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Il “Dio perverso”: Maurice Bellet ci guida in uno sconvolgente tour nell’inconscio religioso

FRESCO,SAN BRIZIO,DUOMO
Sermon et actes de l'Antichrist Fresque Chapelle de San Brizio, Duomo, Orvieto (part.)
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È un prete e uno psicanalista, ma l'hanno definito “un Nietzsche cristiano”: in un libro del 1979 (riedito in francese da maggio 2018) illustra con lucida chiaroveggenza le dinamiche psicologiche che comportano la degenerazione del senso religioso e anche della stessa fede cristiana in moltissimi fedeli. È “la malattia dell'Occidente” e fa strage sia tra i cristiani conservatori sia tra quelli progressisti, offrendo al mondo quell'orribile spettacolo di marcescenza e putrefazione che – lo diceva lo stesso Concilio Vaticano II – «può contribuire non poco alla genesi dell'ateismo». E tuttavia c'è ancora speranza, c'è sempre la Grande Speranza.

Unica prova razionale della non esistenza di Dio è quella di Feuerbach. […] Ma è perfettamente illogica. Sarebbe come dire: «Desideri un caffè?». «Sì, grazie!». «Non può esistere. È proiezione dei tuoi desideri».

La causa dell’ateismo è altra: la falsa immagine di dio. Quel Dio che religioni affermano e atei negano.

[…]

Il Dio che voi avete in testa, da inventare o uccidere, è “il diavolo”. Egli è menzognero e omicida dall’inizio.

Silvano Fausti, Lettera a Voltaire 78

Primo teologo è un ebreo, malfattore convinto. Scoprendolo crocifisso vicino a sé, solidale con il più perduto degli uomini, con un «amore più forte della morte» (Cantico dei Cantici 8,6b), lo chiama “il dio” (Luca 23,40).

Secondo teologo è il centurione pagano che l’ha crocifisso. Vedendolo «morire in quel modo» nel quale era vissuto prima, esclama: «Veramente quest’uomo era figlio di dio» (Marco 15,39).

I Vangeli, sulla linea biblica, portano a compimento la “sdemonizzazione” del Dio che le religioni venerano e gli atei negano.

Ivi, 43

Quando per la prima volta sentii padre Silvano dire “Dio qui l’ho scritto con la maiuscola perché dopo il punto fermo” restai colpito da quel singolare calembour: ci teneva tanto a scrivere “Vangeli” con la maiuscola – e quasi sembrava “inchinare la voce” mentre pronunciava la parola “Vangeli” – quanto a scrivere “dio” con la minuscola. Almeno se era il vero Dio, quello in cui credeva (e per cui faceva tutto ciò che faceva): «Pregavo – immaginava di scrivere al celebre illuminista – perché tu, presto o tardi, ponessi le tue doti a servizio di ogni figlio d’uomo. Cominciando dall’ultimo, che è il mio dio: il Figlio dell’uomo, fratello di tutti».

Dio – il vero dio – era per lui principalmente quello che si ritirava per lasciare spazio a tutti; quello che entrava nel mondo prendendo l’ultimo posto, eleggendo una povertà perfetta a strumento del radicale «sovvertimento di tutti i valori», la “Umwertung aller Werte” di Nietzsche, il quale lamentava appunto la visione giudaico-cristiana per la quale i

miserabili soltanto sono i buoni; solo i poveri, gli impotenti, gli umili sono buoni, i sofferenti, gli indigenti, gli infermi, i deformi sono anche gli unici devoti, gli unici uomini pii, per i quali solo esiste una beatitudine.

F. Nietzsche, Genealogia della morale, pp.232-233

E nel primo libro (unico compiuto) di una serie concepita “Verso una rivalutazione di tutta la morale” – il famoso “L’Anticristo” – Nietzsche declinava in modo indimenticabile la sua “maledizione del cristianesimo”, reo di alimentare un «unico grande istinto di vendetta» dei deboli contro i forti:

Il veleno della dottrina dei «diritti uguali per tutti» – è stato diffuso dal cristianesimo nel modo più sistematico; procedendo dagli angoli più segreti degli istinti cattivi, il cristianesimo ha fatto una guerra mortale ad ogni senso di venerazione e di distanza fra uomo e uomo, cioè al presupposto di ogni elevazione, di ogni sviluppo della cultura – con il risentimento delle masse si è fabbricato la sua arma principale contro di noi, contro tutto quanto v’è di nobile, di lieto, di magnanimo sulla terra, contro la nostra felicità sulla terra… Concedere l’“immortalità” a ogni Pietro e Paolo, è stato fino a oggi il più grande e il più maligno attentato all’umanità nobile. – E non sottovalutiamo la sorte funesta che dal cristianesimo si è insinuata fin nella politica! Nessuno oggi ha più il coraggio di vantare diritti particolari, diritti di supremazia, un sentimento di rispetto dinanzi a sé e ai suoi pari – un pathos della distanza… La nostra politica è malata di questa mancanza di coraggio! – L’aristocraticità del modo di sentire venne scalzata dalle più sotterranee fondamenta mercé questa menzogna dell’eguaglianza delle anime; e se la credenza nel «privilegio del maggior numero» fa e farà rivoluzioni, – è il cristianesimo, non dubitiamone, sono gli apprezzamenti cristiani di valore quel che ogni rivoluzione ha semplicemente tradotto nel sangue e nel crimine! Il cristianesimo è una rivolta di tutto quanto striscia sul terreno contro ciò che possiede un’altezza: il Vangelo degli “umili” rende umili e bassi.

F. Nietzsche, L’Anticristo, Milano 2010, 43

Fausti aveva letto Nietzsche (bene, tutto e in originale), senza scomporsi più di tanto: «Le sue critiche sono più utili – diceva il gesuita – per riformare il cristianesimo che per demolirlo», ma questa sua considerazione non ha mai trovato seguito in una trattazione specifica e dedicata.

Una siffatta trattazione, invece, l’ho trovata in Le Dieu pervers, di Maurice Bellet, scritto nel 1979 (non mi risulta sia tradotto in italiano: “Il Dio selvaggio”, edito da Servitium nel 2010, è la traduzione di “Le Dieu sauvage” che Bayard aveva pubblicato nel 2007): non a caso Jean Sullivan, prefatore dell’opera, salutava nell’autore un “Nietzsche cristiano”. Non nel senso – beninteso – che Bellet avrebbe auspicato il rovesciamento della rivoluzione cristiana dei valori, bensì secondo il noto aforisma nietzschiano:

Chi lotta con i mostri deve guardarsi dal diventare, così facendo, un mostro. E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te.

F. Nietzsche, Al di là del bene e del male, Milano 1977, 79.

Come Fausti, anche Bellet è un sacerdote cattolico: a differenza del gesuita italiano, però, il prete francese è pure uno psicanalista, e dunque se quello ha esplorato i lacci del Nemico sulla scorta della psicologia ignaziana questo si è rivolto prevalentemente a indagare le derivazioni mostruose dell’immagine di Dio, e lo ha fatto con gli strumenti della psicanalisi.

Il campo d’indagine è non solo attiguo ma, a sentire il gesuita bresciano, identico e medesimo: esisterebbe infatti un Dio (pericolosamente maiuscolo) che si confonde non con la proiezione del desiderio di bene, bensì con quella della volontà di potenza, e che dunque proietta sull’Infinito e sull’Eterno le dimensioni antropiche che nella koiné psicanalitica si chiamano “super-io” e “inconscio”. Il Totalmente Altro smette dunque di essere il “Mistero buono di tutte le cose” e diventa il terrore evocato da tutti i sensi di colpa di ogni uomo, l’immenso Fantasma della cattiva coscienza, la quale intimamente ha un sentore di come si dovrebbe vivere, per essere felici, ma «eternamente opera il male» (Goethe). In altre parole, si tratta di ciò che Paolo illustrava ai Corinzi:

Ciò non fa meraviglia, perché anche satana si maschera da angelo di luce. Non è perciò gran cosa se anche i suoi ministri si mascherano da ministri di giustizia; ma la loro fine sarà secondo le loro opere.

2Cor 11, 14-15

Nel testo paolino i “ministri di satana” sono certamente gli angeli caduti, ma a giudicare dal contesto prossimo anche alcuni membri della comunità animati da uno zelo oscuro e torbido (del resto «chiunque commette il peccato è schiavo del peccato» Gv 8, 34). Ora, ecco, precisamente questo è il campo d’indagine del saggio di Maurice Bellet, giacché “il Dio perverso” si invera, sì, quale proiezione delle ferite originarie dell’uomo, ma l’abilità del Nemico (che le sfrutta sagacemente) sta nel saperle coltivare e far sbocciare non nelle ambizioni o nelle aspirazioni scopertamente malvagie, bensì nei desideri di bontà e di pietà. Proprio come, nella parabola evangelica, la zizzania compare improvvisamente tra le spighe di grano in un campo buono seminato bene e con del seme buono (Mt 13, 27).

Il saggio di Bellet si struttura in quattro parti che esplorano i meandri di queste efflorescenze e putrefazioni dell’anima fino al capogiro: si comincia con l’osservazione del sistema cristiano della sessualità (non perché Freud debba sempre metterci lo zampino, ma perché nella sessualità fa capolino la forma di violenza più comune e normalizzata del mondo); si prosegue con la figura enigmatica che emerge da un desiderio di Cristo malamente sublimato, foriero di compensazioni e nevrosi («direzioni spirituali perverse, fraternità omosessuali, ricatto o sfruttamento in nome dell’amore, sadismo della croce imposta agli altri “per il loro bene” ecc. Desiderio dell’altro rovesciato in paura, odio e disprezzo – vedi la misoginia sacerdotale»); la terza parte è dedicata all’iscrizione, ossia alle delicate dinamiche che producono finalmente la comparsa del “Dio perverso” (che è al contempo rigorismo moralistico e sentimentalismo spiritualistico, che inavvertitamente trincerano il cristianesimo in una innaturale posizione di difesa, quasi da cittadella assediata); la quarta e ultima parte, dedicata alla vita umana, è dedicata a indicare una via d’uscita dal vicolo cieco in cui il “Dio perverso” ricaccia “i suoi fedeli” (è forse la parte più audace e intelligente del saggio, nonché la più difficile da attuare per le vite di quanti, ordinariamente, non sono disposti a riconoscersi succubi del “Dio perverso”).

E qui sta un punto interessante e importante: malgrado le recensioni che ovviamente hanno cercato di trascinare Bellet a destra o a manca (più a manca che a destra), la sua non è una mera critica alla “religiosità dei tradizionalisti”, anche se il “Dio perverso” di costoro è forse il più facile da individuare. Proprio per questo, tuttavia, esso non è il più insidioso: è un “Dio perverso” anche quello di quanti sostituiscono un sistema con un altro, una legge con una non-legge che in quanto tale è ancora e sempre legge, anzi lo è tanto più pericolosamente in quanto manca di criterî di riscontro oggettivo.

Che vuol dire? Vuol dire che è (fin troppo) facile individuare – per esempio – nel morboso attaccamento a istituti disciplinari-dottrinari consolidati e noti (almeno in teoria) un’epifania del “Dio perverso”; tuttavia anche i corifei della dissoluzione, del progresso a oltranza, di un indefinito “superamento della legge a vantaggio dello spirito” producono semplicemente degli anti-sistemi, cioè dei sistemi uguali e contrari a quelli che si pretende di superare.

È la grande lezione dell’aniconismo giudaico-cristiano: l’idolatria è il peccato per eccellenza, nella Bibbia (interessante che spessissimo sia descritto con metafore sessuali), perché ogni immagine di Dio è necessariamente ferma, statica, mentre la Scrittura parla di Dio giustapponendo termini catafatici e apofatici, di modo che emerga sempre il carattere analogico di ogni discorso teologico – sia positivo sia rivelato. Non solo quindi non va bene il vitello d’oro, ma neppure le tavole della legge possono essere idolatrate; neppure l’arca dell’alleanza, neppure lo stesso Tempio – i libri profetici accompagnano lo scandirsi di questi progressivi superamenti –; non va bene il legalismo ma anche la paolina “legge della grazia” può erigersi a sistema e così perpetuare le dinamiche di illusione e frustrazione da cui sorgono le nevrosi che si raggrumano in carcinomi ecclesiali. Così Bellet conclude il suo libro:

Il “Dio perverso” è il Dio dell’Occidente. Formula provocatoria, eccessiva. Mi azzardo per ciò che essa dà a pensare.

1. All’inizio dei mali sta sicuramente un fallimento del cristianesimo, abbastanza grave perché “la religione dell’Occidente”, così come l’abbiamo conosciuta, appaia avviata a un irresistibile declino.

Le cause di questo declino sono diverse, ma lo slittamento verso il “Dio perverso” ne sembrerebbe una decisamente capitale. Perché è più di un semplice assopimento, cui si potrebbe sempre riparare con un soprassalto; è un rovesciamento di senso, tanto più formidabile che, per sua natura, resta nascosto: contro-terapia, contro-amore più profondo di ogni odio. Tutto quello che doveva dare la vita diventa l’inferno dell’essere umano. Tragico assoluto, sconosciuto – io credo – ai greci e alla sapienza ereditata dai greci, anzi questa sembrerebbe un antidoto a tanta follia.

Dove si segna dunque tale fallimento? Chi nominare? Quale data? Possiamo rintracciare qua e là i mali dell’“iscrizione”, ma la questione è in ultima istanza indecidibile: pericolo sempre presente, per le stesse ampiezza e audacia del Vangelo.

Questa peste, una volta che abbia preso forma, contamina tutto.

Ci si può nascere, la si può subire nell’infanzia, la si può trascinare come un’ossessione che gli sforzi o il sapere non giungono a estirpare veramente.

Censura e repressione, non solamente della sessualità, delle pulsioni, ma in pari misura del Vangelo, di Cristo. Una duplice incoscienza, legata a filo doppio.

Tutto è preso e utilizzato controsenso. L’iscrizione diventa prodotto pesante, andare a schiacciarsi sotto a un sistema di regole e di esigenze, uno strumento per occultare la verità – dovunque essa provenga. Il sistema cristiano diventa incapace di controllare i propri snaturamenti: se alcuni vi trovano ancora un cammino di vita, altri vi restano presi come in un equivoco mortale. Ciò che esso non tollera più è l’esperienza che non entra nel suo tabellone, nelle caselle tutte pronte per incasellarvi i casi – primo fra tutti, l’esperienza del proprio fallimento. E così esso esclude chiunque dia segno di voler incontrare la pericolosa verità.

Là dove dovrebbe realizzarsi – senza mai trovarsi stabilita – l’armonia dei desideri trasformati, esso mette la rigidità dei personaggi e dei rapporti sociali, il teatro impietoso in cui ciascuno è preso al laccio del proprio ruolo; perché anche nelle “caselle buone” si annida il processo pervertitore.

Ciò non vuol dire che tutto sia falso: sarebbe più chiaro! Ma qualcosa di una falsità essenziale lavora oscuramente anche in quella stessa cosa che del resto è vera devozione, sincero travaglio per la verità, accoglienza del prossimo. Purtroppo.

La presenza, non riconosciuta per ipotesi, del “Dio perverso”, rende il cristianesimo vulnerabile a ogni critica: perché l’analisi di quello che accade smentisce il discorso cristiano e la coscienza cristiana. Non c’è più alcunché da opporvi; basta sentire e vedere con uno sguardo e un orecchio non complici. Capita che in psicanalisi dei cristiani facciano questa scoperta devastante: ascoltare finalmente sé stessi, capire che il proprio “cristianesimo” andava al contrario di come immaginavano.

Torno a dirlo: questa è senza dubbio una causa maggiore dell’anti-cristianesimo che si è sviluppato in Occidente; del suo ateismo (sempre utile come pretesto a un’opposizione reale al Vangelo di Cristo: nuova confusione).

E quando a sua volta a essere toccato è il cristianesimo, nel suo sistema che di fatto è di decomposizione, non è un caso che le ultime resistenze da affrontare in fondo a questa crisi siano sul versante della sessualità: perché è su quel versante, dov’è in gioco il desiderio, che sta l’aspetto più temibile.

Bisognerà concludere che quando nominiamo il cristianesimo tutto sia già morto? Quello che abbiamo suggerito è tutta un’altra cosa, a ben vedere è il contrario: è che ritrovando in tutta la sua forza, e senza decurtare o stondare in alcun modo, l’intervento evangelico… se ne può venir fuori.

2. Ma non è tutto. Il male cristiano del “Dio perverso”, quando se ne sia individuato il processo, non appare – per così dire – una prerogativa del cristianesimo: esso infetta tutto l’Occidente. Questo perché la Chiesa cristiana ne è in qualche modo la Madre (i mille e passa anni dalla caduta di Roma alle scissioni del XVI secolo)? Oppure al contrario perché il nostro Occidente si è costruito, in una deformazione del cristianesimo e in una rivolta contro di esso, senza che neppure ce ne accorgessimo? Se ne può discutere.

Ma la cosa più importante è senza dubbio questa: il processo mortifero può ripetersi ogni volta che si reitera l’ambizione cristiana quanto all’uomo, oppure un’ambizione analoga.

Quest’ambizione è quella di raggiungere nell’uomo il desiderio stesso, nella sua radice, per cambiarlo; è di cambiare l’uomo. È volere che egli non sia più diviso tra la violenza delle sue pulsioni e la necessità dell’ordine; è non contentarsi più del compromesso o della rassegnazione, o di una sapienza ragionevole che domini o estenui la pericolosa potenza delle pulsioni; è voler l’uomo accordato a un ordine che oltrepassa ogni ordine, dove anche le sue violenze sono finalmente convertite per un’umanità generosa, riconciliata, felice.

Sovreminenza del grande mito fraterno; investimento totale per la verità liberante e volontà di diffonderla; trasformazione del desiderio con la necessaria rinuncia; volontà di chiudere i conti col mondo antico e di far nascere l’umanità nuova: ogni volta che compaiono questi tratti, viene al contempo la possibilità che si ripeta il processo del “Dio perverso”.

[…]

4. Dietro ai volti, velati essi stessi, del Dio perverso, si annuncia l’angoscia della morte del Dio buono, e buono fino a morire perché noi viviamo. Non solo l’angoscia della caduta delle immagini e dei concetti religiosi, nient’affatto: non sono mai più che dei supporti… ma di ciò che per essi si annunciava all’uomo: che al principio della vita si tiene la vita e non la morte. L’idea ci è diventata così familiare che non ne percepiamo più la paradossale potenza; ma quando essa si perde, comincia l’angoscia assoluta della nascita ingiustificata.

Sulla riva di tutto ciò, l’Occidente è diviso tra la prossimità di un mondo scoppiato, dove a ciascuno tocca portare da solo il peso del mondo, e la vertigine della violenza finalmente trionfante della Grande Autorità, che ci mette tutti sotto la sua ombra protettrice – e mortale.

Non sarà che facendo venire alla luce l’antico e costante dramma del “Dio perverso” possiamo impugnarne alla radice la potenza mortifera? Ad ogni modo questo dramma – con la “terapia” che ne è la necessaria cura – si trova occultato nell’attuale Occidente, anche (e per una parte troppo sostanziale) da quella religione cristiana che pure ne conosce le figure. Lo segna la troppo diffusa impossibilità di raccoglierne a piene bracciate i simboli e il tragitto.

Non basta prolungare o restaurare quello che “il cristianesimo” è diventato. Perché ciò di cui abbiamo parlato – talvolta purtroppo per impedire che se ne dicesse qualcosa – è, per natura e continuamente, l’inaudito.

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