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Silvano Fausti e Ugo Vanni: due gesuiti sui sentieri della Parola e degli uomini

FATHER SILVANO FAUSTI AND FATHER UGO VANNI SJ
P. Silvano Fausti | Unknown - Fair Use / P. Ugo Vanni | Pontificia Università Gregoriana - Facebook
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Ieri è morto uno dei più noti biblisti italiani dell’ultimo mezzo secolo; domani verrà presentato un volume di ricordi su un suo confratello, scomparso tre anni fa. I due avevano percorso da versanti diversi e su sentieri distinti l’unica montagna della Parola di Dio, sulla quale tutti gli uomini possono ritrovarsi e riconoscersi fratelli. Nessuna vera rivoluzione è possibile, a questo mondo, se non è questa o se da questa non discende.

Ed è impossibile “riassumere” un simile libro, proprio perché in un certo senso ogni sua pagina ripete l’unica e medesima testimonianza di un multiforme prodigio di Dio: sono trentotto le voci che si affastellano nel volume, e basta sapere che il libro consta di 163 pagine effettive per capire che ciascuno ha scritto relativamente poco. Sono aneddoti, scorci, prospettive, ricordi… eppure il testo è quanto più lontano possibile dalla monotonia, e rifugge al contempo l’intimismo e la verbosità – tutte cose che padre Silvano detestava cordialmente e che all’occorrenza non esitava a stroncare nell’interlocutore.

Al mio ricordo resta forte l’impressione di quest’uomo schivo che attraeva migliaia di persone; un uomo che amava il silenzio e non ricusava di parlare per ore; che poteva distruggere l’intervento di un ragazzo impetuoso e subito risollevarne l’ardimento con un sorriso amabile. Era il padre spirituale, fra i molti altri, anche del cardinal Carlo Maria Martini, e conosco bene una collega giornalista – nient’affatto “martiniana”! – che quando si trovò a intervistare lungamente Fausti tornò dicendomi soltanto: «È un santo». Nel libro si racconta, tra gli altri bellissimi episodi, di quando le sue parole trattennero una donna malata dall’andare in Svizzera a terminare i suoi giorni… e non si trattava di una donna credente, né le sue parole avevano parlato di imperativi categorici o di ricatti escatologici – fu la donna che per la prima volta in vita sua prese a considerarsi un pezzo importante e insostituibile dell’universo.

La sorella Maria – che forse più di altri fatica nello stupore crescente di comprendere quale e chi fosse suo fratello per un’enormità di persone – racconta nelle prime pagine un episodio che aveva segnato brutalmente la loro infanzia (Fausti ne parla anche nella Lettera a Voltaire):

Ricordo che aveva solo sei anni… eravamo nella nostra casa a giocare e i nostri genitori ci hanno comunicato che purtroppo il nostro zio paterno, p. Giovanni, gesuita, ora beato, era stato fucilato dopo un lungo barbaro martirio professando la fede in Cristo Re e Silvano ha subito dichiarato che voleva continuare in qualche modo la sua opera… da quel giorno è stato un susseguirsi di eventi che lo ha portato a essere ciò che è diventato.

Così un ragazzino della Val Trompia divenne figlio di un ex mercenario spagnolo, nel carisma, e finì a percorrere in lungo e in largo l’Europa e gli altri continenti del pianeta, spesso coi mezzi del vagabondo e col cuore del lupo di mare. Detta così può sembrare l’immaginetta oleografica di un santo mai esistito, come mai sono esistiti i santi quali vengono rappresentati in certe immaginette: per sua fortuna, quelli che hanno firmato i contributi del libro sono praticamente tutti suoi amici, gente che lo ha conosciuto a fondo, e dunque non mancano i riferimenti ai difetti e ai punti di perfettibilità di padre Silvano. Ad esempio don Gabriele Pipinato racconta di una volta in cui, scalando il monte Kenia, padre Silvano si era ostinato a negare di non riuscire a terminare l’ascesa (per via di una brutta dissenteria) e aveva costretto il sacerdote italiano fidei donum a Nairobi ad annullare l’escursione e a tornare alla base:

Per la verità, confidavo che scendendo potesse riprendersi, invece stava sempre peggio e le ultime ore di cammino furono uno strazio. Arrivammo all’auto che era già buio e Silvano era visibilmente sollevato per avercela fatta, ma anche così esausto da non dire più una parola durante il viaggio di rientro.

L’indomani era un uomo nuovo e venne a ringraziarmi. Si scusò per il comportamento del giorno precedente: mi disse che non c’era traccia del benché minimo buon senso nel suo atteggiamento, ma solo tanto orgoglio e presunzione. Mi chiese di estendere la sua richiesta di perdono anche agli altri quattro amici africani che erano con noi, insistendo perché spiegassi loro, in lingua locale, quanto fosse dispiaciuto per l’accaduto: era caparbio anche nel chiedere scusa!

Una quarantina di storie che dicono tutte la stessa cosa, ma mai la medesima (germanofilo com’era, padre Silvano avrebbe detto “das Selbe” e mai “das Gleiche”), per sottolineare che nessuna storia può essere detta indifferente, come se fosse mera ripetizione di storie altrui. Questo aveva reso padre Silvano attento e meticoloso nell’esegesi dei vissuti altrui, e nella delicatissima arte del discernimento, tanto quanto la fede e gli studi l’avevano fatto acuto nello scrutare le Scritture.

Due piccole storie su padre Fausti

A tal proposito voglio raccontare anche io una piccola storia, anzi due, sui miei trascorsi con lui: lo conobbi quando ero appena ventenne, e visitai Villapizzone trovando insieme lui e padre Filippo Clerici. Andai per informarmi sui gesuiti, di cui all’epoca mi attraeva l’epica dell’impegno intellettuale e dell’obbedienza “perinde ac cadaver”: Filippo e Silvano mi accolsero, mi fecero sedere, mi ascoltarono… e poi scoppiarono entrambi a ridere. Non di me, scoprii subito, ma delle cose che avevo detto: avevo fatto la figura di uno che si interessava all’Arma per via delle barzellette sui carabinieri, e che andava a parlarne con due di pattuglia. Mi parlarono allora per la prima volta della grande libertà dei gesuiti, che Ignazio aveva voluto a costo di rischiare numerosi incidenti; mi parlarono del discernimento con cui si impara ad ascoltare il cuore… e si diventa docili al tocco di Dio (che nella vita religiosa parla ordinariamente per la bocca di un superiore), e non a quello di una gerarchia («Ogni clero produce clericalismo, se non vigila su sé stesso: più clericalismo c’è, meno spazio Dio trova per sé», mi disse quel giorno padre Fausti).

Una volta dunque in montagna intervenni in un dibattito chiedendo con un certo dolore (a vent’anni si sa essere insieme patetici e sentimentali) perché mai Dio permettesse e disponesse che tanti giovani facessero centinaia di chilometri per sentir parlare del Vangelo… laddove questo implicava che i loro contesti prossimi – le parrocchie, le diocesi… – non fossero capaci di corrispondere a quelle domande. Neppure sono sicuro di aver espresso compiutamente il mio pensiero, che pure nasceva da un anelito sincero… Padre Silvano non disse niente, ma mi ascoltò attentamente mentre mi fissava con uno sguardo indimenticabile, pieno di compassione e di una sorta di stizza. Padre Filippo – uomo dal silenzio d’oro, il vero San Giuseppe della situazione! – venne poi da me con un astuccio di pennarelli indelebili e mi disegnò sullo zaino un cespo di fiori alpini. Non osai più lavare quello zaino.

Fu un altro, però, l’episodio che da solo mi dà il polso dell’enorme esperienza acquisita da padre Fausti nelle cose di Dio e in quelle degli uomini, ed è una storia in due puntate. A Villa Capriolo, la struttura dei gesuiti a Selva, la sera si stava insieme con attività ludiche e teatrali; era già padre Lavelli a curare l’organizzazione di quei momenti… Padre Silvano aveva “dato il suo” fondamentalmente al pomeriggio, e a sera veniva a sedere ad ascoltare qualcuno che voleva parlare con lui oppure a bere qualcosa in compagnia. Normalmente non stava fino alla fine: nessuno sapeva bene cosa facesse padre Silvano di notte, ma talvolta qualcuno lo aveva visto tornare di buon mattino dalle montagne. Una tale aura di mistero intensificava il fascino di quella figura sorridente e schiva, che raramente parlava di sé, anche quando veniva interpellata direttamente. Tutti noi eravamo lì per il fascino esercitato da lui e da padre Filippo (indimenticabile camoscio di Dio), e alle nostre inquietudini giovanili che cercavano “il discernimento” per la vita sembrava di toccare il fondo del mare coi piedi quando riuscivamo ad attirare un poco le attenzioni di quegli uomini incantevolmente umani – e umanamente divini. Ma padre Silvano era evanescente, potevi anche berci una birra insieme ma restava sempre a un livello di esistenza differente da quello in cui “bere una birra insieme” significa aver instaurato un qualche legame particolare.

Una sera passò, come un’ombra, accanto al gruppetto in cui ero anche io: aveva salutato e andando via aveva fatto cenno a una ragazza lì vicino a me di seguirlo due passi in disparte. Attizzati in una certa gelosia, tutti seguimmo con lo sguardo quella ragazza, che ci appariva in qualche modo una privilegiata. Tornando aveva gli occhi lucidi ma non disse nulla. Poi non si tenne e mi confidò a quattr’occhi: «Mi ha chiesto se voglio uscire con lui nel bosco domattina, va a cercar funghi alle quattro!». Lo stupore (e l’invidia) ribollirono in me per un istante, ma siccome davvero in quella casa ci volevamo bene tutti, anche senza sapere molto gli uni degli altri, e poiché neppure nella più ambigua delle circostanze un invito di padre Silvano avrebbe potuto sollevare il minimo sospetto, risposi soltanto: «Che bello, beata te!».

A colazione la mattina dopo l’amica era ancora commossa, ma per nulla turbata, anzi era raggiante: mi disse solo che avevano trovato parecchi funghi e che l’aria del bosco di notte era profumatissima. Diversi anni dopo, quando quella ragazza mi chiamò per comunicarmi della straziante morte di padre Filippo (un temporale improvviso lo aveva scaraventato per una scarpata nella passeggiata che faceva tutte le settimane da decenni) volle raccontarmi anche di ciò che era accaduto quella notte con padre Silvano: erano saliti in silenzio per un po’ e lei era toccata da «uno sguardo di tenerezza infinita», quello con cui lui l’aveva accolta sulla stradina. Quello sguardo l’aveva tormentata per tutta la passeggiata, mentre di tanto in tanto padre Silvano le indicava questo o quel fungo, che poi prendeva e riponeva nella sporta. Arrivati in una radura lui si fermò e alzò gli occhi al cielo che si rischiarava, ma ancora puntellato di stelle. E disse, in un filo di fiato: «Ve’ che bello». Lei allora si girò verso di lui con gli occhi pieni di lacrime e vuotò il sacco: «Padre Silvano, sono stata violentata!». E lui – disse la ragazza a me, che ovviamente non sapevo della cosa – la guardò con quella medesima tenerezza di un’ora prima, ma senza il minimo accenno di sorpresa. «Lui lo sapeva – concluse l’amica mentre riportava a me il racconto – lo sapeva e mi aveva chiamata per questo, la sera prima: in quel momento mi ha solo abbracciata, e per quell’abbraccio io sono guarita dalla paura degli uomini».

Evangelizzatori che diventano “il Vangelo stesso”

Padre Silvano era un uomo così raccolto nel silenzio e nella parola di Dio che il suo silenzio e la sua parola erano entrambi taglienti ed enigmatici in ugual misura: tutto però ammantava sempre il suo sguardo sorridente. Alle volte ho polemizzato con alcuni amici della compagnia (la compagnia di Selva, non quella di Gesù), i quali mi dicevano che credevano «nel Vangelo spiegato dai padri Silvano e Filippo»: io ribattevo che soltanto un Vangelo che non fosse opera loro ma di Cristo poteva essere veramente salvifico, per noi e prima ancora per loro, e pure che i contenuti delle loro esegesi e catechesi erano perfettamente aderenti a quelli dell’insegnamento ufficiale della Chiesa cattolica… ma non riuscivo a smuovere quegli amici dal loro proposito, e con gli anni ho forse compreso qualche parte delle loro motivazioni: il Vangelo è come Gesù, perché Gesù è «il Regno in persona» (Origene)… è certamente “colui che viene” per definizione, ma non arriva senza un volto, senza una carne, senza un grembo. «Chi è mia madre? Chi sono i miei fratelli? – chiede duramente Gesù a quelli che gli presentavano un titolo che avrebbe comportato una familiarità speciale con lui – Ecco, mia madre e i miei fratelli sono quelli che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica» (cf. Mt 12, 46-50; Mc 3, 31-34; Lc 8, 19-21). Così è naturale che dopo l’incontro con un padre Fausti o un padre Vanni uno voglia esattamente quel Vangelo lì: e del resto se moltissime cose mi sembrano inefficaci nell’esprimere in un rigo l’essenza di simili esistenze, e se anzi troppe di quelle che ho scritto saranno state anche superflue, di sicuro non esito a dire che padre Silvano e padre Ugo furono due che hanno ascoltato la Parola e l’hanno messa in pratica. Fratelli e madri di Cristo.

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