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Non potete immaginare come sarà il futuro della Chiesa negli Stati Uniti

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Chucho Picón- El Despertador Hispano

Jesús Colina - pubblicato il 26/09/18

L'Incontro nazionale dei rappresentanti dei cattolici ispanici mostra un volto inaspettato del cattolicesimo

Gli scandali e le polemiche degli ultimi mesi potrebbero dare l’impressione che la Chiesa cattolica negli Stati Uniti abbia imboccato il viale del tramonto, ma chi ha partecipato al Quinto Incontro Nazionale del Ministero Ispanico, celebrato a Grapevine (Texas), ha potuto constatare che il cattolicesimo statunitense riserva grandi sorprese.

Ci sono cinque motivi che rendono assai difficile comprendere come sarà il volto della Chiesa cattolica nei prossimi decenni in questo Paese. Li abbiamo potuti constatare in questo Incontro.

1) Parlano i numeri

I numeri parlano da sé. Secondo quanto si può dedurre dagli studi di uno dei massimi esperti in materia, Hosffman Ospino, professore associato di Ministero Ispanico ed Educazione Religiosa presso il Boston College, negli Stati Uniti ci sono 52 milioni di ispanici (senza contare gli illegali), il 68% dei quali è cattolico.

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Chucho Picón - El Despertador Hispano

Nel Paese ci sono 75 milioni di cattolici. Nel 1965 erano 48,5. Ciò vuol dire, secondo il professor Opsino, che “gli ispanici hanno contribuito per il 71% alla crescita della popolazione cattolica negli Stati Uniti dal 1960”.

Vari esperti hanno affermato durante l’Incontro che tra i cattolici con meno di 18 anni il 60% è costituito da ispanici.

A Grapevine si sono riuniti dal 20 al 23 settembre più di 3.000 rappresentanti, scelti tra 250.000 partecipanti a incontri parrocchiali e regionali che hanno preceduto questa grande convocazione nazionale.

I 157 vescovi che hanno partecipato al congresso mostrano molto bene l’importanza dell’evento. Negli Stati Uniti ci sono 255 vescovi in servizio attivo.

2) Senza polemiche ecclesiali

Il professor Guzmán Carriquiry Lecour, presidente della Pontificia Commissione per l’America Latina, al termine dell’evento lo ha definito “un balsamo per le ferite, una carezza di Dio”.

L’ambiente, sia nelle assemblee plenarie che nei corridoi, era profondamente diverso da quello che si è vissuto in queste settimane in molti degli incontri dei rappresentanti cattolici negli Stati Uniti, in cui hanno prevalso divisione e polemiche, soprattutto dopo la pubblicazione della lettera aperta dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò in cui questi chiedeva la rinuncia di Papa Francesco.

“Non ho trovato nessuno che si stracciasse le vesti”, ha confessato Carriquiry Lecour, di origine uruguayana.

È vero, tutti i presenti hanno manifestato il tremendo dolore provocato dalle informazioni sugli abusi e i crimini commessi dai chierici.

Non sono mancate, tra i partecipanti, le lacrime di fronte all’orrore che hanno vissuto le vittime di questi abusi, e molti ispanici erano perfettamente consapevoli di quello che significa vivere l’abuso in molti campi.

Negli interventi e nei corridoi, tutti hanno espresso chiaramente che la fede della Chiesa non dipende dalla santità o malvagità dei suoi pastori.

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Chucho Picón - El Despertador Hispano

Óscar Rosales, giovane coinvolto nella pastorale giovanile della parrocchia di San Tommaso Moro di Tulsa, in Oklahoma, ci spiegava con naturalezza: “La nostra fede non è nei sacerdoti; la nostra fede è in Dio, in Gesù Cristo e nella sua Chiesa”.

Vent’anni fa, tra le comunità ispaniche (non solo degli Stati Uniti) era molto comune il dibattito sulla teologia della liberazione, in base alle sue diverse tendenze, inclusa quella marxista, e sul modo in cui vivere l’opzione preferenziale per i poveri. Questo dibattito è stato ormai definitivamente superato. Il cattolicesimo ispanico ha superato le divisioni ecclesiali di fondo.

3) Senza manipolazioni politiche

Nessun commento nell’assemblea plenaria ha avuto un carattere politico, e in tre giorni, parlando con più di un centinaio di partecipanti, non ho ascoltato nemmeno una rivendicazione politica.

Tra i partecipanti c’erano anche delegati “clandestini”. Gruppi interi sono giunti in Texas da Stati lontani nei modi più svariati, perché qualcuno dei loro membri non aveva potuto prendere l’aereo non avendo i documenti in regola.

Un agricoltore che lavora in California, delegato di una parrocchia, è arrivato in automobile, consapevole del fatto che se fosse stato fermato dalla polizia in Texas avrebbe potuto essere arrestato e deportato.

E tuttavia neanche quest’uomo, di cui per ovvie ragioni non forniamo altri dati, ha preso mai la parola per avanzare proteste o fare proclami politici.

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Chucho Picón - El Despertador Hispano

Monsignor Daniel Flores, vescovo della diocesi di frontiera di Brownsville, nella Valle del Rio Grande, in Texas, ci ha spiegato bene come la Chiesa eviti e superi le posizioni politiche, perché di fatto viene attaccata dai vari partiti.

Quando difende la vita e i diritti dei bambini non nati diventa l’obiettivo di una parte politica, quando difende la vita e i diritti degli immigrati diventa il bersaglio di un’altra.

“Abbiamo la missione di annunciare la Dottrina Sociale della Chiesa” come parte dell’annuncio del Vangelo ai fratelli, ha spiegato.

4) No ai ghetti

Contrariamente a quello che pensano alcuni sociologi, da questo quinto Incontro nazionale dei cattolici ispanici non sorgerà una Chiesa “ispanica”. Il futuro sarà una Chiesa “cattolica”.

I vescovi e i leader ispanici cattolici hanno trovato un chiaro consenso nell’affermare che l’obiettivo dell’Incontro non consisteva nel creare un “ghetto” o una “lobby” ispanica cattolica. Non si tratta del fatto che gli ispanici siano sempre più influenti, fino ad assumere il “potere” nella Chiesa cattolica.

Monsignor José Gómez, arcivescovo di Los Angeles, l’arcidiocesi più grande degli Stati Uniti, nato 66 anni fa a Monterrey (Messico), ha insistito sul fatto che la missione dei cattolici ispanici deve consistere nell’essere “ponti” di comunione nelle loro comunità.

I cattolici ispanici che in passato hanno subìto l’emarginazione e anche il rifiuto sanno molto bene che non è cristiano rivivere questi atteggiamenti con i fratelli cristiani di altre origini.

Le conclusioni dei gruppi regionali confluiscono nel chiamare i cristiani ispanici ad assumere la propria responsabilità di battezzati nelle loro comunità diocesane e parrocchiali, per favorire l’esperienza di una Chiesa che vive in comunione e non guarda il colore della pelle né l’origine geografica o economica.

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Chucho Picón - El Despertador Hispano

Il cattolicesimo statunitense del futuro non avrà l’aggettivo “ispanico”. Stiamo assistendo a una nuova sintesi: i figli degli immigrati ispanici leggono soprattutto in inglese e si stanno integrando con sempre più naturalezza nella società e nella Chiesa, assumendo in molti casi autentiche responsabilità e ruoli di leadership.

5) La gioia del Vangelo

Il Nunzio Apostolico negli Stati Uniti, l’arcivescovo francese Christophe Pierre, ha sintetizzato le conclusioni dell’Incontro con il titolo dell’esortazione apostolica di Papa Francesco: “La gioia del Vangelo”.

La verità è che la gioia è traboccante: le liturgie, profonde, sono state vere celebrazioni di fede. Quella fede che i cattolici ispanici trasmettono spontaneamente nelle loro comunità.

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Chucho Picón - El Despertador Hispano

L’Incontro aveva come tema “Discepoli Missionari: Testimoni dell’amore di Dio”, ed è servito perché negli Stati Uniti potesse risuonare il messaggio della Conferenza dell’Episcopato Latinoamericano inaugurata da Papa Benedetto XVI ad Aparecida (Brasile) nel maggior 2007, conclusasi con un messaggio finale il cui principale redattore è stato l’arcivescovo di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio.

Quel documento è ancora sconosciuto in molti angoli ecclesiali degli Stati Uniti. L’Incontro del Texas è diventato così un appello a una conversione pastorale di tutti i cattolici negli Stati Uniti nel momento di crisi che attraversano.

“La conversione pastorale significa uscire dalla mera conservazione per dedicarsi a un ministero pastorale deciso. La conversione pastorale e missionaria va di pari passo con la conversione degli atteggiamenti”, ha spiegato l’arcivescovo Pierre, rappresentante del Papa negli USA.

Una Chiesa missionaria non teme di uscire verso le “periferie” geografiche e culturali per incontrare le persone e condurle a Dio, ha concluso il presule tra gli applausi rivolti a colui che rappresenta, il Successore dell’apostolo Pietro.

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