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Jean Vanier: «Il mondo va a rovescio: il mondo che va dritto è il Vangelo»

JEAN VANIER
Stéphane OUZOUNOFF/CIRIC
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In occasione del novantesimo compleanno di Jean Vanier, Aleteia è andata a incontrarlo. Nel salone della sua casetta a Trosly-Breuil, il nonagenario dallo sguardo frizzante, fondatore delle comunità de L’Arche [L’Arca, N.d.T.] e di Foi et Lumière [Fede e luce, N.d.T.], si è raccontato con semplicità evocando gioie e speranze.

Oggi si parla molto di sconvolgimento climatico, di dibattiti sull’eutanasia… Che ne dice? Stiamo camminando a testa in giù?

Sì, tante cose vanno male. Quello che si può fare di fronte a queste cose è essere sé stessi. Essendo sé stessi si diventa dei modelli. E il solo modo di essere sé stessi è di essere molto umani. Ci possono essere momenti in cui siamo in depressione. Questo fa parte della nostra realtà. Ma l’importante è che ciascuno di noi stia in piedi, felice, e che possa trascinare gli altri. Io sono colpito dal vedere che ci sono sempre più persone che fanno piccole cose: si prendono cura del loro giardino, di cercare di essere essi stessi i più umani possibile. Occuparsi del proprio giardino, consumare meno elettricità, creare nella propria famiglia un luogo d’amore… Perché il pianeta vada un poco meglio, tutte queste piccole cose che possiamo fare da noi sono importanti. Ciascuno faccia quanto può. Abbiamo Papa Francesco che è straordinario: di una bellezza, di una chiarezza… Ha il sentimento che la Chiesa debba muoversi, e io lo trovo molto bello. Egli sa che sono i più poveri a riportarci all’essenziale – l’essenziale è amare.

Quando c’è uno sconvolgimento generale, c’è una fecondità?

Questa è la mia speranza. La verità verrà come un sottile filo d’acqua che a poco a poco crescerà. Io vedo persone che si organizzano per aiutare i rifugiati o la gente della strada, o per mettersi al servizio di un movimento ecologico. Al giorno d’oggi si avverte un movimento. A L’Arche ci sono sempre dei giovani che vengono. Abbiamo avuto degli assistenti meravigliosi. Avverto un desiderio di aiutare: prima si serviva il caffè ai poveri; adesso, in certe parrocchie, si imbandiscono tavolate e sono le persone di strada che si occupano del servizio. Anche se qualcuno ha paura, si vedono cose che cambiano.

© Domitille Farret d'Astiès I Aleteia
« Lazare », le nom de la maison de Jean Vanier. Un nom qui rappelle l’ami de Jésus qu’il a ressuscité d’entre les morts, ou le pauvre couvert d’ulcères « porté par les anges dans le sein d'Abraham ».

Non ha paura di essere santo?

La santità non mi interessa. La sola cosa che mi interessa è di essere l’amico di Gesù [silenzio]. Voglio essere con lui da qualche parte, non so dove. Gesù è povero, umile. Io spero di essere con lui nella povertà. Sempre nella povertà. È la sola cosa. Il segreto è sempre nella discesa, non nella salita. È accettare di essere fragili. Non siamo sempre quel che vorremmo essere, nemmeno con Gesù. Abbiamo sempre bisogno di un Gesù che ci riacchiappi quando ci allontaniamo. Egli è straordinario nella sua capacità di amare. Il più grande pericolo, al giorno d’oggi, è il fenomeno del bisogno di realizzazione, che comincia nelle scuole. C’è un problema di lotta tra il successo e l’accettazione di quel che si è, con la propria missione. Vediamo una sorta di contraddizione tra la società e la vita cristiana. Gesù, da parte sua, è così umile e così piccolo… Il mondo va al contrario… È il Vangelo il mondo che va per il verso giusto. È una rivoluzione copernicana.

Qual è il segreto per una vita realizzata?

Abbi fiducia in te e ascolta la vocina del tuo cuore. Che cosa cerchi, nel più profondo di te? Ascolta quello che io chiamo “la tua vocina interiore”. Ama la realtà e non immaginarla.

La sua parola d’ordine per i prossimi dieci anni?

Essere felice in ogni istante.

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

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