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Che liberazione è mai questa che ci vuole come animali?

MAN WITH RABBIT MASK

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PEPEONLINE - pubblicato il 03/10/18

Nel ‘68 la parola magica è stata “liberazione”. Ma, da allora, la libertà, lungi dall’essere “liberata”, è ridotta a fare tutto ciò che sta in un determinato recinto intorno all’ombelico.

 di F. Antonio Iannaccone

Non siamo mai usciti dal ’68.

Quella eliminazione di ogni vincolo alla “liberazione” dell’uomo, iniziata con i primi movimenti studenteschi alla fine degli anni ’60 continua la sua marcia ancora oggi. Ma, se dovessimo dirlo in una parola, da che cosa volevano liberarsi i sessantottini? E che cosa cercavano, alla fin fine?

A ben guardare, i sessantottini hanno eliminato alla radice il problema dei problemi dell’uomo, quello poeticamente espresso da Leopardi nel Canto del pastore errante:

Dimmi: perché giacendo a bell’agio, ozioso, s’appaga ogni animale; me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?




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Ecco, nel ’68 l’uomo ha preteso di farsi “animale”, nel senso più neutrale e meno offensivo del termine. Di stare tranquillo e di eliminare dalla scena ogni distrazione dal mangime del “solo pane”, dal gregge della “società perfetta” (quella in cui a tutti gli animali sia data la giusta razione), dall’istinto di riproduzione (la libertà sessuale) elevato a ragione di vita, e via belando. Per assecondare meglio la beluinità, l’uomo si è dotato anche di apposita erba, da fumare e non da brucare, il cui effetto era (ed è) comunque quello di produrre l’”appagamento” facile della pecora leopardiana (l’unica differenza aggravante è che la bestia non si sente particolarmente trasgressiva e “di tendenza” mentre s’impecorisce, invece l’uomo sì).

Non che tutto questo non esistesse anche prima del ’68, ma, certamente, in quel fatidico anno è successo che quest’ansia di “auto-riduzione” si sia improvvisamente trasferita prima ai giovani studenti e poi alle masse, diventando opinione comune, anzi “pensiero unico”.

Simbolo di questo nuovo “sentire comune” imposto ad arte è lo stravolgimento del concetto di “libertà”. Questa si trasferisce dall’”umano” al “ventre” o, al più, al “costume”. Non ha più niente a che fare con la grandezza del sentimento umano, anzi è tanto più esaltata quanto più dà spazio ad un’umana piccolezza. Fu durante il ’68, infatti, che cominciò ad affermarsi il significato che ancora oggi si intende di “libertà”: quella di fare tutto ciò che sta in un determinato recinto intorno all’ombelico. Così la libertà dell’uomo, il centro della sua dignità, si riduce a “libertà sessuale”, “di divorziare”, “di abortire”, “di sperimentare “trasgressioni”. Il tutto sotto la forma “eroica” della ribellione all’autorità. Se facciamo per un attimo i satanisti, è difficile immaginare una luciferina pentola migliore di questa: la perdita beluina di sé e della propria autentica libertà, accompagnata da un senso di prometeica “liberazione” dalle catene. Insomma, schiavi e felici di esserlo, si direbbe. Ma manca un dettaglio: la pecora è perfettamente soddisfatta in uno stato pecorile, mentre l’uomo – che lo sappia o meno – no. Così, il vero sostrato comune a questa paccottiglia di riduzione umana diventa uno solo: “la negazione” del mondo, dell’uomo e, alla fine, di sé (come dimostra l’esito del terrorismo e non solo).




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A meno che l’Io non trovi la forza di commuoversi davanti ad un volto nazareno che lo implora di credere in lui il significato della propria immensa libertà.

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