaci pastori che difendono i popoli e affrontano fieramente i regimi… difficile dire che avrebbe potuto fare di più. Ma certamente l’affermazione non va presa in senso stretto e rigoroso. Mi è sembrato invece molto importante l’accenno alla ragione della profonda simpatia di Giovanni Paolo II per la Comunità “di Riccardi”:

È venuto per la prima volta a Sant’Egidio nel 1979. Mi ha raccontato lui stesso che il cristianesimo a Roma gli sembrava in grave crisi e cercava luoghi dove la Chiesa viveva concretamente. Trovò in noi l’esperienza viva di una comunità che metta a al centro il Vangelo e i poveri.

Nello scenario geopolitico globale si radica invece, stando al racconto di Riccardi, la storica giornata di Assisi del 1986, con la quale a un mondo ipnotizzato da Imagine di John Lennon Giovanni Paolo II rilanciò la possibilità che le religioni disinnescassero i veleni di ogni guerra fredda:

La preghiera di Assisi nell’ottobre del 1986 fu fortemente voluta da Giovanni Paolo II, che aveva intuito come dalle religioni sgorgasse una sorgente di pace. In Occidente si pensava che le religioni sarebbero state ridimensionate o sospinte nel privato, se non spazzate via, dalla secolarizzazione. Di fronte alla Guerra fredda, concepì l’idea di un grande incontro di preghiera, accompagnato dal digiuno. Non si doveva discutere, ma pregare gli uni accanto agli altri. Il messaggio era chiaro: non più gli uni contro gli altri. Era una svolta epocale. Personalmente ricordo la grande partecipazione della gente e la sensazione diffusa di vivere un momento storico.

E sì, gli anni passano dall’ottobre dell’elezione e da ogni altro ottobre del pontificato polacco (come da tutto il resto, alla fine). Il tempo che passa è un invito e al contempo un mandato alle generazioni che si succedono: ogni cosa può essere vagliata e perfino giudicata criticamente (lo stesso Benedetto XVI, andando ad Assisi per la commemorazione, avrebbe scritto a un amico protestante di temere alcuni possibili eccessi sincretistici); anche la critica, però, non può essere né buona né utile se non è animata da spirito di comunione. Un proposito di più per questo intenso ottobre 2018.

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