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Mamma Danila: "Hai un figlio autistico? Anche io, chiamami che ci aiutiamo"

DANILA ALOISI

Facebbok I Danila Aloisi

Annalisa Teggi - pubblicato il 24/09/18

A Viareggio crea e gestisce gratuitamente un numero verde per sostenere chi vive la battaglia quotidiana della disabilità, tra ostacoli burocratici, assistenziali e sociali

Chi fa da sé fa per tre. In che senso? Non vuole solo dire che non bisogna fidarsi degli altri; può voler proprio dire che chi fa qualcosa in proprio, con le sue forze, aiuta altri tre … o molti di più.

Pronto Autismo, l’idea di Danila

Danila Aloisi ne è la prova vivente, vive a Massarosa e ha un figlio autistico. Questa patologia è molto complessa, molti genitori parlano di una vera e propria via crucis per arrivare a una diagnosi. L’unicità di ogni caso, l’assistenza implorata e negata, gli ostacoli burocratici di ogni tipo catapultano le famiglie in un vero e proprio inferno fisico e psicologico. Si vorrebbe avere un surplus di energia affettiva per il proprio bambino, ci si ritrova sfibrati a forza di sbattere contro muri di gomma, ma anche di durissimo cemento armato.


STEFANO BELISARI - ELIO

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La disabilità deflagra come obiezione quando sei in mezzo all’altra gente; nel privato di un rapporto madre-figlio una ferita genera anche occasioni di crescita reciproca nel bene, ma essere assediati da dita puntate contro fa sprofondare nelle sabbie mobili di un’amarezza rabbiosa. Scrive Danila su Facebook:

Quando mi ritrovo a lottare in tribunale, per ottenere un foglio, che gli dovrebbe spettare di diritto, ma che non gli é stato dato.
Quando, devo portare mio figlio davanti ad una commissione medica per poter ottenere il pass per parcheggiare sulla sosta riservata ai disabili e mi viene detto, che mio figlio cammina e non gli spetta; lì sento mio figlio disabile.

Ha tutto il diritto alla rabbia un genitore messo alla prova così duramente. Ma l’umano è quella variabile capace di gesti che scardinano la logica dell’egoismo e della violenza subita silenziosamente. Una mamma come Danila ha davvero pensato out of the box, ha messo la testa fuori dalla scatola delle pur sacrosante recriminazioni e ha risposto con una proposta concreta di sostegno: ha creato un numero verde gratuito che gestisce lei stessa, per aiutare altre famiglie che attraversano il suo stesso doloroso percorso. Si chiama Pronto Autismo ed è nient’altro che il suo cellulare, messo a disposizione di chi cerca aiuto nell’affrontare l’assistenza di un figlio con questa malattia.

Lo sportello Pronto autismo, fisicamente, è a Lucca, nella sede dell’associazione Lu.ce. onlus (in via Giovannetti 240), che ha messo a disposizione gli spazi per questo progetto coraggioso di Danila. «Devo ringraziarli perché mi stanno aiutando». Per il resto, Danila, fa tutto da sé. Come ha sempre fatto. Donna abituata a combattere sempre, in ogni contesto, per aver quei diritti che per qualcuno sono acquisiti dalla nascita, per altri, come suo figlio, no. (da Il Tirreno)

Si potrebbe definirlo un servizio, visto che questa presenza colma un vuoto di conoscenze e sostegno nell’assistenza pubblica. È molto di più: è un rilancio sulla dimensione più autentica dell’uomo, la compagnia, di cui tendenzialmente si fanno carico quelli che conoscono il lato dolente della vita. Da soli si può vivere benissimo dentro l’orizzonte di una cultura di edonismo e di morte, ma gli zoppi tendono a zoppicare insieme: chi spalanca gli occhi a tutte le sue vertiginose manifestazioni della vita tende a creare legami e relazioni insospettabili.

DONNA, TELEFONO, SORRISO
rawpixel | Unsplash

In un mondo caritatevole sugli aborti pietosi e sui suicidi assistiti, il volto reale della disabilità scardina la logica della cultura della morte perché fa vedere una parte molto più umana dell’uomo: la carità. Danila Aloisi e tutte le famiglie che conoscono sulla propria pelle le fatiche improbe dell’assistenza e dell’inserimento nella comunità di un disabile dovrebbero essere aiutate, questa è un’ovvietà.

Cura è compagnia

A fronte di questa mancanza, una mamma come la signora Aloisi non si è limitata a sbraitare, ma ha costruito qualcosa di nuovo e utile per tutti. Ecco lo scatto giusto: non limitarsi a contare le mancanze, ma puntare sulla condivisione. Molti sottili lavaggi del cervello, mossi da un pensiero eugenetico violento, ci spingono sempre più a considerare le malattie come obiezioni, da negare sul nascere o da emarginare e, perché no, sopprimere in corso d’opera. La dimensione della cura, che – tolte le leggere ondate superficiali – è quella più corrispondente alla natura umana, parla la lingua della creatività e della compagnia, genera nuovi spazi di relazione e condivisione.




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Quella parola così abusata in termini tristi come “compassione” s’incarna in questa storia che viene dalla Versilia: o si patisce assieme, o si viene schiacciati. Siamo tutti d’accordo che il singolo non dovrebbe essere abbandonato ai suoi mezzi d’intraprendenza per curare i propri cari, ma siamo anche rincuorati dal vedere esempi di virtù indomita, quella di chi fa un passo oltre la lamentela e ci mette del suo per rispondere con una moltiplicazione di offerta a fronte dei mille rifiuti ricevuti.

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