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Carlo Maria Martini e il sinodo

© Mafon/Wikimedia Commons
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Le visioni profetiche dei giovani

di Sergio Massironi

 

«Io personalmente mi sento spiazzato», confessava nel 1990 l’arcivescovo di Milano davanti ai messaggi di molti giovani. Scrisse allora una lettera a quelli di loro che in parrocchia non avrebbe mai incontrato, dedicando anzitutto tre pagine a ripercorrere le loro parole. Per ammettere infine un turbamento: «Sotto queste espressioni scorre la vita, la gioia, il dolore, la sofferenza, la noia mortale di chi mi ha scritto; oserei dire di più: riesco a intravedere anche alcune verità e alcuni errori che noi uomini di Chiesa abbiamo commesso». Solo una strutturale disponibilità a venir messi in questione, infatti, apre la mente e fa entrare lo Spirito. Confidando in un presupposto: «Il cuore umano — il tuo, il mio, di tutti — è più ricco di quanto possa apparire; è più sensibile di quanto si possa immaginare; è generatore di energie insperate; è miniera di potenzialità spesso poco conosciute o soffocate dalla poca stima di se stessi, dalla frustrante convinzione che “tanto è impossibile cambiare qualcosa… tanto io non ce la faccio!”» (Lettera ai giovani che non incontro, 1990). Lentamente, a Milano, qualcosa stava effettivamente cambiando.

Prima di essere maestro della Parola, Carlo Maria Martini fu esperto di ascolto, che è quella “dimensione contemplativa della vita” proposta fin dal principio alla metropoli indaffarata. Nel 2000, così, l’appello di Giovanni Paolo II alla Gmg di Tor Vergata — «Cari amici, vedo in voi le “sentinelle del mattino” in quest’alba del terzo millennio» — spinse il cardinale a indire un Sinodo dei giovani. Fu tra gli ultimi atti del suo magistero, al termine del quale poté confidare loro: «Avete sperimentato la presenza del soffio dello Spirito e scoperto con maggiore consapevolezza che Gesù Cristo è colui che dà senso, gusto e promessa ai vostri giorni e al vostro futuro. Questo senso della vita è ciò che molti giovani oggi ricercano e spesso non trovano, a volte anche perché noi, per un falso rispetto umano, non abbiamo il coraggio di annunciarlo apertamente. Nel vostro Sinodo vi sono delle perle preziose, delle visioni profetiche di futuro, simili a quelle di cui parla il profeta Gioele, citato negli Atti degli Apostoli, quando dice: “I vostri vecchi avranno sogni e i vostri giovani avranno visioni”. All’inizio del cammino sinodale vi avevo chiesto per la nostra Chiesa queste visioni di futuro. La più grande di esse è forse già quella data dal titolo: Non abbiate paura di essere i santi del terzo millennio! Vi chiedo di non lasciar cadere questa coraggiosa parola profetica, che è anche il segreto della vostra felicità» (Attraversava la Città. Risposta al Sinodo dei giovani, Centro Ambrosiano, 2002).

Che cosa rimane, oggi, di quelle visioni? La capacità del cardinale di radicarle nella Scrittura rende estremamente feconda la loro ripresa. Fedele al proprio metodo, Martini trovò quell’icona biblica che illuminasse una situazione altrimenti intricata, su cui rischiavano di prevalere opinioni umane ed esperienze particolari. «Pensando alla vostra assemblea (…) ho visto davanti a me la scena evangelica di Gesù che, circondato dalla folla, entra nella città di Gerico, e con quella grande libertà che gli derivava dall’obbedienza al Padre, l’attraversava per intero». Di qui il primo elemento di “visione” cui tornare oggi non sarà inutile: «Carissimi giovani, abbiate anche voi il coraggio di attraversare le città. (…) Le nostre città hanno bisogno di voi, non abbiate un’idea della fede troppo intimistica, Gesù parlava per le strade, entrava nelle case, non faceva differenze, sapeva meravigliare, era discreto e deciso. Al suo passaggio saliva la lode a Dio perché annunciava l’evangelo. Non rinchiudetevi mai».

Difficilmente si può dare il giusto peso a queste parole, senza addentrarsi nel rapporto dell’arcivescovo con la città. Il gesuita Martini, strappato al silenzio degli studi, non nascose mai l’iniziale resistenza e poi la trasformazione umana e spirituale che Milano provocò in lui. La parola-simbolo di tale terremoto è proprio “attraversamento”. Ai giovani egli chiese, anziano, ciò cui per primo si era aperto: «Passate tra la folla nel nome di Gesù, andate diritto per la via dell’obbedienza della fede. Qualcuno d’inaspettato vi attende, vi farà entrare nella sua casa e darete gioia alla sua e alla vostra vita».

In controluce il profilo di Zaccheo, il grande peccatore, richiama infatti la “primissima intuizione” del cardinale: «Entravo nella città venendo dalla chiesa di S. Eustorgio e, procedendo verso il centro, passai vicino alle carceri di S. Vittore: ricordo di aver avvertito subito che là, a S. Vittore, c’era paradossalmente il cuore di Milano, lo stimolo più forte per amare questa città e superare quel muro d’indifferenza, di omologazione che invece ci tenta continuamente nella città stessa».

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