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La malattia può essere un dono ma non un regalo

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La malattia di mio figlio mi ha ricondotto alla croce di Gesù e per chi crede quella croce non è la fine ma la salvezza

Ma quella malattia c’è stata e io ora non sono più quello che ero prima. Quella malattia ha portato frutto in me.

Come è stato possibile ciò? Non ho risposte valide per tutti a questa domanda. La mia personale risposta è che quella malattia mi ha ricondotto in maniera del tutto evidente alla Croce di Gesù Cristo. Chi crede, come me, sa che quella croce non è la fine della storia ma è il passaggio cruciale della salvezza, è il passaggio alla Vita Nuova, che dura in eterno. Un passaggio che è stato promesso a tutti noi. E allora, il dolore innocente, inconcepibile e insopportabile che ho conosciuto, ha lasciato spazio ad una consolazione profonda e alla consapevolezza che il fine ultimo della vita di ogni esistenza umana è proprio dopo quella croce.
Cosa si può volere di più per un figlio che saperlo finalmente giunto dove ogni padre e ogni madre vorrebbero condurre i propri figli! A quel punto, la malattia e la sofferenza patiti non avevano più molta importanza.

Di rimando, tutto ciò mi ha insegnato che ogni difficoltà della vita è una piccola croce, la quale però non deve distrarmi dal guardare al Bene che c’è sempre dietro di essa. Anzi deve essere proprio quella piccola croce a ricordarmi in ogni momento a quale mèta sono destinato.

Qualcuno, giustamente, potrà contestare che questo è il punto di vista di un credente, e che, diversamente, è pura follia accostare le parole “malattia” e “dono”. Non posso che essere d’accordo. Sono convinto infatti che solo chi ha conosciuto Cristo morto e risorto può mettere insieme queste due parole in modo razionale.

Ma mi domando, soprattutto in questi tempi in cui la forza della Fede nelle persone va sempre più affievolendosi, se non scomparendo del tutto, mentre l’incidenza delle malattie (in senso generale) non può che rimanere invariata, dove potrà condurci il rifiutare a priori questo accostamento?

La mia esperienza mi insegna che molto spesso, soprattutto quando non si ha alcun appiglio per dare un senso a quanto ci accade, non si combatte contro la malattia, dal punto di vista medico o psicologico, ma si combatte la realtà stessa. E quando la realtà non ci piace, si cerca di nasconderla, si fugge da essa, si rischia di essere perfino peggiori del servo infingardo della Parabola, per cui non solo non si fa fruttare il talento che si è ricevuto ma si finge di non averlo mai ricevuto.

Resta quindi questa domanda: è più folle accostare le parole “malattia” e “dono” o combattere la realtà?

QUI IL LINK ALL’ARTICOLO ORIGINALE

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