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Siamo i Five To Ten, cantiamo la positività sorridente della bellezza

FIVE TO TEN

Five to ten

Annalisa Teggi - pubblicato il 21/09/18

Un passato da solista, una passione per il gospel e la lirica, l'esperienza di The Voice con Piero Pelù. Ma ora il talento di Silvia De Santis si unisce a quello di Farian e Fax in una band pop rock sorprendente che ha aperto il concerto di James Blunt al Pistoia Blues

Conosco la voce di Silvia De Santis da molti anni, mi emoziono ogni volta ad ascoltarla. L’ho incontrata perché volevo che raccontasse cosa significa vivere di musica, un mestiere che non è solo appalusi e palcoscenici. Il progetto di cui ora fa parte è una band musicale chiamata Five To Ten … un nome che nasconde un significato stimolante; il loro disco si chiama Stupid Now e mi ha fatto scoprire che “stupore” e “stupidità” hanno la stessa origine. In un mondo che venera la seriosità ingessata, abbiamo bisogno di apprezzare lo stupore tipico di un bimbo al parco giochi, che salta, balla, gioca e fa anche lo stupido perché prende sul serio una risata.

Buongiorno Silvia, racconti ai lettori di Aleteia For Her chi sono i Five To Ten?

Siamo una band e siamo amici da tantissimo tempo. Io sono Silvia De Santis, la voce; poi c’è Fabio “Farian” Biffi al pianoforte e Fabio “Fax” Fenati alla batteria.
Five To Ten letteralmente significa “5 alle 10”, cioè cinque minuti alle 10: un orario, ecco. Noi ci sentiamo quei 5 minuti che mancano per arrivare al numero 10, che molto spesso assume un valore di perfezione (il bomber nel calcio, il voto massimo a scuola). Questo numero perfetto noi non lo raggiugeremo, noi siamo cinque minuti indietro. Abbiamo la tensione di arrivare.


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L’imperfezione non è per forza negativa, e poi penso a San Paolo che dice “dimenticando ciò che mi sta alle spalle e proteso verso ciò che mi sta di fronte, corro verso la mèta” …

Essere cinque minuti indietro significa essere stimolato verso l’ideale, non smettere di avere voglia di fare. Avere un obiettivo grande, darsi da fare e crescere.

In un mondo di solisti e prime donne, voi siete un gruppo. E, faccio l’avvocato del diavolo, tu avevi tutte le carte in regola per essere una diva solista…

Sono convinta che le cose più preziose nascano dal lavoro di squadra, e anche dietro un solista c’è spesso un grande lavoro di squadra. Però – per il tipo di carattere che ho e per il senso di collaborazione che ho – mi trovo a mio agio in una band, fermo restando che reclamo per me il ruolo di prima donna della mia band! (ride tantissimo ndr). Il cantante è in prima linea, è normale che sia così; però sono felice quando il pubblico ci dice che noi tre siamo fatti per stare insieme. Sento che c’è un bisogno nostro, reciproco, di stare insieme e di fare musica insieme: ciascuno di noi ha un background molto ricco e dal lavoro comune si impara molto.

Ci ha guadagnato anche la tua persona dal gruppo?

Ho alle spalle una lunga esperienza da solista e mi rendo conto che ero più altezzosa da sola, probabilmente per difesa. Insieme a Fax e Farian sono molto più rilassata, perché il peso di tutto si divide. Anche il genere musicale che facciamo aiuta in questo. I generi musicali li ho provati tutti, è stato un viaggio: ho cominciato da piccolissima con il canto gospel, che ha una dimensione corale; ho proseguito poi con il soul e il jazz che nasce nelle cantine e nei posti più semplici del mondo eppure diventato molto esclusivo; poi mi sono diplomata in canto lirico. Fax e Farian mi hanno donato il frutto della loro formazione, aiutandomi a colmare i buchi di conoscenze che avevo; anche questo è un guadagno del gruppo: completarsi.

Ad un mondo sempre molto molto serio, voi proponete un album che si intitola Stupid Now. Che valore aggiunto ha l’essere un po’ stupidi?

Non è una lode alla stupidità come ignoranza, il lato bello della stupidità è la voglia di ridere. Questo disco per noi è stata una necessità, lo dico sempre nei concerti, abbiamo cancellato tutti e tre il nostro passato e i tentativi fatti. E’ stato come prendere un libro nuovo e scriverlo da capo, da cosa partire? Volevamo che fosse un inno alla positività sorridente della bellezza.

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