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Muore nel grembo, ma una foto ritrae le sue ceneri per sempre legate al gemello vivo

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Uno scatto di forte impatto, che ha vinto un premio internazionale: perché la vita è una presenza che cambia chi la incontra anche per un soffio di tempo

Quando Cherie Ayrton scopre che uno dei gemelli che porta in grembo è morto, il suo primo pensiero è di tenerlo sempre dentro di sé per non perderlo:

Non volevo partorirlo, perché sapevo che una volta fuori se ne sarebbe andato per sempre. Lo volevo con me. Nel mio corpo. Nel mio ventre. Nel mio cuore a pezzi. (da Love What matters)

Amare e lasciare andare sono una sfida tosta, che richiede la forza di un affetto totale ma non possessivo. A maggior ragione deve essere durissimo staccarsi da un amore che non si è adempiuto nella forma che tutti ci aspettiamo: abbracciare, baciare, coccolare. Johnny è rimasto nella pancia di mamma Cherie per cinque mesi, poi il suo cuore ha cessato di battere; era raggomitolato insieme al gemello Tiger che invece è nato vivo quattro mesi più tardi.  È accaduto in Nuova Zelanda lo scorso maggio, ma la storia di questa famiglia sta facendo il giro del mondo per una scelta avvenuta qualche tempo dopo.

Mamma Cherie e suo marito avevano già altre due figlie gemelle e riponevano nella nuova gravidanza tutta la gioia di chi vive la presenza dei figli come una benedizione. L’entusiasmo è tale che la famiglia prenota una fotografa perché accompagni l’attesa e la nascita con un servizio fotografico. Durante l’ecografia morfologica arriva come un fulmine a ciel sereno la scoperta che il cuore del piccolo Johnny non batte più. Al lutto si accompagna il terrore che anche il gemello Tiger possa andare incontro allo stesso destino, i giorni per Cherie diventano di piombo: le ecografie frequenti sono attese e temute, possono lenire la paura ma potrebbero raddoppiare il dolore.

Lo scorso 2 maggio sono nati i gemelli ed è stato per la famiglia un momento intenso, indecifrabile:

Abbiamo pianto, riso, amato; ci siamo goduti il tempo insieme ai due bimbi, circondati dalle nostre famiglie. Parte del corpo di Johnny era diventato tutt’uno con la placenta di Tiger, il giorno dopo gli abbiamo fatto il funerale. (Ibid)

Come spesso capita, la celebrazione delle esequie porta consolazione nel cuore, eppure l’intera famiglia resta turbata, in particolare Cherie che non si dà pace sul senso di questo lutto così crudele. È la fotografa Sarah Simmons, che li avrebbe dovuti accompagnare a celebrare il lieto evento con un servizio ad hoc, a proporre l’idea di uno scatto che parli del rapporto vivo, eppure misteriosamente legato alla morte, che i due fratelli hanno vissuto.

L’immagine che ora anche noi vediamo ritrae Tiger e le ceneri di Johnny, ma mostra innanzitutto la presenza di un’assenza. Il grembo dove i gemelli hanno condiviso nove indescrivibili mesi di contatto sono rappresentati da una grande ciotola rotonda di legno e un tessuto bianco di stoffa lega, come un cordone ombelicale, due destini vicinissimi eppure opposti. Di cosa parla questa fotografia? Forse a parole sarebbe stato impossibile descrivere e decantare il senso di un’esperienza così viscerale, in cui vita e morte parlano assieme e possono confondersi a vicenda.

L’impatto visivo riesce a raccontare meglio, le contraddizioni sensate ad esempio. Apparentemente il pensiero potrebbe finire per crogiolarsi su un figlio “che non c’è stato”, invece è stato presenza. Vivere la separazione da un figlio che non è nato vivo è un dolore difficile con cui fare i conti: chi eri? ho amato davvero qualcuno o solo un’idea? Ecco, quel tessuto candido eppure così dominante nella foto, parla di un legame vivo, creato tra due esseri viventi dentro l’abbraccio della pancia della mamma.

Sarà forse questo il dono più autentico per Tiger; quando farà i conti con la storia della sua nascita e mille domande, forse anche sensi di colpa, guizzeranno fuori dovrà aggrapparsi a quel cordone. Dovremmo farlo tutti. Perché la nostra capacità di ospitare la presenza vertiginosa della vita si riduce molto in fretta.

L’abitudine e un’errata concezione del valore ci ingabbia a misurare il senso della nostra presenza in base a risultati visibili, lodevoli, che generano attenzione. Scartiamo un’abbondante percentuale della nostra persona etichettando come superflua, inutile, invisibile quella montagna di piccoli gesti che non cambieranno le sorti del mondo ma sono il volto più vero delle nostre giornate. Queste vite piccole piccolissime che sono, eppure sembrano non essere, hanno da dirci che non è il protagonismo a far girare il mondo, ma l’essere. Forse Gesù pensava davvero in grande quando disse: “Lasciate che i piccoli vengano a me”.

Probabilmente non si riferiva solo ai bambini, il parvulus latino è anche ciò che è di poca importanza, magari pure lo scarto. Tutto quello a cui il mondo non dà un centesimo, che sfugge alla vista perché non imponente né ingombrante, è la sostanza del regno dei cieli. Il cordone ombelicale da cui riceviamo in nutrimento più energia spirituale è quello che ci lega a cose o persone a cui forse non diamo peso. Magari stiamo in piedi e affrontiamo anche le giornate più brutte non perché è il nostro esuberante carattere testardo a farcelo fare, ma perché la parte più ferita e nascosta di noi non smette di credere nella speranza.

Johnny è stato fratello gemello di Tiger e noi non abbiamo davvero idea di cosa significhi dal punto di vista emotivo, psicologico, affettivo l’esperienza condivisa di quei mesi di crescita dentro la stessa pancia. E io sono certa di avere amicizie pluriannuali che sono più superficiali del legame tra questi due gemelli. Perché dunque un premio internazionale ha voluto celebrare lo scatto di Sarah Simmons? Ci auguriamo per mettere in primo piano tutte quelle assenze che pesano davvero, perché sono state presenze che – in modo più profondo di quello che si misura col parametro della visibilità glitterata – hanno contribuito a dare al nostro un volto la forma precisa che ha.

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