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Jean Vanier: «Il mondo va a rovescio: il mondo che va dritto è il Vangelo»

JEAN VANIER
Stéphane OUZOUNOFF/CIRIC
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In occasione del novantesimo compleanno di Jean Vanier, Aleteia è andata a incontrarlo. Nel salone della sua casetta a Trosly-Breuil, il nonagenario dallo sguardo frizzante, fondatore delle comunità de L’Arche [L’Arca, N.d.T.] e di Foi et Lumière [Fede e luce, N.d.T.], si è raccontato con semplicità evocando gioie e speranze.

Domitille Farret d’Astiès: Buongiorno Jean. Oggi ha festeggiato i suoi novant’anni. Che bilancio fa degli ultimi trascorsi?

Jean Vanier: Quando ho compiuto 75 anni ho cessato di stare nel consiglio internazionale de L’Arche. Ma ho continuato ad accettare conferenze in giro per il mondo. Poi, verso l’età di 83 anni, ho capito che non avevo più la forza di viaggiare. Durante lo scorso mese di ottobre sono stato vittima di una crisi cardiaca. Oggi la mia vita è fantastica: al mattino prego e leggo. Pranzo presso l’associazione che ho fondato due volte a settimana e cammino 40 minuti al giorno. La vita passa molto velocemente. Questa crisi cardiaca è stata uno choc… ma in senso buono. Ormai devo fare attenzione perché sono più fragile. Ma credo che la testa non funzioni ancora troppo male. E so che questo indebolimento continuerà, che io lo voglia o no.

E questo non la preoccupa?

Il mio principio è che oggi non ho più un futuro, ma sono felice nell’istante presente. In ogni momento. Questo non mi preoccupa. Forse il giorno in cui io sia fisicamente del tutto spogliato troverò la cosa difficile. Per ora sono molto fortunato. Trovo che le nostre comunità de L’Arche vadano bene.

JEAN VANIE
Domitille Farret d'Astiès | ALETEIA

In che momento ha avuto l’evidenza di quanto sia essenziale la fragilità?

Penso che il vero senso della fragilità sia venuto quando ho cominciato l’avventura de L’Arche con Raphaël e Philippe. Raphaël aveva una meningite e non parlava. Philippe aveva un’encefalite con una gamba paralizzata… e parlava troppo. Era tutto un mondo di fragilità… però eravamo così felici [esclama]!. La loro gioia, quella di tutti e due, mi portava a trovare la mia gioia. Vedo in questo due cose. Anzitutto, essi hanno saputo attrarre il bambino che stava in me. Ci divertivamo, ridevamo, facevamo festa. E poi, con loro ho trovato un home [dice col suo incancellabile accento canadese], un “casa-mia”, un luogo in cui mi sentivo bene e in cui avevo voglia di restare. Raphaël e Philippe avevano bisogno di me e io avevo bisogno di loro, della loro gioia e del loro modo di essere. Il cuore è essere amati. Se lei visita regolarmente una persona sola, allora per quella persona lei diventa il messia. La relazione è il luogo della felicità. Ma talvolta la sofferenza fisica è troppo grande. Non bisogna pretendere che tutto si facile. La fragilità ha bisogno di essere amata.

La fragilità può salvare il mondo?

La fragilità sta là, al cuore del mondo. Si traduce talvolta nella paura, nell’insicurezza. Alle volte incontriamo delle fragilità che fanno molta paura. Alcune persone rigettano ogni forma di relazione e non sappiamo come avvicinarle. Ci vogliano allora persone che sappiano in quale maniera approcciarle. Durante un viaggio a Calcutta mi hanno presentato un malato mentale che gridava di continuo. Gli infermieri lo evitavano un poco. Col mio poco di esperienza sono andato verso di lui a mani aperte [apre le mani]. E lui è venuto e ha messo le sue due mani nelle mie. Si può vederlo con la Samaritana. Gesù l’ha toccata perché aveva bisogno di lei. Quando si può cominciare una relazione avendo bisogno dell’altro, quello cambia. Se Gesù avesse cominciato a predicare, quella sarebbe scappata. Invece è venuto umilmente dicendo “ho bisogno di te”.

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